Accertamenti

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 28/12/1944

Accertamenti

«Risorgimento liberale», 28 dicembre 1944

 

 

 

Non può esistere un buon sistema d’imposte se esso non è accompagnato da un buon sistema di accertamento della materia soggetta alla imposta. A che vale formulare un ottimo piano di imposta, se poi non conosciamo i redditi od i capitali che debbono essere tassati? L’imposta italiana sul reddito complessivo del contribuente è, ad esempio, per quanto riguarda il congegno tecnico della progressività delle aliquote, forse la più ben costruita del mondo; ed è solo da lamentare che, per la fretta e per non aver voluto ricorrere a qualche matematico-economista, non si sia applicato lo stesso metodo ad altre imposte progressive, ad esempio quella successoria. Il guaio non sta nella tecnica, ma nel difettoso accertamento.

 

 

Vorrei, qui, illustrare un principio che mi pare essenziale. Come è, forzatamente, complicata la definizione esatta della materia dell’imposta, così è complicata la materia degli accertamenti. La complicazione moderna della economia moderna la divisione del lavoro, i rapporti aggrovigliati fra impresa e impresa e fra diversi rami della stessa impresa hanno fatto si che non sia assolutamente possibile rispondere in poche parole a domande come: a quanto ammontano il reddito, il capitale investito, le spese di produzione, le spese generali, le spese di ammortamento ecc. ecc. di questa o di quella ditta, alle quali, ancora cinquant’anni fa, sembrava si potesse dare una risposta semplice. Le definizioni sono complesse, condotte da ragionieri, da ingegneri, da agronomi periti nei singoli rami dell’attività economica. In tutti i paesi del mondo, i trattati relativi alle imposte, anzi ad una sola imposta, come quella sui terreni o di ricchezza mobile diventano sempre più voluminosi; i moduli da riempire più intricati e lunghi e talvolta incomprensibili ai contribuenti. Non c’è rimedio all’inconveniente. La vita economica da patriarcale diventa ogni giorno più intricata; e le imposte debbono adattarsi alla complicazione.

 

 

Direi che l’accertamento sia oggi dominato da due tendenze: la prima delle quali si è la necessità di rinunciare a chiedere al contribuente dichiarazioni su fatti che egli spesso non è in grado di apprezzare e la seconda la convenienza di interessare il contribuente a dichiarare i fatti che egli solo conosce. Quindi, da un lato accertamenti compiuti da corpi tecnici su dati medi, oggettivi, generali, sicché al contribuente non si chiedono se non notizie di carattere esterno, oggettivo (quanti operai avete? quanti fusi? quanti telai? quanti kilowatt consumate? e simili); e dall’altro lato tassazioni automatiche tali che al contribuente il quale non voglia lasciarsi trattenere, suppongasi, il 50% sul reddito dei suoi titoli al portatore non rimanga altra via se non correre a denunciarli per essere esente, se egli è un povero diavolo, od essere tassato all’1, al 2, al 5 od al 10 per cento, se egli è un modesto redditiero.

 

 

Quando si parla però di buoni accertamenti, compiuti da organi tecnici periti o con congegni automatici, si intende parlare di accertamenti relativi alle grandi imposte permanenti sui redditi, sui patrimoni sulle successioni, quelle che fanno l’ossatura del sistema tributario, quelle a cui presiede l’amministrazione delle finanze, con i suoi uffici delle imposte dirette o del registro.

 

 

Oggi, noi ci troviamo in una situazione peculiare. La macchina fiscale esiste: e dovrà a poco a poco essere perfezionata. Non si improvvisano però nuovi ragionieri, nuovi agronomi, nuovi ingegneri capaci di fare buone stime; e, sovratutto, non si improvvisano in un momento nel quale i migliori tra i giovani intendono a battaglie dure per la salvezza del paese. Del resto, il lavoro permanente degli accertamenti, se vuol essere fruttifero, non può non essere un lavoro paziente, a rendimento non vicino. Frattanto, le spese crescono, le entrate stentano a seguirle da lontano e la materia imponibile muta dimensioni e natura di giorno in giorno.

 

 

I vecchi contribuenti, quelli il cui nome figura sui ruoli delle imposte, non sono probabilmente tra coloro i cui redditi sono aumentati. Coloro che avevano case, terre, negozi, industrie al sole, non di rado sono stati danneggiati da bombardamenti, od hanno avuto i redditi vincolati da leggi; o tirano la vita coi denti come gli impiegati ed i percettori di redditi fissi. Il reddito nazionale sta passando in misura imprecisabile ma non irrilevante, a favore di nuove classi. Quando si vedono sulla strada, a una certa ora del giorno, i ragazzini contare i pacchetti dei biglietti da 20 e da 50 messi insieme a lustrare le scarpe; quando si contempla sulle pubbliche piazze lo spettacolo degli esercenti il piccolo mercato nero, piccolo per la scarsa quantità della roba negoziata e grosso per i biglietti da mille scambiati, quando si sente dire che, per non perder tempo, si usa «pesare» i biglietti invece di contarli, vien fatto di chiedere: e chi li conosce, chi li accerta i nuovi redditi?

 

 

Non certo l’amministrazione delle finanze è il corpo adatto alla bisogna. Se noi sguinzagliamo i procuratori alle imposte dietro ai profittatori del mercato nero, agli arricchiti del fascismo, a tutta la fungaia di mediatori, arruffoni, mezzani, ruffiani, a tutti coloro i quali nelle città stanno attorno a soldati ed ufficiali per cercare di aver parte del loro soldo e così arricchiscono a danno del ceto medio, dei vecchi redditieri, dei lavoratori autentici delle fabbriche, degli impiegati, dei pensionati, dei proprietari soggetti a vincoli, noi roviniamo l’amministrazione e procacciamo al tesoro un danno futuro di cento, per incassare oggi dieci. Se v’ha regola sicura per aumentare alla lunga le entrate dell’erario è questa: aboliamo le peggiori delle imposte vecchie e concentriamo i nostri sforzi nel perfezionamento e nella applicazione di quelle buone. Tutto ciò che distrae i funzionari tributari dal lavoro normale è una perdita secca per l’erario. Ogni imposta nuova aggiunta alle antiche significa perdita di milioni per il tesoro.

 

 

Tuttavia, non si può lasciar sfuggire al tributo i contribuenti transitori del momento o dell’immediato passato. Se vi furono profittatori del fascismo, non debbono cavarsela solo perché l’accertamento delle imposte è una materia delicata, nella quale solo i periti hanno ragione di metter bocca. Mi dicono che i ragazzini lustrascarpe non di rado vanno a casa la sera con almeno 500 lire al giorno di incasso: oggetto di invidia per direttori generali, alti magistrati, valorosi generali, a non parlar della sconsolata folla dei pensionati. Se codesti guadagni sono veri, faccio il conto ed a 500 lire al giorno constato un reddito di 180.000 lire all’anno. Come far pagare le 16.812 lire d’imposta che costoro dovrebbero pagare per la sola imposta complementare progressiva sul reddito? Nessun procuratore alle imposte, con i suoi accertamenti, contestazioni, iscrizioni a ruolo riuscirà mai a far pagare codesti rispettabili contribuenti, a tacer di quelli o quelle, che, per l’industria esercitata, rispettabili non sono. Sento parlare di commissioni di popolo, commissioni di villaggio, di rione cittadino. Forse non c’è altro da fare, per giungere tempestivamente addosso a questa genia. Purché non si tratti di un lavoro addossato al ministero delle finanze. Questi potrà imprestare ad un ente separato provvisorio qualcuno dei suoi funzionari di accertamento, tra i più apprezzati per fiuto delle persone e attitudini investigative. Forse converrebbe dare a mutuo all’ente i componenti il corpo della polizia tributaria, il quale in un buon sistema di imposte permanenti, dovrebbe quasi scomparire per intiero. Se le commissioni popolari di villaggio o di rione saranno veramente composte di probi viri, dei «buoni uomini», dei vecchi nostri statuti municipali potranno fare del buon lavoro. Purché non si cada nelle informazioni dei portinai, delle cameriere e simili, purché tra i componenti non manchi il giudice conciliatore, il parroco, il sindaco del luogo, l’operaio stimato dai compagni per la sodezza del giudizio, c’è speranza che un po’ della ricchezza fluida, che oggi si riforma e domani scompare riesca ad essere devoluta a pubblico vantaggio. Memore degli scarsi risultati di tutte le finanze rivoluzionarie, sono scettico sui frutti in lire, soldi e denari. Il frutto maggiore dovrebbe essere quello morale. Bisogna dare l’impressione viva che gli illeciti arricchimenti del passato e gli improvvisati arricchimenti dell’oggi non sfuggano al dovere tributario. Fa d’uopo al tempo stesso non distogliere i funzionari e i periti delle finanze dal buon redditizio lavoro normale. Non è facile navigare con successo tra questi due scogli opposti. Perciò bisogna incoraggiare al bene coloro i quali hanno la responsabilità dell’operare.

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