Abbondanza di danaro ed elemosine di stato

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/11/1924

Abbondanza di danaro ed elemosine di stato

«Corriere della Sera», 6 novembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 866-870

 

 

 

Il primo documento ufficiale intorno alla situazione finanziaria italiana, che leggo dopoché una malattia ha interrotto per due mesi la mia collaborazione al «Corriere» è il discorso dell’on. De Stefani ai ragionieri adunati a congresso a Trieste. Alla fine il ministro sentì il bisogno di far notare che egli aveva «pesato» le sue parole e che, se queste non volevano essere «un segnale d’allarme», erano però «un doveroso richiamo».

 

 

Richiamo a chi? La lettera del discorso parrebbe rispondere: coloro i quali chieggono nuove spese, immemori della fatica durata a far quasi scomparire il disavanzo, smaniosi di espansioni economiche, di lavori pubblici, di indebitamenti cosidetti produttivi, dimentichi dell’insegnamento forse più eloquente del dopo – guerra in Italia e fuori d’Italia: essere vano sperare il rifiorimento dell’economia privata e della finanza pubblica dai grandi programmi di spese statali a sedicente incremento dell’economia nazionale; ed essere invece la rigida, dura politica del pareggio ad ogni costo la premessa perentoria della ricostruzione economica del paese.

 

 

È probabile che il ministro abbia voluto ammonire i progettisti forse vicinissimi a lui e tanto più pericolosi quanto più vicini ed amici, di nuove spese e di programmi ricostruttori. Ma io amo, ritornando su un pericolo che segnalai su queste colonne fin dall’aprile scorso, trarre dalle parole dell’on. De Stefani un ammonimento più concreto e meno generico.

 

 

Non a caso le uniche cifre ricordate dal ministro nel suo discorso sono state le seguenti, che riproduco sotto forma di tabella, poiché siano più persuasive (in milioni di lire):

 

 

Somme assorbite dallo stato per imposte, tasse e accensioni di debiti

Di cui, assorbite con accensione di debiti

1921-22 

22.993

7.040

1922-23 

20.447

3.237

1923-24 

16.913

– 1.087

Primo trimestre del 1924-25 

3.647

– 347

 

 

Che cosa dicono queste cifre? Che la pompa dello stato ha agito con vigoria decrescente negli ultimi quattro anni. Nel 1921-22 lo stato chiese ai cittadini ben 22.993 milioni e poiché essi non glie li poterono dare tutti con le sole imposte, fu d’uopo che fossero, oltre le imposte, assorbiti ben 7.040 milioni del risparmio nazionale. Nel 1922-23 le cifre sono 20.447 e 3.237. I contribuenti pagano imposte maggiori, ma poiché lo stato chiede meno, i debiti diminuiscono. Nel 1923-24 e nel primo trimestre del 1924-25 la situazione è invertita: lo stato, chiedendo sempre meno all’economia privata, le imposte bastano a coprire tutte le spese pubbliche e ne avanza tanto da poter rimborsare debiti per 1.087 e per 347 milioni rispettivamente. Il che non vuol dire che ci sia stato un avanzo di altrettanto; poiché, se ho capito bene, queste cifre fotografano semplicemente una situazione di cassa e lasciano da parte i residui passivi di spese impegnate, ma non ancora erogate. Qualunque sia la situazione di competenza, sta di fatto che lo stato era prima un formidabile concorrente di tutti coloro, i quali avevano bisogno di danaro per impianti industriali ed elettrici, migliorie tecniche ed agricole, costruzioni di linee ferroviarie, ecc. Si può dire che, a causa della concorrenza statale, le nuove iniziative industriali, commerciali ed agricole fossero fino alla fine del 1922 pressoché impossibili in Italia; laddove oggi sono agevolate dalla circostanza che lo stato da richiedente si è trasformato in offerente di risparmio. Restituendo le somme prese a prestito dianzi, lo stato cresce le disponibilità di danaro sul mercato. Tutto il risparmio nazionale è divenuto così disponibile per gli industriali, le società anonime, i commercianti, gli armatori.

 

 

Parrebbe, ragionando alla buona – e qui vengo al promesso concreto richiamo – che la nuova situazione determinatasi pel mercato monetario dovesse diminuire la pressione delle industrie sul pubblico erario. Se tante migliaia di milioni sono ora liberamente offerti dal risparmio privato, quale bisogno c’è, per le banche e per le industrie, di chiedere danari in prestito allo stato? Non bastava ai privati bisognosi di danaro dir grazie allo stato che non si presentava più come loro concorrente e si era fatto anzi egli stesso offerente di risparmio?

 

 

Eppure, non solo è accaduto che certi industriali chiedessero danari in prestito allo stato, ma sembra continuino a chiederne tuttora. È questo il fatto più preoccupante della situazione economica del momento attuale e giova insistervi perché il malanno non cresca. S’intende, che quando parlo di prestiti chiesti da privati allo stato, passo sopra alla forma e guardo alla sostanza. Formalmente lo stato non fa mutui a privati industriali; sostanzialmente obbliga gli istituti di emissione e segnatamente la Banca d’Italia a tenere in piedi un ente artificioso chiamato «Consorzio per sovvenzioni su valori industriali», distinto in due sezioni, ordinaria ed autonoma, il quale ha per iscopo di mutuar danari ai malati, storpi, gobbi e guerci dell’economia italiana.

 

 

Alla fine del 1923 si ebbe la rivelazione che non solo la sezione ordinaria del consorzio aveva mutuato 5.718 milioni di lire, ma che la sezione autonoma si era caricata di ben 3.306,4 milioni di immobilizzazioni, ovverossia mutui a privati di incerto o lontanissimo realizzo. L’accertamento del fatto parve talmente spaventoso, che il ministro delle finanze volle fosse pubblicato in data 1 gennaio 1924 un decreto-legge con cui vietava alla sezione autonoma, ossia a se stesso, di fare alcuna nuova operazione, consentendole solo di «compiere sistemazioni in corso e già impegnate al 31 dicembre 1923». Tuttavia, al 30 settembre di quest’anno 1924, le operazioni della sezione ordinaria pare si aggirino sui 600 milioni e, sovratutto, la sezione autonoma ha aumentato il suo debito verso gli istituti di emissione da 3.306,4 a 4.051,9 milioni di lire. 1 700 milioni di aumento sono tutti dovuti al «compimento» di sistemazioni già impegnate al 31 dicembre 1923? Speriamolo, sebbene un informatissimo pubblicista discorra di un nuovo salvataggio bancario, fortunatamente non grande, il quale sarebbe però al proprio bis.

 

 

Ad ogni modo, si tratti di «compimenti» di salvataggi antichi o di nuovi salvataggi, è necessario che sulla faccenda si faccia maggior luce. È enorme che con tanta abbondanza di danaro, si senta il bisogno da taluni industriali o banche o altri privati qualsiasi di chiedere a mutuo allo stato ben 700 milioni di lire nei soli primi nove mesi del 1924. Perché, lasciando stare da parte la forma legale, questi milioni sono proprio chiesti allo stato, ossia ai contribuenti. Lo Stringher non è certamente uomo da mutuare neppure un centesimo di questi 700 milioni, a rischio dell’istituto che ha il mandato, assolto con ogni prudenza, di bene amministrare. Se li ha mutuati, ciò è accaduto solo perché vi è stato obbligato dallo stato e perché lo stato gli ha consentito di emettere, per far fronte ai mutui, altrettanti biglietti e gli ha promesso di indennizzarlo delle perdite sicure con il condono, chiamato eufemisticamente «accantonamento», dei tre quarti della tassa di circolazione sui medesimi biglietti. Dunque è certo che i mutui sono fatti coi danari dei contribuenti ed è altrettanto certo che la perdita derivante dai mutui andrà a carico dei contribuenti, i quali dovranno pagare tante imposte di più, quanto meno frutterà la tassa di circolazione dei biglietti sino al 31 dicembre 1930. Ed è certo altresì che il danno dei cittadini italiani non si limita al pagare maggior copia di imposte; poiché se il cambio rimane insolitamente alto o, quel che veramente conta, ha una certa tendenza ad inasprirsi, ciò è dovuto in parte, non si sa quanto grande, alla ridondanza dei biglietti emessi per far fronte ai mutui del consorzio. La carta cattiva pesa sul mercato e fa diminuire il valore del biglietto ed è uno dei fattori del rincaro della vita.

 

 

Chi sono dunque questi malati, storti, gobbi e guerci a cui furono mutuati 4.052 milioni di lire dei contribuenti e dei consumatori italiani? Sani non sono per fermo, poiché, ripeto, in tanta abbondanza di danaro, ogni persona seria, la quale eserciti commerci od industrie con criteri sensati, è sicura di trovare banche e casse disposte a mutuargli quanto danaro gli occorre nei limiti della sua capacità di credito.

 

 

Come si è fatta la scelta tra i malati? Pubbliche polemiche hanno messo in chiaro come i creditori e gli azionisti della Banca italiana di sconto forte si lagnino di non essere stati aiutati dall’on. Belotti, a spese del consorzio, ossia dei contribuenti e dei consumatori, nella stessa misura in cui invece si fu, sotto il presente regime fascista, larghi di aiuto al Banco di Roma. Furono questi due soli i banchi aiutati? e dietro di essi chi stava? Chi erano i debitori dei banchi, a cui il salvataggio di questi, consentì di scaricare su altri le proprie operazioni sbagliate? Non è pericolosissima questa rissa tra gli aspiranti al salvataggio; e quale educazione economica si può attendere da una politica la quale fa sperare a banche, ad industriali, a speculatori in genere di tenere per sé gli utili delle operazioni buone e di scaricare sullo stato le perdite di quelle cattive? Quale macchina terribile di sospetti di corruzione politica dico «sospetti» perché questi sono inevitabili ed importa evitarli con cura meticolosa, forse tanto quanto la realtà della corruzione – non è questo malaugurato consorzio! Perciò urge la pubblicità massima su ciò che è avvenuto, affinché tutti possano in seguito controllare se il male non vada crescendo, che nessun nuovo cliente sia ammesso nell’ospizio statale dei malati o dei furbi della banca e dell’industria e che la piaga aperta nel vivo dell’economia nazionale con la istituzione del consorzio sia chiusa definitivamente.

 

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