A che punto siamo con la nominatività?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/01/1921

A che punto siamo con la nominatività?

«Corriere della Sera», 12 gennaio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 3-5

 

 

 

È una domanda che si pongono tutti coloro i quali posseggono titoli pubblici e privati. Ma le notizie che si hanno intorno al punto a cui son giunti i lavori per la preparazione del regolamento sono incerte. Parrebbe che la commissione parlamentare di tre senatori e di tre deputati incaricata di esprimere il suo parere non sia stata ancora convocata. Il governo aveva nominato, per facilitare il lavoro dei sei parlamentari, una commissione ministeriale presso il ministero dell’industria e del commercio. Che questa abbia chiuso definitivamente i suoi lavori non consta, od almeno sembra che essa abbia quasi ultimato il regolamento per la parte che riguarda i titoli privati (azioni ed obbligazioni di società, cartelle di credito fondiario e titoli comunali); mentre tutto ciò che riflette i titoli di stato fu riservato alla direzione generale del debito pubblico, la quale probabilmente avrà elaborato proposte concrete in materia.

 

 

Tutto ciò è assai poco, ma in compenso è oltremodo significativo e preoccupante.

 

 

Significativo, perché dimostra all’evidenza che il governo, quando proponeva l’obbligo della nominatività, non aveva alcuna precisa idea della difficoltà dell’impresa a cui si accingeva. Colpa non peculiare a questo governo, essendo probabile che, se fosse stata valutata a priori la difficoltà quasi insormontabile di fare opera anche solo tollerabilmente giusta in tante altre faccende tributarie, non vi si sarebbe dato inizio. L’imposta patrimoniale e la nominatività dei titoli sono i due esempi più calzanti. Ambedue accolte da due diversi governi, senza aver prima bene ponderato la cosa. Ambedue divenute legge dello stato, prima che fossero approntati i mezzi per l’esecuzione. Per ambedue, a causa di questa impreparazione, cresciuto, invece di scemare, il malcontento o l’esagitazione di coloro i quali ognora gridano in pro delle imposte sui ricchi e specialmente sugli «altri».

 

 

Preoccupante, perché ogni giorno di ritardo nella pubblicazione del regolamento cresce i danni di una situazione di cose, la quale già oggi è bastevolmente grave. Vuolsi qui parlare specialmente dei titoli privati. È ben noto invero che esiste una imposta speciale del 15% sugli interessi e dividendi dei titoli privati al portatore, e che, per non pagarla, moltissimi possessori di azioni, obbligazioni, cartelle fondiarie e municipali le hanno fatte e le stanno tuttodì facendo mettere al nome. Ciò era appunto quanto voleva il legislatore; perché l’imposta del 15% era stata istituita apposta per indurre i possessori di titoli a non pagarla, mettendoli al nome. La finanza ci guadagna, anche non esigendo l’imposta del 15%; perché si assicura molte altre imposte grazie alla nominatività.

 

 

Ma che cosa è accaduto ai possessori, i quali fin d’ora hanno seguito l’invito del legislatore? Per vivere tranquilli e non essere malamente scottati, bisogna non avere affatto bisogno di vendere il titolo. Chi vuol tenere ad ogni costo il titolo nominativo, vive tranquillo. Appena però, si abbia bisogno di venderlo, o di ottenere, su pegno di esso, un’anticipazione di denaro o di darlo a riporto, sempre per ottener denaro a mutuo, cominciano i guai. Il possessore si accorge d’un tratto che egli si è malamente imbottigliato. Nessuno compra il suo titolo nominativo. Per venderlo bisogna ritrasformarlo al portatore. Ma ciò – anche fatta l’ipotesi che le società o gli enti emittenti vi si acconcino, essendosi verificati casi di perentorio rifiuto – non si può fare senza formalità fastidiosissime e costose. Per lo più bisogna recarsi con un notaio alla sede della società con un notaio alla sede della società, forse in un’altra città, o nominare un procuratore speciale, far constare la propria identità personale, pagare diritti, ecc. Bisogna profondere tanto denaro e spender tanto tempo che i più vi rinunciano.

 

 

Se si ha bisogno provvisoriamente di denaro, i titoli nominativi non servono a nulla come garanzia. Nessuna banca impresta neppure un centesimo su di essi; e bene a ragione, perché qual mai garanzia è un titolo intestato ad altri?

 

 

Aggiungasi che taluni comuni o società hanno dato prova della maggiore mala grazia possibile in materia. Dicono che Genova si faccia pagare grossi diritti per la conversione al nome dei suoi titoli di debito municipale; aggiungono che la stessa amministrazione del debito pubblico rifiuti di mettere al nome taluni titoli ex privati, perché la legge istitutiva del titolo prevedeva i titoli al portatore. Insomma, un disordine crescente, di cui sarebbe indice il fatto che taluni possessori di titoli nominativi, pressati a vendere, hanno dovuto perdere fino il 20% sul prezzo corrente di borsa.

 

 

A tutto ciò un rimedio è urgente. Occorre che intervenga il regolamento, il quale stabilisca chiaramente gli obblighi delle società e dei comuni emittenti, vieti loro in modo perentorio alzate di testa, come esazione di diritti o richieste di formalità eccessive, stabilisca metodi semplici e rapidi e quasi gratuiti di trasmissione, dica chiaro a tutti come si deve fare per uscire dalla baraonda. È augurabile che la commissione parlamentare voglia opporsi in modo risoluto a qualsiasi tentativo della burocrazia di complicare le cose, alla tendenza degli avvocati e dei notai di stabilire formalità senza fine per le autentiche, ecc. ecc.

 

 

Ad ogni costo, importa sapere che cosa i possessori di titoli devono e possono fare, importa che essi conoscano la vera essenza dei titoli nominativi, se siano oggetto di commercio o beni di manomorta invendibili, che enti e privati sappiano come devono essere emessi, stampati, trasmessi, ereditati i titoli nominativi. È necessario ed urge che esista un qualsiasi regime dei titoli nominativi, anche pessimo, purché un regime esista.

Anche un governo cattivo è migliore dell’assenza di un qualunque governo.

 

 

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