A che cosa servono le riserve auree?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/03/1916

A che cosa servono le riserve auree?

«Corriere della Sera», 23 marzo[1], 1-2[2] maggio 1916

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 342-350

 

I

Forse il tratto più significativo delle discussioni economiche avvenute alla camera italiana è questo: che, mentre gli oratori indirizzavano le loro osservazioni critiche al ministro di agricoltura per il rincaro del frumento e degli altri generi alimentari, al ministro della marina per il rialzo dei noli, al ministro delle finanze per gli ostacoli alle esportazioni ed il connesso inasprirsi dei cambi, le critiche e le osservazioni in verità avrebbero dovuto riferirsi in ultimo sovratutto e quasi soltanto alla condotta finanziaria della guerra ad opera del ministro del tesoro e degli istituti di emissione.

 

 

Non voglio qui discutere se quelle critiche fossero fondate ovvero no. Non mi è accaduto di scorgere, nei rendiconti pubblicati dai giornali, quella sicurezza di ragionamento e quella conoscenza precisa dei fatti, che sarebbero state necessarie per una discussione di questo genere, sempre ardua e difficile. Qualche spunto di critica tecnica intorno al problema dei cambi appariva, dai rendiconti sommari, contenuto solo nel discorso dell’on. Canepa. Ma era manifesto che quasi tutti sentivano, anche quando non erano in grado di dimostrare, che il discorso andava precipuamente rivolto all’on. Carcano e non agli on. Cavasola, Corsi e Daneo. Che il ministro del tesoro non sia intervenuto nella discussione, nulla depone contro la verità fondamentale dell’osservazione ora fatta.

 

 

L’on. Cavasola non dichiarò forse ed il presidente del consiglio non confermò che, in un dato momento del problema granario, l’ostacolo ai tempestivi acquisti di grano forestiero fu dato da considerazioni complesse di tesoro? Il che suppongo voglia dire che il tesoro, premuto da altri bisogni, non poté allora, sebbene abbia potuto in seguito, fornire i mezzi per i cospicui acquisti di grano americano ritenuti necessari. Non voglio menomamente dubitare del buon fondamento di questi ostacoli di tesoro; ma poiché a prima vista sembra indifferente spendere una data somma in settembre 1915 od in gennaio 1916, ed anzi pare più opportuno consiglio spendere la somma minore in settembre che la maggiore in gennaio; poiché qui non si trattava di vere spese, sibbene soltanto di anticipazioni rimborsabili dai consumatori; poiché è più facile ottenere il rimborso intero delle anticipazioni quanto minore è il prezzo d’acquisto e quindi di vendita del frumento; così è evidente che un punto è rimasto da chiarire dopo tutta la discussione parlamentare: quali sono le ragioni, di tesoro o di banca, le quali hanno impedito di fare le opportune «anticipazioni» nel momento che il ministro tecnico riteneva, a quanto si è capito, meglio opportuno?

 

 

Gli stessi problemi insoluti si presentano per i cambi. Lungi da me l’idea che i cambi siano in mano dei ministri del tesoro e dei direttori dei banchi di emissione. Essi dipendono da parecchie cause; ed è impossibile fare scomparire l’aggio, finché la guerra ci costringe a conservare in pieno vigore quelle cause che inevitabilmente fanno deprezzare la carta-moneta a corso forzoso in confronto alla moneta d’oro. Neppure mi associo a coloro i quali hanno rimproverato al governo di aver lasciato salire il cambio sulla Svizzera, ben oltre il cambio su Francia, quando verso la Svizzera noi esportiamo di gran lunga di più di quanto dalla Svizzera non importiamo. Coloro che muovono questo rimprovero ignorano ciò che sa ogni impiegato di banca: e cioè che il cambio dell’Italia su Svizzera non è affatto determinato solo dai rapporti commerciali fra i due paesi; ma dai rapporti fra l’Italia e tutti gli altri paesi; e che a nulla giova avere 300 milioni di crediti verso la Svizzera e solo 100 milioni di debiti, quando gli altri 200 milioni di crediti sono inferiori ai molti debiti nostri verso Francia, Inghilterra, Stati uniti pagati attraverso ai crediti svizzeri. Tutti i cambi si equilibrano; e, parlando all’ingrosso, se l’Italia perde il 14% su Francia e Francia perde il 14% su Svizzera, l’Italia necessariamente deve perdere il 28% sulla Svizzera. Altrimenti chi dovesse 100 franchi a Parigi avrebbe convenienza a comprare con 100 lire italiane 85 franchi svizzeri e con questi comprare i 100 franchi francesi. Il cambio svizzero è alto perché, se non lo fosse, tutti comprerebbero divisa svizzera per pagare a Parigi, a Londra, a New York. Tutto ciò astrazion fatta da deplorevoli, sebbene sostanzialmente poco importanti, pagamenti di italiani a Berlino, attraverso la Svizzera.

 

 

Non dunque ai rimproveri di coloro che vogliono l’assurdo bisogna por mente, sibbene alle osservazioni di quelli che si contentano del possibile. A questo riguardo parmi, come dissi, che soltanto l’on. Canepa abbia fatto un’osservazione importante. Che io esporrei così: tesoro e banche di emissione non possono far discendere l’aggio al disotto del suo livello naturale; ma potrebbero moderarlo e frenarne le oscillazioni se vendessero, quando occorra, divisa estera nella misura sufficiente a soddisfare le domande del mercato. Invece i banchi vendono divisa in quantità minore del necessario, lasciando fornire il resto ai privati. I quali aumentano i prezzi di giorno in giorno; ed il giorno dopo i banchi di emissione vendono ai prezzi aumentati.

 

 

Questa è certo una rappresentazione imperfetta di quanto accade; né io so se effettivamente i banchi seguano, piuttosto che dominare, il mercato dei cambi. Ma è certo:

 

 

  • che il modo tenuto nel vendere la divisa disponibile presso gli istituti di emissione ha una influenza sull’altezza e sulle oscillazioni dell’aggio;
  • che la disponibilità di divisa per il mercato dipende dalla disponibilità totale di divisa estera esistente presso il tesoro.

 

 

Torniamo al punto centrale: il tesoro. I prestiti contratti in Inghilterra e negli Stati uniti dal tesoro sono sufficienti non solo a coprire il fabbisogno diretto dello stato, ma anche lasciano un margine per gli approvvigionamenti privati e semi – privati (materie prime comprate all’estero da industriali per forniture di guerra). Dato che un margine vi sia, come ritengo probabile, tesoro e banchi ritengono opportuno vendere la divisa disponibile giorno per giorno, soddisfacendo a parte della domanda quotidiana, ovvero la tengono in riserva per usarla, per dir così, a colpi, quando il cambio minaccia di salire, offrendone, allora, quanta e più di quanta il mercato richieda? Queste ed altre politiche si possono seguire; ed ognuna può essere difesa con buone ragioni. Così pure si può chiedere: vuole lo stato lasciare ancora soltanto alle banche la funzione di raccogliere, tra un prestito e l’altro, i depositi a risparmio; ovvero intende entrare anch’esso in lizza con i buoni del tesoro, come si fa oramai quasi dappertutto? Quale è la politica più opportuna per la maggiore formazione di risparmio? L’esperienza straniera non prova forse l’infondatezza dei timori delle banche per una eventuale concorrenza dello stato? Comprendo bene che non tutto si può dire in siffatta materia gelosa: e non molto dice il governo inglese sui prestiti concessi agli alleati. Ma, nei limiti del possibile, tutte le notizie date intorno alla politica attuale ed ai propositi futuri del tesoro e della banca gioverebbero. Poiché l’incertezza intorno all’avvenire è un’altra fra le naturali ed inevitabili (finché dura l’incertezza) cagioni di aumento dei cambi e quindi dei noli e quindi dei prezzi degli alimenti, delle forniture e delle materie prime.

 

 

Perciò forse la torre d’avorio in cui tesoro e banchi si sono chiusi sinora è un po’ troppo impenetrabile. A giorni si avranno le assemblee dei banchi di emissione. Gioverebbe assai che i direttori generali ne traessero occasione per quella illuminante esposizione dei metodi di politica bancaria e monetaria, che finora è mancata e che si appalesa necessaria più di qualsiasi chiarimento di ministri incaricati solo di eseguire i provvedimenti consentiti dal tesoro. Ai grandi doveri dei reggitori della finanza si è ora aggiunto il dovere di illuminare e guidare l’opinione pubblica. Non si dimentichi che gli on. Carcano e Stringher in Italia, i signori Ribot e Pallain in Francia, il signor MacKenna ed il governatore pro-tempore della Banca d’Inghilterra nella Gran Bretagna, il dott. Hellferich ed il signor von Havenstein in Germania sono i veri inspiratori e signori dell’economia nazionale dei paesi belligeranti – s’intende, entro i limiti a cui può giungere l’azione governativa.

 

 

La stessa cosa accade anche in tempo di pace. Nessuno in Italia si accorgerebbe della chiusura del ministero di agricoltura, industria e commercio; ma sarebbero guai seri se tesoro e Banca d’Italia per miracolo si arrestassero. In tempo di pace, però, il fatto passa inavvertito. In guerra, anche un ministro d’agricoltura diventa necessario; pure essendo un organo subordinato della macchina ministeriale. Ma il compito del ministro del tesoro e dei direttori degli istituti di emissione diventa decisivo nella sua serietà e gravità. Perciò è bene che alla camera italiana si sia cominciato a vedere che i massimi problemi economici dell’oggi sono problemi di tesoro e di banca. E sarà un bene se l’opinione pubblica comincierà ad interessarsi maggiormente di questi problemi, piuttostoché delle loro apparenze esteriori, che si chiamano rincaro del frumento, del carbone e dei noli.

 

 

II

Uno dei più singolari fenomeni connessi con la guerra è stato l’aumento quasi generale delle riserve metalliche degli istituti di emissione, sia nei paesi belligeranti che in quelli neutrali. Era una impressione diffusa che l’oro – oro vero e proprio, in dischi coniati od in verghe – costituisce il nerbo della guerra; e che meglio potessero resistere alla pressione finanziaria della guerra quei paesi i quali ne avessero avuto in maggior copia da spendere. Molti attendevano, con angoscia, di vedere le situazioni mensili degli istituti di emissione accusare una quantità progressivamente decrescente di questo magico oro, fuggito all’estero per pagare provviste alimentari, munizioni e forniture militari, di cui i neutrali non avrebbero voluto fare la spedizione se non contro consegna di moneta sonante.

 

 

Finora, invece, non è accaduto nulla di simile. L’oro è diminuito di quantità irrilevanti od è addirittura cresciuto nei paesi belligeranti ed è cresciuto notevolmente, talvolta in modo spettacoloso, nei paesi neutri.

 

 

Ecco le ultime cifre dell’oro posseduto dalle principali banche di emissione, che possono illuminare il fenomeno curioso; tutte ridotte, al pari nominale dei cambi, in milioni di lire italiane:

 

 

Fine del luglio 1914

Da fine febbraio a fine marzo 1916

Banca di Francia

4.104

5.006

Banca dello stato (Russia)

4.210

4.329

Banca imperiale tedesca

1.696

3.075

Banca d’Inghilterra

1.004

1.429

Banca d’Italia

1.105

1.032

Banca di Spagna

543

933

Banca d’Olanda

340

1.071

Banca nazionale romena

154

210

Banca nazionale Svizzera

180

253

Banca reale di Svezia

146

227

Banca nazionale di Danimarca

110

168

Banche associate di New York

2.353

3.593

 

 

Non sono riprodotti i dati della Banca austro – ungarica, essendo questa l’unica banca dei paesi belligeranti, la quale non pubblica più le situazioni; e sono state aggiunte le riserve delle Banche associate di New York, sebbene queste comprendano con l’oro altre varie partite monetarie convertibili in oro, allo scopo di dare un’idea approssimata di ciò che è accaduto oltre Atlantico.

 

 

Se debbo dire la verità, le due cifre più logiche sono quelle della Banca d’Inghilterra, la cui riserva aurea è aumentata di poco, e della Banca d’Italia, la quale possiede un po’ meno oro oggi che al principio della guerra. È ragionevole che la Banca d’Inghilterra abbia una riserva aurea maggiore di prima; poiché, avendo essa conservato l’obbligo del cambio a vista dei biglietti, ed avendo accresciuto assai gli impegni solvibili in oro, deve possedere una massa maggiore d’oro, per potere far fronte in ogni momento alle richieste che le fossero rivolte. Finora l’Inghilterra continua a dar prova di una meravigliosa capacità bancaria riuscendo, in tempi difficilissimi, a compiere numerose grosse transazioni con una riserva metallica che, tenuto conto delle proporzioni, è la minima nota in tutti i paesi belligeranti o neutrali. La bravura finanziaria non consiste nel servirsi poco di molto oro; ma nel far lavorar molto una piccola quantità di oro. Il che precisamente fa l’Inghilterra.

 

 

Dico ancora che ha fatto benissimo la Banca d’Italia a mandare all’estero qualche decina di milioni d’oro. In un paese a corso forzoso, in cui la Banca non ha bisogno dell’oro per rimborsare a vista i suoi biglietti, a che cosa può servire l’oro, se non appunto ad essere inviato all’estero per pagare munizioni od altre provviste o per servire di garanzia ad operazioni finanziarie utili a fare quei pagamenti Certamente l’invio di quell’oro all’estero ha giovato ad impedire una ulteriore ascesa dei cambi, e se alla Banca d’Italia piacerà diminuire ancor più le sue riserve auree, essa dovrà riscuotere, per tal fatto, lode e non biasimo.

Qual è, infatti, lo scopo per cui altri paesi belligeranti, i quali pure hanno proclamato, alla pari dell’Italia, il corso forzoso, vanno a gara aumentando l’oro giacente nelle proprie banche? Perché Germania, Francia e Russia tanto si vantano delle loro cresciute riserve auree? Il motivo non può essere quello che ha cominciato a mettere innanzi la Germania e che gli altri governi andarono ripetendo: che cioè l’oro è necessario come garanzia dei biglietti contemporaneamente emessi in maggior copia. In regime di corso forzoso, la motivazione non ha senso. Non è certo grazie a 1 miliardo e 600 milioni di lire di maggior oro che la Germania potrà al ritorno della pace rimborsare i 5 miliardi e 600 milioni di lire di biglietti emessi in più; ché quell’oro lascerebbe pur sempre scoperti 4 miliardi e 200 milioni di biglietti e consentirebbe alla Banca di pagare i suoi creditori solo in moneta di fallimento. La Germania e gli altri paesi pagheranno i biglietti alla pari se, a guerra finita, avranno credito sufficiente per fare un prestito di liquidazione. Ma a ciò ben poco gioveranno le riserve auree, sempre insufficienti al compito.

 

 

No. Per i paesi belligeranti le riserve auree possono avere altri compiti, oltre a quello di colpire l’immaginazione dei popoli col tintinnio dei ruscelli d’oro esistenti in certe misteriose cantine. Sono ben lungi dall’affermare che le mie ipotesi abbiano sicuramente ad avverarsi; nulla essendo così difficile come le speculazioni sull’avvenire. Ma tra i possibili compiti delle riserve auree oggi meravigliosamente crescenti, due sono interessanti da ricordare:

 

 

  • i governi possono avere colto l’occasione della guerra per sottrarre l’oro ai privati e concentrarlo nelle banche. Se questo fu il loro proposito e se, a guerra finita, le banche non restituiranno l’oro alla circolazione, il risultato potrà essere benefico. È perfettamente inutile che l’oro circoli nel pubblico; mentre è utilissimo che esso sia concentrato in una banca, la quale se ne può servire con molto maggiore efficacia per regolare i cambi. Se i paesi belligeranti avranno profittato della guerra per applicare gli insegnamenti della esperienza monetaria più bella e finora conclusiva avutasi nei tempi moderni, quella dell’India – dove l’oro non circola e dove, grazie ad alcune riserve centrali, il cambio fu mantenuto alla pari persino durante la guerra -; si dovrà annoverare questo tra i risultati benefici della guerra;
  • ovvero le riserve auree serviranno ai paesi belligeranti per ritornare alle condizioni economiche normali dopo la guerra. Può darsi, ad esempio, che a guerra finita, la Banca imperiale germanica dia a mutuo ai suoi industriali o commercianti le riserve auree o parte di esse per acquistare le materie prime necessarie alla ripresa economica tedesca. Questo sarà forse il fatto più significante della pace: il dumping a vil prezzo dell’oro tedesco nei paesi produttori di materie prime; il che vuol dire l’acquisto ad alto prezzo delle materie prime estere da parte dei tedeschi.

 

 

Vi sono molti che nei paesi dell’intesa si preoccupano di una colossale svendita di merci tedesche, che la Germania oggi andrebbe fabbricando ed accumulando per rovesciarle a prezzi vilissimi sui paesi stranieri. Questo pericolo dell’inondazione di merci tedesche è per nove decimi parto di fantasie esaltate. Come può la Germania, con maestranze ridottissime, con formidabili esigenze militari ed agricole, prendersi il lusso di fabbricare merci, con materie prime che non possiede, per il bel costrutto di farne grossi cumuli in magazzino? Non è ragionevole immaginare che i nemici abbiano perso la testa e lavorino in perdita quando possono lavorare con profitto a produrre cose urgenti.

 

 

Il vero pericolo è altrove: che i tedeschi arrivino prima di noi, degli inglesi e dei francesi, a comprare, a caro prezzo, ossia svendendo oro, le materie prime esistenti nei paesi neutrali. Già pare si preparino fin d’ora alla lotta per le materie prime. Notizie attendibili narrano di acquisti fatti dai tedeschi di rame, cotone, lane, metalli, gomme elastiche in Argentina, Stati uniti, oriente, per il giorno della pace.

 

 

La vendita dell’oro, a colpi di alti prezzi delle merci, equivalenti a svilimento dell’oro, per l’acquisto delle materie prime: ecco il vero pericolo, non la vendita delle merci.

 

 

Vi sono alcuni paesi neutrali che se ne preoccupano sin d’ora. Le cifre, sovra ricordate, degli enormi aumenti delle riserve auree nei paesi neutrali non sono per quei paesi rallegranti. Tutt’altro. Vogliono dire che i paesi belligeranti, pure aumentando le loro riserve auree, hanno continuato a mandarne via discrete quantità. Vuol dire ancora che l’oro tende a rinvilire, per la sua abbondanza, ossia i prezzi delle merci tendono a crescere nei paesi neutrali.

 

 

Con una legge dell’8 febbraio la Svezia ha cercato di reagire contro l’inondazione dell’oro estero. Essa ha detto agli stranieri: se voi volete le nostre merci, siamo pronti a vendervele. Ma non pagateci in oro, di cui non sappiamo che farci e la cui abbondanza farebbe aumentare i nostri prezzi e rialzare il costo della vita. Pagateci in merci e non in oro.

 

 

Forse questa svedese, che pare debba essere imitata dagli altri paesi scandinavi e dall’Argentina, e la legge più caratteristica ed interessante che in materie monetarie sia venuta alla luce dopo lo scoppio della guerra. Non è profondamente suggestivo lo spettacolo di nazioni belligeranti che hanno interesse a sbarazzarsi dell’oro esuberante e di nazioni neutrali che ne temono l’inondazione?

 

 


[1] Con il titolo Tesoro e Banca nel momento presente. [ndr]

[2] Con il titolo A che cosa servono le riserve auree? Dumping di merci o dumping d’oro. [ndr]

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