Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

A che cosa devono servire i 50 milioni

«Corriere della Sera», 9 giugno 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 311-313

 

 

 

L’apertura di credito dei 50 milioni di dollari colla casa Morgan ha fatto sorgere un quesito e suscitato desiderii.

 

 

Il quesito è: quale differenza esiste fra un prestito all’estero che il ministro delle finanze ha sempre dichiarato inutile e dannoso e un’apertura di credito, che oggi ha considerato un notevole successo? Ragionando sulla base delle notizie pubblicamente fornite, la differenza pare debba essere la seguente: il prestito è qualcosa di cui ci si vuole servire, laddove l’apertura di credito dovrebbe essere un’arma che sarebbe desiderabile non avere occasione di usare. Se il governo italiano avesse contratto un vero prestito di 50 milioni di dollari, potrebbe servirsi di esso per acquistare, sino a concorrenza, frumento, carbone, cotone. Entro il limite di 50 milioni, la domanda di merci all’estero non eserciterebbe alcuna influenza in peggio sui cambi; ed evitando al paese di dover comprare altrettanta divisa, alleggerirebbe il mercato e potrebbe far diminuire i cambi.

 

 

L’effetto di un prestito sui cambi è tuttavia provvisorio. Una volta acquistate e pagate merci per 50 milioni, l’operazione è chiusa; e si può ripetere solo facendo un secondo prestito. Ha l’Italia bisogno di indebitarsi per acquistare carboni, frumento, cotoni, lane, ecc. ecc.? Dico di no; perché non pare ci sia alcun indizio che il nostro nuovo risparmio annuo sia inferiore agli impieghi convenienti che del risparmio medesimo possiamo fare all’interno. Sarebbe d’altro canto dannosissimo che gli italiani si indebitassero non per crescere i loro impianti, ossia il loro patrimonio; ma per far fronte alle spese quotidiane della vita. Far debiti per vivere è sempre un male; e in ogni caso non è un’operazione la quale meriti di essere incoraggiata dal governo.

 

 

Dunque, niente prestito. In che cosa un’apertura di credito se ne allontana? Pare in ciò: che essa dovrebbe consentire agli agenti del tesoro italiano di vendere dollari o sterline contro lire quando i dollari, ad esempio, andassero oltre un dato corso, che io non so quale sia, ma potrebbe, ad ipotesi, essere quello di 25 lire. In quel momento il tesoro venderebbe dollari tirando per due o tre o cinque milioni di dollari sul credito Morgan. Ma quando il dollaro cadesse sotto un altro corso, che io di nuovo non so quale sia e per via di semplice ipotesi suppongo sia fissato dal governo a 24 lire, gli agenti medesimi del tesoro ricomprerebbero i dollari venduti, coll’inevitabile effetto di far risalire il prezzo del dollaro. Il tesoro rientrerebbe così nei suoi fondi e riverserebbe i due o tre o cinque milioni di dollari sul conto Morgan. Non vedo quale altro significato possa attribuirsi alle parole del ministro, quando disse che l’apertura di credito doveva servire a frenare le oscillazioni dei cambi. Il tesoro italiano non è diventato dunque venditore di dollari, fino a concorrenza di 50 milioni. Ciò accadde, in virtù dei prestiti esteri, durante la guerra; e fu, sotto molti rispetti, un gran male, da me deprecato allora e di cui i tristi effetti si vedono ora. Se il tesoro vendesse soltanto i suoi dollari per un po’ i cambi scemerebbero; ma poi si ritornerebbe al punto di prima, con un debito in più.

 

 

Il tesoro deve vendere dollari quando sono cari; allo scopo esclusivo e col proposito ben fermo di ricomprarli quando siano ribassati. Niente fornitura definitiva di valute al mercato; ma intervento attivo per regolare e diminuire le oscillazioni dei cambi.

 

 

La risposta al quesito mette in luce quanto siano infondate le brame che l’annuncio ha suscitato in molti importatori di merci dall’estero. Taluno ha immaginato che fosse sorto un nuovo venditore di dollari, pronto a vendere dollari a condizioni migliori delle banche ordinarie. Entro certi limiti ciò è esatto: il tesoro interverrà a vendere quando il dollaro faccia qualche insolita punta all’insù. In questi momenti gli importatori saranno vantaggiati. Tuttavia, essi devono prepararsi a subire l’azione di un nuovo concorrente quando il dollaro (o la sterlina) andrà giù. Nei momenti di ribasso, il tesoro dovrà ricoprirsi e perciò farà risalire il prezzo del dollaro.

 

 

Il difficile della manovra starà qui. Finché il tesoro venderà divise estere, troverà facili plausi. I guai cominceranno quando il tesoro vorrà ricoprirsi e perciò fatalmente spingerà in su i cambi. L’abilità del manovratore deve consistere nel non dare la sensazione del suo intervento in un senso né in un altro. Spazzata via dalle menti l’idea storta che il governo intervenga per far ribassare i cambi, il pubblico si abituerà al frutto dell’intervento: minori oscillazioni, quasi stabilità dei cambi. Il frutto è talmente saporoso che, se lo si potrà gustare, nessuno chiederà altro.

 

 

Il ribasso eventuale e definitivo ad un livello notevolmente inferiore all’attuale non può essere l’effetto di nessuna massa di manovra. Sarà l’effetto dell’assetto dato al problema dei debiti interalleati in primissimo luogo, al bilancio, ai debiti fluttuanti ed alla circolazione poi. Non bisogna confondere due problemi diversi: la massa di manovra dei 50 milioni di dollari serve a limitare le oscillazioni dei cambi; non serve affatto a produrre un ribasso definitivo dei cambi. A volerla usare a questo secondo fine, sprecheremmo i 50 milioni e alla fine spingeremmo all’insù i cambi. Ma appunto ciò il ministro ha apertamente dichiarato di non voler fare.

 

 

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