Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

A vantaggio di chi i nuovi biglietti?

«Corriere della Sera», 3[1], 8[2] e 12[3] dicembre 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 925-933

 

 

 

I

 

È necessario non aumentare la circolazione

 

Il prof. Attilio Cabiati ha indirizzato all’«Avanti!» una lettera dalla quale risulterebbe che sia già stata decisa a Roma una nuova abbondante emissione di biglietti di banca, che dagli esempi addotti parrebbe poter persino attingere alla cifra di tre miliardi di lire. La cifra ha un aspetto un po’ vistoso e non sembra verosimile; ma l’annuncio del proposito è degno di nota.

 

 

Per ora sarebbe prematuro un commento: poiché non si sa se il proposito sia già attuato o quanto meno destinato a tradursi in atto. L’«Avanti!», a cui la lettera del Cabiati era stata scritta, fa lo scandalizzato e protesta contro «le manovre del capitalismo siderurgico tendente a riversare sulle spalle della nazione il peso della sua incapacità industriale» gittando altresì «un immediato grido d’allarme contro qualsiasi disegno inteso a gettare, con doni o con prestiti garantiti dagli istituti di emissione, altri frammenti del patrimonio nazionale nelle patriottiche fauci dei baroni della siderurgia».

 

 

Lettera e grido d’allarme sono stati indirizzati e gittati da un ben cattivo pulpito. Subito sotto il «grido» si legge un bolso manifesto della direzione del partito socialista, in cui col pretesto di difendere il proletariato contro il balzello sulla fame, ossia contro il timido tentativo di avvicinare un po’ di più il prezzo al costo del pane, si provoca e si vuole precisamente un aumento della circolazione. Questi tristi retori protestano di non volere l’aumento della circolazione e il rincaro della vita: ma di fatto danno opera assidua a questo scopo, quanto e più dei «baroni della siderurgia». E sarebbe interessante sapere perché i pretesi difensori del proletariato abbiano lasciato all’on. Salvemini la cura di chiedere spiegazioni in parlamento su di un recente spettacoloso aumento dei dazi protettivi sulle automobili. A parole, essi gridano contro i biglietti esuberanti e contro i dazi protettori; ma sono sempre disposti ad acquetarsi agli uni e agli altri quando ciò paia favorevole agli interessi immediati dei loro elettori.

 

 

Tuttavia, l’annuncio di un imminente o già avvenuto vistoso aumento della circolazione merita di essere commentato per se stesso, all’infuori del partito che ne possono trarre coloro che di fatto provocano e vogliono aumenti altrettanto pericolosi della medesima circolazione.

 

 

In primo luogo, la circolazione è già enorme e va crescendo. Cifre precise ed attuali non se ne possono dare; ma non si deve essere lontani dal vero asseverando che la circolazione totale odierna deve oscillare tra i 22 e i 23 miliardi di lire. Tutte le chiacchiere sull’ondata dei prezzi al ribasso, sul calo dei prezzi del frumento e del carbone all’origine, sul ribasso del cambio resteranno chiacchiere finché la circolazione non si ridurrà di qualche cosa o almeno non si stabilizzerà . È vero che la circolazione effettiva non tocca i 22 miliardi, perché parecchi miliardi di biglietti stanno nascosti nei materassi dei contadini o nei ripostigli dei cittadini per la paura del bolscevismo e per salvarsi dalla persecutoria e pazza politica tributaria del governo. Ma fossero anche 5 o 6 questi miliardi nascosti di biglietti, quel che resta è d’avanzo per spiegare gli alti prezzi, la prodigalità nello spendere e il cambio alto.

 

 

Ciò che sovratutto turba il mercato è la probabilità che lo straripamento di tutta questa carta cresca ancora. Purtroppo, in fatto di carta-moneta, cosa fatta capo ha. Non credo vi sia stato in Italia nessun giornale così tenacemente avverso come il «Corriere» ad ogni aumento della circolazione. Cassandra inascoltata, esso non ha cessato dal principio della guerra di opporsi alle nuove emissioni e di chiedere buone imposte e buoni accertamenti a lunga portata. Non se ne fece nulla: si preferì e si preferisce tuttora il metodo delle sciabolate tributarie e dei pasticci che fruttano subito, ma per ripercussione aumentano le spese dello stato e inaridiscono le fonti dell’imposta futura. E siccome il futuro di ieri è il presente d’oggi, siamo sempre al punto di prima, con sempre nuove necessità di emissioni cartacee.

 

 

Il guaio è che sulla china dei biglietti è quasi impossibile od almeno difficilissimo e pericolosissimo tornare indietro. Ridurre la circolazione vuol dire ridurre i redditi ed i prezzi; e coloro i quali cianciano con leggerezza inescusabile di ritornare in 5 o 10 anni dai 22 miliardi d’oggi ai 3 miliardi d’anteguerra o anche ai 6 o ai 9 del tempo della guerra guerreggiata, non sanno quel che si dicono. Come potranno i cittadini pagare 15 miliardi di imposte quando il loro reddito complessivo tornasse ad essere di 15-20 miliardi di lire buone? Le possono pagare oggi, perché il reddito nazionale tocca gli 80-100 miliardi annui di lirette piccole; non lo potrebbero se, rivalutandosi la lira, prezzi e redditi si restringessero. Lo stato dovrebbe dunque sicuramente fallire: né creditori, né impiegati potrebbero essere pagati. Dovrebbero fallire altresì molte industrie di fronte a prezzi calanti; e le sopravviventi avrebbero dovuto sostenere una lotta a coltello con le masse operaie per costringerle a salari monetari uguali ad un terzo o ad un quinto dei salari attuali.

 

 

No, tornare indietro non si può se non attraverso ad una crisi che una elementare prudenza di governo consiglia di evitare. Bisogna raggiungere una situazione d’equilibrio sulla base attuale di prezzi e di circolazione. Basterebbe del resto fermarsi, inspirare all’interno ed all’estero fiducia sulla stabilità delle condizioni attuali per vedere il cambio scendere, perdere parecchio dell’attuale asprezza dovuta in parte al timore di peggio. Il malanno vero è la sterlina oscillante fra 50 e 110. Se essa si stabilizzasse sulle 50, niente di male. Si commercia e si lavora e si produce e si vive altrettanto bene a prezzi alti come a prezzi bassi, colla sterlina a 50 come colla sterlina a 25. I prezzi sono puri nomi esteriori. Se i redditi si sono tutti innalzati in proporzione, i prezzi alti non fanno né freddo né caldo.

 

 

Ma per ritrovare l’equilibrio occorre fermarsi. Ripetiamo ogni momento questo porro unum et necessarium della nostra vita economica. Né avanti, né indietro, per ora, nella circolazione. Fermarci, stabilizzarci, porre un termine al circolo vizioso del cane che si vuol mordere la coda e gira a vuoto. Ritrovare l’equilibrio.

 

 

Dicono che, se non si aumenta la circolazione di qualche miliardo, l’industria non potrà pagare le imposte, mancherà di capitale circolante per i salari e le materie prime e vi saranno fallimenti i quali, una volta cominciati, come una valanga trarranno a precipizio l’economia nazionale.

 

 

Sulla impossibilità dell’industria di pagare le imposte non ho dubbi. Soltanto gente dottrinaria e demagoghi senza costrutto potevano supporre che sul serio lo stato potesse farsi pagare imposte balorde come quelle messe su da un anno a questa parte, le quali supponevano che i contribuenti tengano il mucchio dei quattrini nel sacco, mentre l’hanno investito in macchine, edifici, migliorie, merci ecc. Si pigli lo stato il mucchio dei mattoni e delle ferramenta e la faccia finita con le sue pretese senza capo né coda!

 

 

Quanto ai fallimenti non provocati dalla sciagurata politica tributaria dello stato è un altro paio di maniche. Essi sembrano una esagerazione evidente salvo casi particolari, i quali devono essere ben lungi dal richiedere miliardi. Ci sono tante altre vie da tentare, prima dell’extrema ratio dell’aumento della circolazione. Se c’è un’azienda male in gambe con 100 o con 500 milioni di capitale, svaluti il capitale a 20 od a 100, lo annulli, se occorre, trasformi le obbligazioni ad interesse fisso in azioni di preferenza; si costituisca tra banche ed imprese consorelle un consorzio di salvataggio. Ma che lo stato, ossia i contribuenti debbano intervenire con biglietti, questo è un voler inciprignire la cancrena. Forse però si tratta di pure dicerie; deve parlare il governo e chiaramente, cosicché il giudizio possa essere fondato e maturo.

 

 

II

 

Biglietti emessi a vantaggio della siderurgia?

 

L’on. Salvemini scrive sul «Secolo» un articolo in cui dice molte cose giuste, ma di cui la conclusione è profondamente sbagliata:

 

 

«Noi non sappiamo quale è la situazione complessiva del nostro bilancio; i provvedimenti presentati in occasione del disegno di legge sul pane non sono sufficienti; l’aumento del prezzo del pane è l’ultima ratio a cui si ricorre dopo esaurito ogni altro espediente ed il governo non dimostra che questi altri espedienti siano davvero tutti esauriti. Troppo si spende per l’amministrazione civile; gli impiegati, anziché scemare di numero, divengono una legione sempre più folta e scontenta. Si spendono 5 miliardi invece di 960 milioni e si cresce la falange dei ribelli contro lo stato. Bisogna perciò puntare i piedi e rifiutarsi di votare l’aumento del prezzo del pane, se prima lo stato non avrà cominciato la riforma della burocrazia».

 

 

L’on. Salvemini vorrà consentirmi di dirgli aperto che questo ragionamento non è logico od almeno soffre di quella speciale forma di logica che anche egli aborre ed è quella a cui si inspirano troppe teorie demagogiche.

 

 

Avere un piano regolatore, organicamente ideato, il quale ci dia la fiducia che a scadenza di un dato numero di anni l’equilibrio fra entrate e spese sarà conquistato è certo un nobile desiderio; ma all’attuazione di esso non bisogna subordinare l’esecuzione di quei propositi i quali, singolarmente presi, siano opportuni e necessari. Persino in Francia, la quale, tra tutti i paesi d’Europa, è quello dove il problema finanziario è stato affrontato con maggiore risolutezza, l’attacco in pieno non è avvenuto. Si è fatta la restrizione mentale che una parte delle spese dovesse essere sostenuta dalla Germania. Ipotesi di realizzazione incertissima, ma necessaria a farsi se si voleva dar coraggio al paese per sobbarcarsi ad 8-9 miliardi di imposte nuove. Dopo si vedrà che l’ipotesi era infondata; ma intanto il risultato di avvicinarsi al pareggio è stato ottenuto.

 

 

Da noi, se si volesse la garanzia, prima di fare un qualunque briciolo di bene, che tutto il bene sarà fatto; se si volesse essere sicuri che si ridurranno le spese militari all’equivalente dell’anteguerra; che si sfratteranno tutti i parassiti della burocrazia; che si liquideranno le iniziative inutili della stato; che si aboliranno le imposte cattive e si istituiranno quelle buone, non si farebbe mai nulla e si sarebbe sempre al punto di prima. Non ho risparmiato le critiche e ferocissime critiche contro il disegno sul pane; ritengo pessime quasi tutte le imposte in esso congegnate, salvo quella sul vino; reputo insufficiente il rialzo proposto di prezzo. Ma non per questo dico: deve respingersi anche quel modesto avvicinamento all’onestà, alla sincerità ed alla giustizia che è la proposta di fissare il prezzo del pane al livello del costo di produzione interno. È poco; ma è meglio del nulla di prima.

 

 

Ed è, sovratutto, un passo sulla via giusta. Il rialzo del prezzo del pane, sono dolente di doverlo ricordare anche all’on. Salvemini, non è una imposta nuova od il rialzo di una imposta preesistente. Parlare in questo caso di imposta è veramente un non senso. Si ha imposta quando il cittadino viene obbligato a pagare alcunché allo stato per far fronte alle spese di ordine generale. Qui si tratta invece di sopprimere un sussidio, di far cessare una spesa che lo stato sopporta, ossia che lo stato fa sopportare ai contribuenti mercé quella vera e dannosissima imposta che è il torchio dei biglietti a stampa. Il rialzo del prezzo del pane non è un’imposta; è un’economia, è la cessazione o la diminuzione della più ignominiosa specie d’imposta esistente, quella la quale cresce il costo della vita a tutte le classi di cittadini, è cagione di incertezza nelle transazioni commerciali, di alea e di inquietudine nelle industrie, ossia l’alto od oscillante cambio.

 

 

L’on. Salvemini si è reso benemerito, obbligando il governo a confessare il suo proposito di aumentare la circolazione a vantaggio della siderurgia. Egli non vuole che si aumenti il costo della vita col pretesto di salvare operai ed industriali siderurgici; ed ha ragione e io lo lodo per la sua onesta campagna. Ma la continuazione del sussidio ai consumatori di pane è altrettanto ingiusto e dannoso alla collettività , ai consumatori, all’assestamento del paese. Con altrettanta logica dell’on. Salvemini, un protezionista siderurgico potrebbe dire: perché cominciare da noi? Facciamo un piano, eliminiamo la burocrazia, riduciamo l’esercito e poi si parlerà della siderurgia.

 

 

Certo, la riduzione della perdita sul pane non risolve tutto il problema finanziario italiano; ma lo risolve in parte, il che è già qualcosa. La eliminazione completa di quella perdita toglierebbe la cagione di rimprovero maggiore che gli stranieri fanno al nostro governo: quello di debolezza dinanzi alla prepotenza bolscevica e di prova provata che l’Italia è un paese destinato alla dissoluzione. Toglierci di dosso, anche in parte, questa macchia è, per se stesso, un enorme vantaggio. Fatto questo, la battaglia per il risanamento sarà appena cominciata. Bisognerà insistere che le spese per l’esercito, ridotte dal luglio 1919 al luglio 1920 da 617 a 357 milioni di lire, che quelle per la marina, scemate da 36,6 a 16,1, e quelle per le colonie, diminuite da 149,2 a 77,7, si riducano vieppiù. Bisognerà dar battaglia affinché le spese dei ministeri civili non seguitino a crescere, come han fatto per ben 204,9 milioni in quel solo mese. Saranno altre buone ed utili battaglie; e il pareggio del bilancio nascerà appunto da vittorie ottenute ad una ad una nei più diversi campi, con pazienza, coraggio civile ed assenza di preoccupazioni elettorali. Ma la vittoria completa, assoluta, conseguita mercé un piano sapientemente preordinato, è una chimera. In politica è l’aspirazione perenne di coloro i quali non vogliono far nulla. L’on. Salvemini ha il dovere di non imbrancarsi tra questi ultimi.

 

 

III

 

350 milioni e non 3 miliardi

 

Oggi in principio di seduta il ministro del tesoro ha fatto alla camera e poi al senato un’importante dichiarazione intorno all’aumento della circolazione, di cui recentemente si è molto discusso nella pubblica stampa, e un po’ anche nel parlamento. Questa volta il ministro è stato più esplicito. Egli ha negato che l’aumento fosse di 3 miliardi; e ha precisato in 350 milioni l’aumento dell’esposizione della Banca d’Italia e del consorzio per sovvenzioni su valori industriali, nell’interesse di ogni forma di industrie, compresa quella delle costruzioni navali e dei trasporti marittimi. Ha aggiunto non essersi dato alcun affidamento per operazioni di maggior conto per l’avvenire, salvo le richieste che i commerci e le industrie potessero presentare per soddisfare ad ulteriori necessità: richieste che gli istituti sono liberi di accettare o non accettare.

 

 

In sostanza il ministro ha riconosciuto che un aumento ci fu; che esso per ora è limitato, per ciò che riguarda i prestiti alle industrie, a 350 milioni; che potrà aumentare in avvenire, se gli istituti lo crederanno opportuno; e che a questo aumento il governo in linea di massima non ha alcuna obiezione da fare.

 

 

Le dichiarazioni del ministro del tesoro sono soddisfacenti perché affermano che nessuno pensa a finanziare le industrie allo scopo di salvare gli operai dalla disoccupazione. Emettere biglietti a questo scopo vorrebbe dire crescere il costo della vita di tutti allo scopo di produrre merci non richieste dal consumo, ossia merci inutili o a costi eccessivi. Che il governo e gli istituti di emissione siano persuasi che questa sarebbe una insigne follia, è fatto confortante.

 

 

I dubbi rimangono su alcuni punti:

 

 

  1. Oltre ai 350 milioni di biglietti emessi in più (l’aumento di esposizione vuol probabilmente dire infatti aumento di circolazione) per sovvenzioni alle industrie, non è aumentata la circolazione per altri motivi, qualunque siano? Gli ultimi dati conosciuti sulla circolazione totale sono i seguenti:

 

 

Milioni

Banca d’Italia-20 novembre

15.268

Banco di Napoli-31 ottobre

3.308

Banco di Sicilia-10 novembreTotale istituti di emissione

716

19.292

Biglietti di stato

2.300

Totale….21.592

 

 

Sarebbe davvero augurabile che i dati sulla circolazione totale fossero pubblicati con maggior sollecitudine per poter tenere dietro alle variazioni di un fenomeno così importante.

 

 

  1. È pacifico il criterio esposto dal ministro, che gli istituti di emissione possano accogliere le domande di sconti e prestiti quando queste siano giustificate dalle necessità dell’industria e legittimate dal credito dei richiedenti e dalla situazione propria? Indubbiamente sì  , quando le operazioni di sconto siano fatte senza ricorrere ad aumenti di circolazione a corso forzoso. In tal caso, bastano le garanzie date dal buon credito dell’impresa richiedente il mutuo e dall’interesse dell’istituto di emissione di non sospendere il cambio a vista dei biglietti.

 

 

Ma in regime di corso forzoso, tali garanzie non bastano. Normalmente è necessario osservare un’altra regola fondamentale: non conceder credito, neppure alle industrie meritevoli, quando per far ciò sia necessario ricorrere ad aumenti di circolazione. Naturalmente, questa è una regola generale, alla quale si possono apportare eccezioni. Ma altro è partire da questa regola, come si fa negli Stati uniti, in Inghilterra e dappertutto nei paesi a circolazione sana, e consentire, in casi specialissimi, limitate e ragionate eccezioni; e altro è partire dalla regola opposta, a cui pare inspirarsi il governo italiano. Col sistema nostro ufficiale si va dritto dritto all’inflazionismo cartaceo.

 

 



[1] Con il titolo Marcare il passo [ndr].

[2] Con il titolo O tutto o niente [ndr].

[3] Con il titolo Aumento di circolazione e prestiti all’industria [ndr].

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