A favore dei contratti differenziali
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 15/09/1896

A favore dei contratti differenziali

«La Riforma Sociale», 15 settembre 1896, pp. 407-417

 

 

 

Questo articolo non è un’apologia dei contratti differenziali. Alla critica onesta non giova contrapporre la difesa interessata, destinata a morire nella indifferenza dei lettori. L’intento mio è solamente di mettere in luce alcuni lati dei contratti a termine, i quali possono forse farne meglio apprezzare la vera ragione d’essere e comprendere i grandi servigi che essi rendono nella economia commerciale moderna. Gli abusi che altri ha così brillantemente descritti[i] permangono e con essi permane la ragione della critica e degli sforzi fatti per porvi rimedio. La critica demolitrice delle istituzioni economiche attuali ha avuto largo campo a manifestarsi in questi contratti, che appaiono come la efflorescenza suprema di tutto ciò che vi è di più malsano e di più dannoso nel mondo degli affari; ma nella fretta di demolire si è dimenticato che i contratti a termine adempievano ad una funzione la quale ha pur bisogno di estrinsecarsi. Delineare in brevissimi tratti la funzione dei contratti differenziali, ecco la ragione di questo scritto e di tutte le difese che non vogliano essere inutilmente apologetiche.

 

 

A vero dire, l’esame sarà ristretto ai contratti a termine sulle merci in genere, sia perché contro di questi si appuntano più generalmente le critiche del mondo non solo degli studiosi, ma dei produttori, e sia perché noi abbiamo nei risultati dell’inchiesta tedesca sulle borse riassunti egregiamente dallo Pfleger un’ampia miniera di fatti, la quale sola può fornirci lume nella nostra ricerca[ii]. È questa l’unica grande inchiesta contemporanea la quale abbia discusso a fondo l’intricato argomento, ed una breve disamina del suo contenuto non potrà riescire discara al lettore italiano il quale ha visto, non è guari, elevarsi proposte di abolizione dei contratti differenziali.

 

 

I contratti a termine non sono sorti contemporaneamente per tutte le merci, ma sono stati adottati laddove le condizioni economiche esterne lo richiesero e quando appariva ai commercianti necessaria una trasformazione della tecnica dei contratti per adattarsi alla trasformazione avvenuta nel commercio e nell’industria mondiale.

 

 

Una città la cui importanza nel mercato cerealicolo mondiale è ora diventata grandissima, Berlino, presenta spiccatissima la evoluzione delle varie forme commerciali e contrattuali che alle prime si innestano e ne sono il risultato. Al principio del nostro secolo la popolazione di Berlino si conteneva ancora entro limiti ristretti; ed alla sua alimentazione era ampiamente sufficiente la provincia di Brandeburgo; il trasporto dei cereali alla città si effettuava per mezzo di lunghe fila di enormi carri, lenti e pesanti, ai quali era impossibile di giungere contemporaneamente; il prezzo del grano oscillava in uno stesso giorno grandemente, con deviazioni molto più ampie e repentine di quelle che si manifestino attualmente sotto l’impero degli abborriti contratti a termine. Accadeva allora sul mercato di Berlino ciò che ora forma il fenomeno consuetamente osservato in tutte le regioni viticole d’Italia. I prezzi alti sul principio si abbassano a mano a mano che si stanca la pazienza del piccolo proprietario, il quale ha bisogno di vendere subito le uve, per pagare le tasse, soddisfare i creditori, e non può trasformarle in vino per la mancanza, quasi universale nelle piccole aziende, degli attrezzi necessari. Difettava allora la organizzazione nel mercato berlinese, come difetta attualmente nell’Italia colligiana, per le difettose vie di comunicazione, per la moltiplicità dei mercati locali, per la poca capacità di assorbimento dei grandi mercati consumatori. In una siffatta condizione erano unicamente conosciuti i contratti a contanti, i quali non impedivano le enormi fluttuazioni dei prezzi, perfino del 50 per cento, secondo afferma il testimone Kochhenn, e, nonostante la loro pretesa benefica influenza, spesse volte il mercato rimaneva ingombro di cereali invenduti, perché non era possibile allora ai proprietari di calcolare i variabili bisogni di esso e non eransi ancora costituiti quei meccanismi perfezionati che attualmente sanno scontare le influenze momentanee al rialzo ed al ribasso e sostituire una linea uniformemente ondulata ai bizzarri contorcimenti di prima.

 

 

A poco a poco però, col crescere della popolazione più, non bastò il ristretto mercato della finitima provincia ai bisogni della capitale, e nuove e più ampie regioni furono chiamate al inviarvi i loro cereali.

 

 

Fra il proprietario della Slesia, della Pomerania, del Posen, della Prussia occidentale ed il commerciante di Berlino una terza persona comparve come intermediario: il commerciante locale il quale comprava dai proprietari i cereali ad un prezzo stabilito nell’autunno o nell’inverno, pagava loro una caparra e vendeva per mezzo della polizza di carico i cereali comprati al commerciante berlinese, che li dovea ricevere nella primavera. Il commerciante berlinese poi pagava subito una quota del grano comprato al commerciante locale; su di esso si riversava la somma dei rischi, perché dovea sopportare le eventualità dei ribassi; gli speditori delle provincie potevano invero ritenere la caparra pagata quando egli non volesse più ricevere i cereali, e potevano, in caso di inopinato rialzo, consegnargli derrate di minor valore, stancheggiarlo con ritardi giustificati dalle avverse condizioni delle vie acquee.

 

 

È naturale che il ceto dei commercianti berlinesi sopportasse di mala voglia la propria inferiorità di fronte ai commercianti ed ai proprietari delle provincie i onde, quando la rete ferroviaria verso il 1840/60 si estese per tutta la Germania, e la città di Berlino divenne centro, non più soltanto del mercato cerealicolo cittadino, ma di un mercato inteso a trasportare i cereali sovrabbondanti delle grandi proprietà della Germania orientale verso le contrade densamente popolate delle provincie renane, i commercianti berlinesi si sottrassero all’obbligo dell’ anticipato pagamento di una parte del prezzo, ed alla compra incerta della polizza di carico sostituirono la compra a futura consegna per un tempo determinato, e con condizioni precise e tali da non lasciar sorgere abbagli sulla qualità della merce da consegnarsi.

 

 

Sorgeva così nella sua forma, non ancora disciplinata da regolamenti di Borsa, il contratto a consegna futura, da cui si svolse poi naturalmente il contratto a termine quale è oggidì praticato dappertutto dove il mercato si è allargato, trasformandosi da locale in nazionale e poi da nazionale in mondiale.

 

 

Alle due uniche scadenze primitive, primavera ed autunno, si aggiunsero a poco a poco le scadenze nei punti intermedi fino a giungere alla moderna fisionomia dei contratti a termine con liquidazione mensile o quindicinale.

 

 

Grazie alle estese e perfezionate comunicazioni ferroviarie e telegrafiche Berlino diventava il primo mercato del mondo per la segala, e col meccanismo sapiente dei contratti a termine riuscì a regolare i prezzi anche su tutte le altre piazze, adattando le variazioni dei prezzi alle oscillazioni nei depositi già esistenti e nei raccolti futuri e solamente previsti. È naturale che una trasformazione così gigantesca nei metodi commerciali abbia vantaggiato alcune classi della popolazione ed abbia arrecato danni, forse irreparabili, ad altri. Danneggiati furono certamente i commercianti delle regioni di piccola proprietà, i proprietari di queste stesse regioni, ed i mugnai ad acqua, lavoranti le derrate altrui per una mercede fissa in denaro od in natura. I commercianti minori potevano, per la conoscenza esatta del mercato locale e dei suoi bisogni, fare grassi guadagni quando non eravi pericolo che i risultati dei raccolti in provincie od anche in regioni lontane del globo facessero oscillare i prezzi in guisa non prevista; i contadini, ignoranti del “ero stato dei prezzi e bisognosi di denaro, erano obbligati a cedere i loro prodotti al commerciante locale, il quale appariva così come il vero dominatore in quella struttura commerciale, precisamente come anche oggi nelle colline italiane i piccoli viticoltori sono lasciati in balia dei mediatori locali, i quali possono spesso, con un lavoro non sempre proficuo, procacciarsi immeritati e larghi guadagni. L’allargamento del mercato portò un gravissimo colpo a questo ceto. Incapaci di prevedere le variazioni dei prezzi e per gli scarsi capitali inabili ad esercitare una larga e profonda influenza su di essi, i commercianti delle regioni a piccola proprietà andarono a poco a poco scomparendo, precipitando numerosi specialmente nelle epoche di crisi e di variazioni nei prezzi prodotto da circostanze esterne e lontane.

 

 

Scomparvero e non furono sostituiti. Il grande commerciante non credette di poter rivolgere le sue cure a paesi dove migliaia di piccoli proprietari potevano solamente rendergli quantità meschine di derrate e disadatte a servire di oggetto delle contrattazioni a termine. I piccoli e medi proprietari vengono così, per opera delle condizioni nuove della produzione e delle forme contrattuali che ne sono la conseguenza, posti nella impossibilità di smerciare sempre ed in modo sicuro le loro derrate sovrabbondanti; ed in altro motivo si aggiunge alla già lunga e dolorosa catena di cagioni, la quale ci fa presagire la ineluttabile scomparsa della piccola proprietà, almeno nei luoghi dove le condizioni peculiari della cultura e dello strumento produttivo non la rafforzano nella lotta contro la agricoltura industriale moderna.

 

 

La rovina dei piccoli commercianti ed agricoltori trasse con sé quella dei mugnai, i quali esercitavano l’industria loro secondo i metodi antichi, valendosi semplicemente delle meschine ed intermittenti forze della natura e venivano pagati in natura o con una mercede fissa. La macinatura oramai è divenuta una complessa e grandiosa industria la quale ha bisogno di potenti capitali e di grandiosi macchinismi a vapore o ad elettricità per poter continuamente e senza interruzione lavorare grandi quantità di cereali, adattando le farine, con opportune cernite e mescolanze, al vario gusto dei consumatori ed ai molteplici usi a cui la farina può essere fatta servire.

 

 

A tale ampia cerchia di intenti la antiquata macinatura a vento o ad acqua non poteva bastare, ed oramai essa si regge soltanto nei luoghi dove la economia rurale è improntata ancora ad un carattere patriarcale e promiscuo, come nelle regioni di piccola proprietà; ed è votata anch’essa ad una graduale scomparsa insieme colla piccola cultura di cui è un prodotto.

 

 

Della scomparsa dei Rappresentanti di queste forme antiquate di produzione, di commercio e di industria, in conseguenza delle mutate condizioni economiche ed anche dei mercati a termine, l’osservatore imparziale non deve dolersi, siccome di fenomeno ineluttabile e contro cui è vano lottare con artificiose barriere doganali o con disposizioni proibitive delle nuove forme contrattuali. Della scomparsa dei piccoli commercianti non vorrà dolersi chi pensi come essi rappresentino in una delle sue peggiori forme lo sfruttamento usuraio della ignoranza e del bisogno; e della rovina dei piccoli mugnai non potrà lagnarsi chi abbia letto le rivelazioni della commissione tedesca per la statistica del lavoro, secondo cui ad un ozio snervante nei tempi di siccità sussegue un lavoro deleterio e continuo perfino di 24 ore al giorno[iii]. La grande industria e la organizzazione metodica e regolare del commercio e della produzione spingono con forza ineluttabile ed ognora crescente alla rovina la piccola gente, che vede solo la sua ancora di salvezza nella produzione dissociata e patriarcale; potrà forse questo parere un danno per chi rimpianga le vecchie forme produttive ed a cui paia dannosa e non benefica alla società la moderna trasformazione agraria ed industriale; ma nessuno, che con spassionato animo osservi lo svolgersi della vita attuale, potrà applaudire al tentativi di conservazione dell’antico, proibendo le forme contrattuali le quali sono unicamente la estrinsecazione delle necessità nuove economiche.

 

 

I contratti a termine, se hanno potuto affrettare la scomparsa di ceti sociali diventati incompatibili colla moderna organizzazione industriale, hanno reso e rendono ancora molteplici servizi ed adempiono a finzioni imperiose e necessarie.

 

 

Nell’ultimo ventennio si è prodotta una gigantesca trasformazione delle condizioni della produzione e del commercio delle derrate e delle merci tutte. Le agevolate comunicazioni ferroviarie, i miti noli hanno permesso ai prodotti delle regioni americane, australiane ed indiane di venire sui vecchi mercati europei a muovere concorrenza ai nostri. Questa trasformazione nella produzione e nel commercio ha reso necessaria una corrispondente modificazione sia dei contratti che delle varie operazioni commerciali costituiscono la espressione giuridica. L’importatore da lontani paesi di segala o grano, dalla Russia, dall’America, dall’Australia o dalle Indie, di cotone dagli Stati Uniti o dall’Egitto, di lana dalla Plata o dall’Australia, di caffe` dal Brasile, da Giava o dalle Antille, non può comprare la merce la quale deve solo giungergli dopo parecchio tempo e talvolta, per le vicende dei raccolti e della temperatura, dopo parecchi mesi, assumendo su di sé il rischio delle possibili oscillazioni dei prezzi. A siffatto rischio non potrebbero resistere le case più potenti per capitali e per abilità commerciale; poche fluttuazioni nei corsi non prevedute sfollerebbero il mercato degli importatori e porrebbero in forse la alimentazione di un intiero paese. Nessuna società di assicurazioni e ha finora tentato mai questo rischioso e pericoloso genere di affari.

 

 

Occorre trovare, per necessità imperiosa delle cose, un’altra forma di assicurazioni la quale fosse meglio adatta alle mutevoli condizioni del mercato; e sorsero i contratti a termine.

 

 

Prima di accettare le offerte del lontano produttore indigeno, l’importatore nazionale cerca di coprirsi con la vendita a termine di una quantità corrispondente a quella offertagli. Sicuro per tal modo di poter vendere ad un determinato prezzo la sua merce con un equo profitto commerciale, egli compra dal produttore indigeno. Non è però egli obbligato, e nella maggior parte dei casi non ha intenzione di consegnare effettivamente la propria merce alla scadenza del termine; egli osserva le condizioni del mercato e se queste gli sono specialmente propizie in qualche luogo, ivi vende a contanti la merce comprata, e compensa poi la propria vendita a termine con una corrispondente compra per lo stesso termine. Per mettere chiaramente in luce la necessità e la utilità imperiosa della assicurazione per mezzo dei contratti a termine è utile riportare una breve discussione avvenuta davanti alla Commissione tedesca sulle borse.

 

 

Il testimone Horwitz, commerciante in cereali di Amburgo, racconta il seguente fatto (Volume delle testimonianze, pag. 2459): “Un mio amico (l’affare è già vecchio) aveva ricevuto in consegna da un commerciante della Slesia 100 tonnellate di grano, quando si facevano ancora in Amburgo affari in grano. Contemporaneamente un suo concorrente aveva ricevuto in consegna la stessa quantità della medesima derrata. Quando giunsero le lettere in di carico il mio amico pensò: secondo l’andamento normale del viaggio, il battello deve giungere in Amburgo al principio di maggio. Il prezzo per maggio/giugno è di lire 150. Io vendo e mi assicuro il prezzo, il quale è rimuneratore; il mio committente ne sarà certamente contento.

 

 

Il suo rivale invece è avversario degli affari a termine, e dice: io non vendo ora, ma aspetto finché arrivi il battello. Quando questo giunse il prezzo era ribassato di 25 marchi. Il mio amico vendette il grano a contanti 5 marchi in di più del termine, perché la qualità era buona, ossia a 130, e compensò il termine a 125. Il suo concorrente, il quale non aveva voluto vendere a termine, vendette a 125, con uno scapito di 25”[iv].

 

 

Il membro della Commissione Gamp si rivolge al testimone e gli domanda: “Il vostro amico avrebbe provato lo stesso sentimento di gioia pel buon affare conchiuso, se egli si fosse rammentato che i 25 marchi dovevano essere sborsati da altre persone e che forse un artigiano, un impiegato, in un piccolo proprietario fondiario ha dovuto pagare questa differenza, assumendosi il rischio del vostro amico, e perciò una famiglia è caduta nella in miseria?

 

 

Il testimone rispose con ragione che il commerciante non deve fare simili considerazioni. “Ragionando nell’istessa guisa si potrebbe coll’egual diritto in conchiudere alla immoralità dell’assicurazione contro gli incendi, perché in conseguenza di un fuoco accidentale potrebbe venir danneggiato nel suo dividendo un artigiano, il quale per caso è azionista della società di assicurazione contro gli incendi”.

 

 

Perché possa effettuarsi il trasferimento immane e gigantesco di merci che avviene nel mondo economico moderno, è necessario diminuire i rischi provenienti dalle oscillazioni sui prezzi; essendo possibile riuscire nell’intento solo coi contratti a termine, questi nell’origine loro e nella loro necessità economica trovano la propria giustificazione. Chi voglia proibire i contratti a termine perché rappresentano solo, nella quasi totalità dei casi, un gioco sulle differenze, dimentica che i contratti conchiusi dagli importatori, economicamente necessari, sono pur essi eseguiti, nella enorme maggioranza dei casi, con una compensazione delle differenze, e non colla consegna effettiva delle merci. Come si vuole e si può distinguere fra questi casi necessari e contro cui nulla varrebbero i fulmini del legislatore, ed i casi di gioco? Sarebbe necessario fare il processo delle intenzioni ed affidare ad un commissario dell’onniveggente Governo (eletto da coloro stessi che delle perfezionate forme di industria e di commercio più si giovano) l’incarico di sondare le fortune particolari degli operatori. Ricadiamo nel Governo paterno, e nulla dimostrare se ne senta davvero il bisogno.

 

 

I fabbricanti anch’essi si giovano dei contratti a termine. La industria moderna, è oramai risaputo, si adatta sempre meno alle vecchie forme del piccolo artigianato, pago di una rimunerazione consuetudinaria e di un ristretto campo d’azione; essa va ognora più ingrandendo, e gli enormi capitali in essa impiegati e le numerose maestranze hanno bisogno di un compenso e di una rimunerazione fissa e non oscillante a seconda delle variazioni dei corsi. I proprietari di grandi mulini a vapore con perfezionate macchine in acciaio, di cotonifici, ecc., non possono, dopo comprata la materia prima della loro industria, esporsi a vedere il prezzo del prodotto compito oscillare a seconda delle variazioni del mercato del cotone, del grano, della lana. La grande industria moderna non potrebbe reggere a siffatti rischi. Il fabbricante perciò, dopo aver comprata la materia prima, il cotone ad esempio, rivende il prodotto compito, i filati, contemporaneamente ad un prezzo superiore di quanto è necessario per rimborsarsi delle spese della trasformazione industriale ed ottenere il profitto pei capitali impiegati. Egli si riserva di vendere poi effettivamente i filati dove siano più propizie le condizioni del mercato, salvo a compensare la vendita a termine con una compra per la medesima scadenza.

 

 

Non è chi non veda come il miglioramento introdotto nel meccanismo degli scambi giovi grandemente alla stabilità dell’industria ed al benessere degli operai.

 

 

Non sono forse più possibili gli smodati guadagni, compensati poi ad usura dalle repentine perdite: il profitto del capitale industriale si avvicina a poco a poco ad un livello uniforme, noto a tutti, e tendente a diminuire col progredire continuo della capitalizzazione; e gli operai veggono la loro condizione rassodata e meno esposta agli ozi forzati e lunghi, che sono caratteristici dei paesi con agricoltura estensiva e con artigianato cittadino. L’anarchia della produzione, oggetto di tante lamentazioni durante il nostro secolo, scompare per dar luogo ad una organizzazione nuova; la produzione è fatta in previsione del futuro bisogno e sconta già le condizioni del consumo ancora non compiuto.

 

 

Discussioni vivacissime si sono fatte rispetto alla efficacia dei contratti a termine sulle condizioni dei produttori delle materie prime, ossia degli agricoltori. Abbiamo già visto come essi agevolino la rovina dei piccoli proprietari, togliendo loro la possibilità di smerciare le piccole quantità prodotte; ed abbiamo già osservato come sia vana l’opposizione artificiosa alla loro scomparsa. I grandi proprietari, i quali producono quantità tali da poter essere negoziate in borsa, possono, colle vendite a termine, giovarsi delle momentanee condizioni dei mercati per trovare conveniente smercio ai propri prodotti; ed in realtà è stato dimostrato come la partecipazione di essi ai contratti differenziali sia attivissima.

 

 

A Berlino sono noti i nomi dei mediatori i quali contrattano a termine per conto dei Junker della Germania orientale, e le loro contrattazioni esercitano una notevole influenza sul corso dei prezzi. Quando gli agricoltori comprano a termine, è evidente che il raccolto è scarso, ed essi, in previsione degli alti prezzi futuri, vogliono guadagnare sulle differenze, comprando ai prezzi miti anteriori; vendono invece quando il raccolto è abbondante, e vogliono assicurarsi gli alti prezzi correnti prevedendone il ribasso. Solo questo fatto basta a dimostrare senz’altro come la grande agricoltura moderna capitalistica debba giovarsi dei contratti a termine, e questi esercitino in sostanza una azione largamente livellatrice sul corso dei prezzi, scontando nel presente le condizioni produttive future.

 

 

A due argomenti principali si appoggiano i rappresentanti dei grandi agricoltori i quali sono avversari accaniti dei mercati a termine. I venditori a contanti desiderano naturalmente che i prezzi siano alti, e sono perciò speculatori al rialzo; i venditori a termine invece desiderano di potersi coprire ad un prezzo più basso, e speculano al ribasso, danneggiando per tal modo l’agricoltura, che degli alti prezzi si vantaggia.

 

 

Alla argomentazione specifica ha finemente replicato il Pfleger, ponendo il problema nei suoi termini veri ed esatti: Nei contratti a contanti la speculazione al ribasso avviene egualmente: coloro che credono i prezzi correnti troppo alti non comprano ed aspettano; nei mercati a termine invece chi crede eccessivi gli attuali prezzi vende a termine ad un prezzo minore[v]; alla cessazione delle compre succedono così le vendite al ribasso; la sostanza permane, solo mutata di forma e sussidiata dai molteplici mezzi offerti dal credito; ed è ragionevole credere che meglio valga la lotta palese ed evidente fra le varie tendenze al ribasso ed al rialzo, che non la aspettazione neghittosa, la quale può far supporre la mancanza di un mercato pure esistente.

 

 

In secondo luogo è detto dagli agricoltori avversari dei contratti a termine che la enorme quantità di contratti puramente fittizi agisce come una immane forza deprimente sul corso dei prezzi, che vengono spinti al ribasso. La offerta viene, nei periodi speculativi, decuplicata, onde repentine oscillazioni e subiti ribassi nei prezzi delle merci. In fondo a tale asserzione stanno due errori: è erroneo supporre che tutti gli speculatori, estranei al ceto delle persone che si occupano di una merce speciale professionalmente, siano ribassisti; il Crump ha dimostrato, colla sua pratica larghissima del mondo delle Dorse, che il pubblico dei privati, i così detti outsiders, sono normalmente speculatori al rialzo; la speculazione al rialzo impaurisce le menti degli speculatori occasionali, i quali non sanno mai trarre pro dalle momentanee tendenze al ribasso di un titolo o di una merce. Essi invece si precipitano sui titoli o sulle derrate che tendono ad aumentare, lottando per assicurarsi una parte dello sperato miglioramento nei prezzi[vi]. Il secondo errore consiste nel credere che i contratti a termine abbiano realmente spinto i prezzi al ribasso. I testimoni interrogati dalla Commissione tedesca di inchiesta delle Borse non si sono trovati per nulla d’accordo, e mentre alcuni attribuivano il verificarsi del ribasso del prezzo di una merce ai contratti a termine, altri invece li esaltavano, perché li credevano cagione dell’aumento nei corsi di un’altra merce. Non è possibile per ora vedere da quale parte stia la ragione, essendo logicamente assurda la opinione di chi dalla concomitanza di due fatti conclude affermando l’uno di essi causa dell’altro. È stato ad evidenza dimostrato però che le oscillazioni dei corsi dei prezzi, dopo la introduzione dei contratti a termine, sono diventate più uniformi e frequenti e nello stesso tempo molto meno rapide e profonde; e se di ciò, per la ragione predetta, non è possibile attribuire il merito ai contratti a termine, è ovvio ad ogni modo che essi almeno non sono colpevoli di aver prodotto il fenomeno opposto, come da tanti era stato asserito. Forse ambedue i fatti, i contratti a termine e l’andamento più regolare dei prezzi, sono il risultato di una medesima causa: voglio dire della tendenza del mondo economico moderno a prevedere la domanda futura in misura sempre più larga e ad adattarvi preventivamente la produzione, in guisa da impedire i subiti squilibrii fra la domanda e l’offerta, e le contorsioni repentine dei prezzi sul mercato.

 

 

Se non è stato per nulla dimostrato che i contratti differenziali a termine nuociano agli agricoltori e si è osservato come spesso essi ne traggono indubbio vantaggio, che cosa dovrà dirsi rispetto alla speculazione a termine del pubblico estraneo alla produzione ed al commercio di una determinata derrata? Qui occorre distinguere: i capitalisti e le case bancarie possono vantaggiosamente impiegare ed impiegano tuttodì i loro capitali disponibili per mezzo dei contratti differenziali, giovandosi del meccanismo dei riporti; e la loro partecipazione è spesso utile ai commercianti che desiderano conservare i propri depositi in previsione dei rialzi futuri ed a cui fanno difetto i necessari capitali; facendosi riportare dai capitalisti o dai banchieri, egli ottiene i mezzi per poter mantenere la sua posizione fino al momento propizio; i banchieri dal canto loro trovano nel riporto un sicuro compenso ai capitali che altrimenti dovrebbero rimanere inoperosi; ed è certo che i riporti, alla pari degli sconti, sono alla società più vantaggiosi che non gli investimenti in titoli degli Stati ed in speculazioni avventate. Una splendida dimostrazione se ne ebbe nel 1881 all’Havre. Gli anni precedenti erano già stati favorevoli al raccolto del caffè; il 1881 poi fu testimone di un raccolto straordinariamente abbondante; mentre le altre piazze importatrici di caffè, Amburgo, Londra, Anversa, Marsiglia, aveano ristrette le loro importazioni, i commercianti dell’Havre invece, troppo fidenti nella potenzialità del consumo, comprarono enormi quantità di caffè; alla fine del raccolto all’Havre si possedeva un enorme deposito di 1,400,000 balle.

 

 

I commercianti impotenti ad esitare le loro merce e bisognosi di denaro per far fronte ai propri impegni, erano obbligati a disfarsene a prezzi infimi; una terribile crisi stava per scoppiare. La piazza dell’Havre fu salvata dalla introduzione dei contratti differenziali a termine e dall’aiuto prestato da capitalisti i quali permisero ai commercianti di conservare i propri depositi mediante il lucro ritratto dai successivi riporti. Dopo d’allora, ed in causa dei contratti a termine, l’Havre crebbe grandemente d’importanza come mercato del caffè, e le altre piazze poterono opporsi con successo alla sua fortunata concorrenza solo quando, dopo lunga opposizione dei commercianti tenacemente attaccati agli antichi sistemi, si decisero ad adottare i contratti a termine nelle loro borse. L’esempio riportato prova quanto sia utile l’intervento nelle contrattazioni di borsa del capitale potentemente organizzato ed adoperato in quei momenti in cui se ne sente più vivo il bisogno per le necessità reali del commercio, e ci indica anche dove stia il vizio dell’intervento dei privati e la fonte delle rovine accumulate sulle spalle dei disgraziati speculatori occasionali. Quando la speculazione è condotta da persone le quali non conoscono profondamente il titolo o la merce su cui si specula, è vano sperare che essa possa loro essere feconda di guadagni. Tutti coloro che hanno studiato l’organismo degli affari di borsa sanno benissimo come il privato estraneo, privo dei capitali necessari e della estesa e lunga pratica che deriva soltanto dall’abito professionale, invano tenti di ottenere dei profitti in borsa; esso è votato irrimediabilmente alla rovina, e solo può riescire a rendere più gravi e più dolorose quelle crisi che scoppiano ad intervalli regolari nella produzione e nel commercio. I frequentatori della borsa hanno affermato davanti alla Commissione tedesca che il pubblico estraneo prende parte agli affari a termine sulle merci solo nei tempi in cui gli affari volgono propizi e la speculazione spinge al rialzo; il fatto era stato osservato dal Crump nella Borsa di Londra e spiega i lamenti ed i clamori sorti contro le speculazioni differenziali ed i contratti a termine. E evidente però che di queste dolorose rovine di capitalisti, di famiglie intiere, non sia colpevole il meccanismo dei contratti a termine, e che la speculazione si sarebbe rivolta in altre direzioni ove questa via le fosse rimasta preclusa, come ci dimostrano le crisi immobiliari italiane, i fasti del Panama in Francia, le pazze costruzioni ferroviarie negli Stati Uniti, e le dilapidazioni dei capitali inglesi avvenute nelle repubbliche americane.

 

 

Alla legislazione ed al Governo in siffatte materie incombe il dovere, non già di togliere la fonte occasionale del male con una proibizione assoluta, ma di impedire che gli inavveduti ed in genere il pubblico non professionale si lasci attirare a cuor leggero nelle speculazioni a termine. I rimedi a questa come ad ogni altra manifestazione dello spirito speculativo si devono trovare nella sollecita punizione degli inganni, degli incitamenti ai giochi di borsa, nella larga pubblicità data alle negoziazioni di borsa, e più di tutto nella crescente diffusione delle cognizioni nel pubblico degli speculatori, la quale potrà solo persuadere questi della vacuità delle loro speranze nei subiti guadagni in virtù del gioco.

 

 

Sorti come espressione giuridica di nuovi rapporti economici, i contratti a termine hanno esercitato alla lor volta sulla economia moderna una influenza larga e svariata e sono improntati a quei caratteri di utilità e di necessità economica, i quali rendono inutili e vane tutte le proibizioni legislative. Essi hanno affrettato la scomparsa di forme economiche vecchie e non più rispondenti ai bisogni della tecnica moderna, ed hanno offerto nuovo mezzo di speculazioni infeconde al capitale, il quale ansiosamente cerca una occasione di impiego senza che il suo possessore abbia una estesa e larga conoscenza dei mercati da cui spera trarne pingui guadagni. Conviene rammentare però, di fronte a questi risultati, dolorosi per alcune classi della popolazione, la benefica azione spiegata rispetto ad altri ceti, gli importatori, i grandi fabbricanti ed anche i grandi agricoltori, i quali rappresentano più spiccatamente le nuovissime forme della economia contemporanea. Con essi si è fatto un nuovo e gigantesco passo verso la organizzazione unitaria e regolata della produzione; il distacco fra le condizioni della offerta e della domanda è diventato meno frequente: la anarchia individualistica e sregolata della produzione e della circolazione, intorno a cui tante lagnanze si sono elevate, va cedendo a poco a poco il posto, per magistero paziente delle cose e non degli uomini, alla previsione del futuro ed all’adattamento sempre più sicuro della attività produttiva al consumo.

 

 

Nell’ultimo ventennio noi abbiamo assistito allo sbocciare ed al fiorire rapido e fecondo di nuove forme di vita economica: i sindacati industriali, le società cooperative di consumo e di produzione, le unioni industriali operaie, gli accordi fra padroni ed operai per fissare il prezzo del lavoro uniformemente per larghi distretti in proporzione al prezzo delle merci.

 

 

Noi non possiamo ancora prevedere con sicurezza quale trasformazione debbano preparare nella vita economica queste nuove forze; sappiamo solamente che esse operano silenziosamente e continuamente nel senso della combinazione, della associazione, sostituendo alla produzione sregolata un sempre migliore sfruttamento delle forze della natura per mezzo degli sforzi combinati dei molti; allo stesso risultato cooperano validamente i contratti a termine e dovrebbero per ciò meritare una più benevola considerazione da parte di coloro che studiano serenamente e senza preconcetti gli istituti economici.

 

 

Forse anch’essi sono destinati a scomparire alla loro volta; ma non già davanti alle avverse disposizioni di legge, ma per il sorgere di istituti nuovi che rendano inutile la funzione ora da essi adempiuta; ed è degna di meditazione profonda la scomparsa repentina dei contratti a termine nel petrolio dopo la costituzione della Standard Oil Company, la quale accentrava la produzione e lo smercio del petrolio nel mondo incivilito; e mano a mano che si accentreranno sotto un’unica direzione anche gli altri rami di produzione, scomparirà la necessita di regolare per mezzo di negoziazioni a termine il trasferimento delle merci attraverso ai vari gradini della produzione e dello smercio, e della scomparsa dei contratti a termine allora nessuno potrà ragionevolmente dolersi.

 

 



[i] Cfr. nella Riforma Sociale, vol. V, lo studio del prof. Umberto PIPIA: Contro i contratti differenziali.

[ii] Borsenreform in Deutschland. Eine Darstellung der Ergebnisse der detschen Borsenenquete von Franz Josef PFLEGER un Ludwig GSCHWINDT. II. Die Produktenborse. – Stuttgart, Cotta, 1896.

[iii] L’11,1 per cento nei tempi di attivo lavoro secondo l’Erhebung uber die Arbeitszeit in Getreidemuhlen nelle Drucksachen del Kommission fur Arbeiterstatistik. Erheb, n. 4, pag. 63. Berlino, Carl Heymanns.

[iv] Si sostituisca alla figura del commissionario quella dell’importatore che deve comprare a prezzo fisso dal produttore indigeno e deve perciò, per non rimetterci del proprio, rivendere la merce comprata al medesimo prezzo e si avrà il caso moderno. L’inchiesta tedesca ha dimostrato come la figura del commissionario vada scomparendo.

[v] PFLEGER, Borsenreform in Deutschland, pag. 118.

[vi] Arturo CRUMP, The Theory of Stock Exchange Speculation. – L’opera del Crump è stata tradotta nella quarta serie, volume II, parte seconda della Biblioteca dell’Economista.

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