A Congresso radicale finito

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/06/1905

A Congresso radicale finito

«Corriere della sera», 6 giugno 1905

 

 

 

Le discussioni del Congresso radicale non hanno avuto la virtù di interessare molto l’opinione pubblica. La quale si è persuasa che i radicali non hanno una vera sostanza di partito e sono pronti a marciare alla coda dei partiti più forti, salvo a inframmentarsi con dei ma e dei se quando gli altri vorrebbero fatti e non parole. Pur tuttavia è bene rilevare le loro parole perché rappresentano quella tendenza abbastanza generalizzata, la quale vuol parere avanzata senz’essere socialista, ed è intimamente amante del quieto vivere pur affermando una indomita repulsione per i conservatori. Le incertezze di principio dei radicali si volgono a danno della loro sincerità politica; ma appunto per questo possiamo essere sicuri di udirli parlare – per necessità di tattica – come vuole l’ondeggiamento dell’opinione pubblica: socialistoidi fino al settembre 1904, conservatori nel 1905.

 

 

Due quistioni furono argomento di discorsi nel Congresso radicale: le spese militari e lo sciopero nei servizi pubblici, ed in ambe le questioni i radicali lasciarono da parte la rettorica di alcuni dei loro colleghi dell’Estrema per avvicinarsi alle idee che da tanto tempo andiamo su queste colonne sostenendo e che ci valgono ancora l’accusa ridicola di «forcaioli».

 

 

Le spese militari non sono improduttive; tutt’altro: anzi occorre affermare che, bisognando, si sopporteranno nuovi sacrifici per il bilancio della guerra e della materia prima perché l’Italia deve essere una potenza di prim’ordine. Non alle spese militari in sé si deve appuntare la critica, ma al modo di spendere. Ecco il succo dei discorsi dei radicali a Roma; e Sacchi conclude essere necessario agitare il paese, dicendogli non che si debba rifiutare il denaro per le spese militari, ma che si debba vedere come viene impiegato; ed una grandissima maggioranza respinge un ordine del giorno che avrebbe assolutamente proibito ai radicali di votare in nessun caso l’aumento dei bilanci militari.

 

 

Rallegriamoci di questo temperato modo di vedere dei radicali e della loro esplicita condanna della campagna frenetica contro le cosidette spese improduttive; ma aggiungiamo che essi combattono contro dei mulini a vento quando si immaginano che una parte qualsiasi dell’opinione pubblica sia pronta ad applaudire alle spese militari mal fatte ed allo sperpero del pubblico denaro. I metodi dei loro fratelli germani, degli uomini di sinistra, veri colpevoli delle pazzie e dette trascuratezze finanziarie di tempo addietro, sono ben morti; ed è sorta in Italia una opinione pubblica veramente liberale e veramente conservatrice che sa opporsi, meglio che non tutti i radicali riuniti insieme, allo sperpero del pubblico denaro.

 

 

Anche la soluzione che il relatore prof. Coletti ed il Congresso hanno dato al problema dello sciopero nei servizi pubblici dimostra il cammino che i radicali hanno dovuto fare per non trovarsi in contraddizione stridente coll’opinione pubblica.

 

 

Il Coletti, che è del resto uno studioso vero e non un semplice politicante come tanti altri suoi colleghi, riconosce che nei servizi pubblici deve essere vietato al personale di scioperare; sostituendo a quest’arma dannosa e contraria agli interessi pubblici, l’arbitrato obbligatorio, limitato però alle controversie, accompagnate da sospensione di lavoro, le quali avvengono nell’occasione e contro di un regolare contratto di lavoro in corso. È l’opinione da noi soci sostenuta che ci valse tante contumelie da parte dei socialisti, quantunque anch’essi abbiano finito per riconoscere (e ancora una volta l’ammette il Turati in certe note apposte alla relazione Coletti da lui inserta nella Critica sociale) la profonda differenza fra queste questioni e le altre sui nuovi contratti di lavoro o su modificazioni all’antico contratto di lavoro che non possono essere in alcun modo sottoposte all’arbitrato obbligatorio. Il Coletti per questi casi propose un sistema che a noi pare difficilissimo possa funzionare bene. I contratti di lavoro nei servizi pubblici siano denunciabili da una delle parti con una disdetta da darsi un sufficiente periodo di tempo prima della cessazione del contratto. Durante questo periodo Stato ed operai cerchino di mettersi d’accordo su un nuovo contratto, che, una volta concluso, dovrà essere osservato per un dato numero di anni sotto pena di sanzioni civili e anche penali, in caso di violazione. Ma se non si mettono d’accordo, siano liberi gli operai di occuparsi altrove e lo Stato di assumere in servizio nuovi operai.

 

 

Qui il punto difficile, osserviamo noi. Come può di fatto concepirsi che una massa di 100 mila operai possa essere sostituita da altri e che essa stessa possa soppiantare altri operai in altre industrie senza condurre a perturbazioni gravissime ed alla sospensione di quel servizio pubblico la di cui continuità tutti riconoscono dovere essere salvaguardata? La verità si è che la concezione contrattuale privata del rapporto fra Stato ed operai non può ammettersi e che noi ci troviamo di fronte ad un rapporto sovratutto di carattere pubblico. È ridicolo cianciare di schiavitù, perché nessuno vuol proibire ai ferrovieri, malcontenti delle condizioni di lavoro varate e periodicamente rivedute dal Parlamento, ossia dal rappresentante di tutte le classi sociali, di licenziarsi definitivamente.

 

 

Queste dimissioni individuali saranno sempre pochissime e non è il caso di preoccuparsene. Ciò che si deve impedire è il riscatto in massa dei ferrovieri contro lo Stato ed i grandi interessi pubblici. Qui il Coletti e il Congresso radicale sono stati inconseguenti. La paura di essere accusati di forcaidismo ha tolto loro la forza di andare sino alla fine.

 

 

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