Accordi economici internazionali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/09/1925

Accordi economici internazionali

«Corriere della Sera», 18 settembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 475-479

 

 

 

La proposta di una conferenza economica internazionale presentata dal signor Loucheur alla assemblea della Società delle nazioni merita di essere seguita con la più viva simpatia. Bene ha fatto il signor Loucheur a limitare per ora la proposta a quella della istituzione di un comitato preparatorio il quale dovrà studiare i metodi concreti con cui attuare l’idea feconda. La materia è tale che la semplice enunciazione del principio non basta a produrre risultati apprezzabili. Ne fa testimonianza l’insuccesso del signor Wilson, quando volle fare adottare come uno dei punti fondamentali della pace l’abolizione degli impedimenti che prima del 1914 frastornavano la libertà internazionale degli scambi. Consentirono le potenze alla accettazione del principio; perché troppo manifesta era la connessione tra il proibizionismo doganale e lo scoppio della guerra mondiale. In un mondo in cui ogni nazione presume di far da sé ed industriosamente allontana i prodotti stranieri dal territorio nazionale, allo scopo di far vigoreggiare la industria interna, questa diventa ben presto, laddove le condizioni economiche sono propizie, troppo potente per contentarsi del mercato interno e bisognosa di conquistare mercati stranieri. E poiché tutti o molti paesi si trovano nella medesima situazione, ognuno di essi guarda rabbiosamente all’altro, come alla causa per cui gli è tolto lo spazio al sole. Di qui le invidie e le gare all’accaparramento delle colonie, di qui l’apparenza di una necessità assoluta di allargare il proprio dominio politico per assicurare uno sbocco economico all’industria nazionale. Di qui la guerra.

 

 

Ma non basta porre correttamente la connessione tra esclusivismo economico e guerra ed enunciare genericamente il rimedio come fece Wilson, per risolvere il problema. Questo rimane in aria, ove non sorreggano precisi accordi per attuare il rimedio ed ove gli accordi non siano il frutto di accurate esperienze e di successivi adattamenti.

 

 

Errerebbe, ad esempio, chi credesse di potere, con un trattato universale, aprire le barriere protezioniste le quali separano paese da paese e, laddove la guerra fu condotta per abolire le cause della guerra, scavano ognora più profondi gli odii economici fra le nazioni. Affinché l’ideale libero scambista possa attuarsi su saldo fondamento, la Società delle nazioni compirebbe opera fecondissima se energicamente desse opera a togliere di mezzo alcune delle ragioni o dei pretesti che oggi dai protezionisti si invocano per giustificare le proprie richieste di dazio di proibizioni. In quasi tutti i paesi taluni industriali vanno a gara a lamentarsi ad esempio, non della concorrenza in genere dell’industria straniera, ma della concorrenza a sotto prezzo, o sleale, detta talvolta «dumping», con parola la quale significa appunto far gitto a vil prezzo di una merce pur di abbattere il concorrente. Dicono gli zuccherieri nostrani: «Noi potremmo resistere alla concorrenza “sana” dell’estero; non resistiamo alla concorrenza artificiale dello zucchero proveniente da stati, i quali concedono un premio all’esportazione, o con uno speciale regime fiscale o doganale tengono alti i prezzi all’interno per consentire ai proprii produttori di svendere all’estero». Lungo discorso ci vorrebbe per appurare il fondamento della querela, tanto più singolare in quanto la si vede mossa, con accento dappertutto uguale di indignata sincerità, nelle più diverse ed inaspettate contrade. Qui vediamo un punto specificamente adatto alla competenza della Società delle nazioni. Solo un organo tecnico internazionale potrebbe riuscire a formulare una convenzione la quale, al pari di quella, distrutta dalla guerra, di Bruxelles del 1902, sancisse il divieto per tutti gli stati di concedere premi palesi o larvati di esportazione, controbattesse con dazi, obbligatori per tutti gli stati, di ritorsione i premi concessi dagli stati non aderenti; appurasse, con inchieste imparziali, l’esistenza di premi privati concessi da consorzi o sindacati di produttori; ponesse limiti internazionali ai dazi protettivi, così da impedire che, all’ombra di questi, si organizzi lo jugulamento dei consumatori interni e la svendita all’estero. Convenzioni di questo tipo sono possibili, perché già attuate in passato. La Società delle nazioni le potrebbe rinnovare, perfezionare, generalizzare ad un numero maggiore di stati ed a un campo via via crescente di merci. Ed ecco così, non in forme utopistiche immediate, ma, col metodo sperimentale proprio degli organi vigorosi e sani, affermarsi un sistema di vincoli economici, atto a favorire l’uguaglianza di trattamento fra tutte le merci ed a rendere impossibile il ricorso alle follie del nazionalismo proibizionistico. Ecco a poco a poco il libero scambio diventare carne della carne di una legislazione internazionale, a cui nessun stato avrebbe interesse a sottrarsi.

 

 

Si potrebbero moltiplicare gli esempi di creazione di vincoli interstatali garanti della equità universale di trattamento doganale. Basti accennare alla vessata questione delle materie prime. Posta in maniera generale come un problema di equa ripartizione delle materie prime esistenti sulla superficie della terra fra le diverse nazioni è un problema utopistico e pericoloso, capace di mandare a picco la compagine delicata della Società delle nazioni. Taluno ha concepito invero il problema delle materie prime come quello del diritto delle nazioni povere ad approvvigionarsi a giusto prezzo di materie prime presso le nazioni che la natura ha sotto tale rispetto peculiarmente favorito. Chi stabilirà il «giusto» prezzo, necessariamente variabile di giorno in giorno a norma dei variabilissimi coefficienti di costo e di domanda, delle materie prime? Chi stabilirà il «giusto» contingente delle diverse nazioni? Ogni contingente fatalmente spinge alla inutilizzazione, se il prezzo «giusto» è più alto di quello che sarebbe prezzo di mercato, allo spreco, se il prezzo «giusto» è più basso; e basti all’uopo ricordare la guerra, con la spinta stravagante data allo spreco ed a consumi mai prima sognati a causa dei contingentamenti e dei tesseramenti. La giusta ripartizione di un momento diventa ingiusta nel momento successivo, se la capacità produttrice e consumatrice dei diversi paesi varia, come necessariamente accade di anno in anno; epperciò quel problema di ripartizione che oggi silenziosamente si risolve nei fondaci dei mercanti, domani darebbe luogo a dibattiti diplomatici ed a pericoli di guerra, se portato nel campo politico internazionale.

 

 

Salvo i casi in cui le leggi intervengono a dare privilegi a taluni nazionali, le materie prime tendono oggi a ripartirsi a favore di coloro, chiunque siano, nazionali o stranieri, i quali offrono il massimo prezzo; ed è questa la ripartizione sommamente giusta e benefica, perché le fa andare a chi è capace di trarne il massimo vantaggio. Basta dunque progredire industrialmente più degli altri, far lavorare la testa meglio degli altri per diventare i signori delle materie prime. All’industria dei paesi poveri, ma ricchi di capacità tecniche questa è la ripartizione più vantaggiosa; laddove la ripartizione a norma di qualche consesso internazionale darebbe causa vinta alle posizioni acquisite, ai paesi oggi più forti. Che cosa è, inoltre, materia prima? Se per l’Inghilterra è materia prima il carbon fossile, per l’Italia sono materie prime perfino il sole, i paesaggi, le antichità, i musei. Ma noi non possiamo tollerare alcuna ingerenza straniera, anche sopranazionale, nell’amministrazione di queste nostre ricchezze; e non abbiamo alcun interesse a partecipare con altri all’insolubile groviglio della amministrazione delle altrui materie prime.

 

 

Tuttavia, l’esperienza può segnalare qualche limitato campo in cui la Società delle nazioni può utilmente garantire, laddove prepotenza di stati monopolistici vi contravvenga, il principio dell’ugual trattamento a favore di tutte le nazioni rispetto a certe materie prime. Veggansi i paesi di mandato; veggasi la Cina. Nei paesi di mandato, come la Mesopotamia, la Siria, talune ex colonie tedesche dell’Africa, la potenza mandataria, Francia od Inghilterra deve soltanto avere gli oneri del mandato; ma i vantaggi devono essere aperti a tutti. Il mandato di amministrare o sorvegliare uno stato nuovo è un onere che solo un paese potente può assumersi.

 

 

Lo stato amministratore ha appunto un compito storico, giustificato soltanto dalla speranza di arrecare il massimo beneficio allo stato nuovo che sorge. Condizione necessaria perché il fine si raggiunga è che lo stato educatore non sfrutti lo stato protetto a proprio vantaggio. Quindi nessun privilegio economico deve essere sancito a favore dello stato educatore ed è compito della Società delle nazioni di elaborare norme precise per le quali in Mesopotamia, ad esempio, siano all’Italia concessi i medesimi diritti di sfruttar depositi di petrolio che possono spettare all’Inghilterra. Porta aperta a tutti i volonterosi; ecco il motto che deve trionfare per i paesi di mandato; ecco la parola d’ordine che deve valere per la Cina. Se la Società delle nazioni riuscisse a codificare il principio della porta aperta, della parità di trattamento anche solo per siffatta ristretta porzione della terra, se, sotto la sua guida sapiente ed imparziale, il principio fosse ivi rigorosamente applicato, i benefici effetti apparirebbero ben presto così grandiosi da invogliare anche altri paesi a farne l’applicazione. Non sarebbe più possibile a nessuna madre patria di considerare le colonie come territori di esclusivo dominio e di egoistico sfruttamento. L’amministrazione delle colonie apparirebbe un compito assunto ad esclusivo vantaggio delle colonie medesime; e la madre patria si convincerebbe essere suo dovere e suo interesse di aprire le porte delle colonie a tutti, sotto pena di immiserire, altrimenti, la colonia, e in definitiva di perderla.

 

 

Così il problema delle materie prime si avvierebbe alla sua soluzione razionale, che non è quella di un utopistico contingentamento, ma invece della progressiva abolizione di tutti i vincoli i quali oggi si oppongono a che i più capaci, a qualunque nazione appartenenti, possano acquistare, offrendo in concorrenza con ogni altro acquirente i prezzi più alti, le materie prime da essi desiderate. Molte sono le maniere in cui il principio della uguaglianza di trattamento è violato a favore dei nazionali e contro gli stranieri, nel territorio delle madre patrie, delle colonie e dei paesi di mandato. Scoprire ad una ad una queste violazioni, eliminarle accortamente, cominciando da quelle più chiaramente perniciose e via via procedendo alle più inavvertite: ecco il compito magnifico della Società delle nazioni. Ad abbattere il regime dei privilegi, degli esclusivismi, ad instaurare il regime della universale porta aperta, della più ampia uguaglianza di trattamento ha interesse sommo l’Italia. Paese relativamente povero di capitali e ricco di uomini poco può sperare da un regime di privilegi, moltissimo da un sistema di assicurazione della porta aperta a tutti i volonterosi. Spetterà a noi metterci in prima fila tra i popoli di buona volontà.

 

 

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