Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La Stampa

Abolire il dazio sul grano

«La Stampa», 19 agosto 1900[1]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 367-370

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 207-210[2]

 

 

 

È noto come il dazio sul grano sia sorto in Italia.

 

 

Fu in seguito ad una santa crociata capitanata dal senatore Rossi, l’industriale laniero di Schio, il quale, avendo desiderio di ottenere dei dazi sui suoi manufatti di lana, si mise, a raggiungere lo scopo, a capo di una lega agraria per l’imposizione di un dazio sul grano che allora in grande abbondanza si riversava in Italia dai porti del Mar Nero e dell’America e faceva rinvilire i prezzi sul mercato interno.

 

 

La cosa può parere strana; ma è così.

 

 

Gli agrari, capitanati da un industriale, ottennero dall’accorto Magliani, – che andava in cerca di imposte allegre e desiderate per tappare gli ancora invisibili buchi del suo bilancio, – il dazio sul grano, e, come compenso per la disinteressata opera di apostolato e di guida, consentirono che i manufatti di lana e di cotone esteri fossero gravati da un forte dazio di importazione.

 

 

Chi pagò le spese di questo contratto fu, come al solito, il consumatore.

 

 

Il dazio era dapprima di 3 lire. Ma coll’andar del tempo l’appetito cresce ed a poco a poco gli agrari ottennero di vederlo cresciuto prima a 5 lire poi a 7,50.

 

Il reddito per il governo che prima era tenue, ora si aggira intorno ai 30 milioni di lire in media all’anno.

 

 

Data questa condizione di cose è evidente che ogni proposta di abolizione del dazio sul grano debba incontrare una vivissima opposizione nelle sfere governative e nelle file degli agricoltori. Come farebbe il governo a riparare alla falla di 30 milioni aperta nel suo bilancio?

 

 

Il problema è grave certamente. Ma l’abilità degli uomini di stato italiani deve in questo momento essere appunto quella di adottare dei provvedimenti i quali audacemente segnino una nuova via e siano fecondi di grandi benefizi in un futuro che sarà molto prossimo. Non è con delle meschine riduzioni di pochi centesimi sul caffè o sul grano che si può sperare di aumentare i proventi dell’erario coll’aumento del consumo.

 

 

Solo col ridurre e di molto i dazi sugli oggetti di prima necessità, si può sperare che il consumo degli oggetti di lusso relativo cresca sensibilmente in guisa da riparare le perdite dell’erario. Noi siamo convinti che, a non lungo andare, se fosse abolito il dazio sul grano, modificate in senso più mite le tariffe doganali, e ridotti di un terzo i dazi sul caffè, petrolio e zucchero, i consumi aumenterebbero per modo che l’erario si troverebbe in guadagno e non in perdita. Così fece l’Inghilterra in giorni non meno foschi di quelli attraversati ora dall’Italia, quando lo stato sembrava vicino al fallimento e il popolo tumultuava spinto dalla fame, e se ne trovò bene. Perché l’Italia non dovrebbe ottenere un risultato altrettanto se non forse più splendido di quello avuto in Inghilterra, date le energie di iniziativa e di lavoro che esistono da noi?

 

 

La riduzione progressiva del dazio sul grano, specie se coordinata ad altri provvedimenti di finanza, potrebbe essere un eccellente affare per l’erario dello stato. Forse si dovrebbero superare delle strettezze momentanee. Ma non a queste guarda l’uomo di stato veramente degno di tal nome, bensì ai risultati benefici finali, che non potranno essere molto remoti.

 

 

Coll’abolizione del dazio sul grano lo stato compirà un’opera di giustizia sociale e di progresso economico.

 

 

Il dazio sul grano ha questo di diverso da un’altra imposta; ad esempio dalla tanto criticata imposta sul macinato, la cui abolizione parve una così mirabile cosa a coloro medesimi che si affrettarono a sostituirle il dazio sul grano pochi anni dopo.

 

 

Che per ogni lira tolta al contribuente dall’imposta sul macinato, dall’imposta fondiaria o di ricchezza mobile, o sul sale, ecc., entra una lira nelle casse dello stato; mentre lo stato introita il dazio sul grano solo sui quintali di grano che entrano dall’estero, ed i consumatori pagano circa 8 lire di più al quintale, tanto il grano introdotto dall’estero, quanto quello prodotto dall’interno. In definitiva il consumatore paga una duplice imposta: una visibile, allo stato, di 30 milioni all’anno, per il grano estero consumato all’interno; ed un’altra invisibile, superante certo il centinaio di milioni, ai proprietari nazionali di terre a grano, i quali vendono il grano prodotto. Escludiamo dal conto i numerosissimi piccoli e medi proprietari, i quali mangiano il grano che producono ed a cui il dazio non fa né caldo né freddo.

 

 

Lo stato ha il dovere di fare cessare la enorme ingiustizia che gli italiani debbano pagare un tributo ingentissimo, invisibile, non per scopi di utilità pubblica, ad un piccolo manipolo di grandi proprietari di terre a grano.

 

 

È una vera irrisione dire che col dazio sul grano si protegga l’agricoltura nazionale e che questa debba andare in rovina quando il dazio sia abolito. Su una produzione agricola annua di 5 miliardi di lire, il grano rappresenta a mala pena 800 milioni, calcolato al suo valore attuale artificialmente alto a causa del dazio. Di questi 800 milioni, la metà è consumata dai medesimi produttori e solo la metà va sul mercato e si giova del dazio.

 

 

Si può forse onestamente sostenere che un regalo fatto a quest’infima minoranza degli agricoltori italiani equivalga a proteggere la terra nostra?

 

 

Non solo non la protegge ma la danneggia. Perché il giorno in cui ci saremo decisi ad abolire il dazio sul grano, noi potremo ottenere dalla Russia, dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dai paesi balcanici delle tali riduzioni di dazi sui nostri vini, olii, agrumi, frutta, ecc., che un immenso slancio verrà dato all’agricoltura perfezionata e progressiva italiana.

 

 

Quando il dazio sarà abolito, gli agricoltori italiani si scoteranno un po’ dalla tradizionale inerzia e faranno ciò che tanti anni di protezione non li hanno indotti a fare: mutare i metodi culturali, perfezionarli per resistere alla concorrenza straniera, emulare quello che taluni loro compagni cerealicultori hanno già fatto, purtroppo in numero troppo esiguo.

 

 

Nella lotta è la vita; e quegli agricoltori che si rifiutano di lottare coll’estero e non vogliono pagare le imposte, se un’altra imposta gravissima non è messa a loro beneficio sul grosso dei consumatori, meritano di andare in rovina e senza rimpianto.

 

 

Quando noi chiediamo l’abolizione del dazio sul grano, noi vogliamo dunque compiere un’opera di giustizia, senza la quale nessuno stato vive a lungo; ed un’opera di progresso economico.

 

 

Le classi dirigenti italiane devono persuadersi della necessità di fare qualche rinuncia, se vogliono evitare in futuro danni peggiori. Tanto più la rinuncia deve essere facile, quando si fa getto di un vantaggio le cui origini sono impure e che nulla può giustificare dinanzi agli austeri dettami della giustizia della economia sociale.



[1] Con il titolo Perché si deve abolire il dazio sul grano [ndr].

[2] Con il titolo Perché si deve abolire il dazio sul grano [ndr].

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