Accuse di comizi smentite

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 17/07/1901

Accuse di comizi smentite

«La Stampa», 17 luglio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 395-399

 

Le campagne condotte dai socialisti vanno degenerando. Noi abbiamo ripetutamente riconosciuto che il partito socialista meritava lode, perché si era fatto iniziatore di campagne coraggiose a favore della moralità e della giustizia. Basta ricordare le lotte sostenute contro l’alta camorra di Napoli, e per la tutela delle libertà sancite dallo statuto, ecc. Eravamo dolenti che i costituzionali non avessero essi iniziate codeste campagne ed avessero abbandonato la difesa di nobili cause a partiti extra-legali, con detrimento gravissimo nostro di fronte all’opinione pubblica delle moltitudini, le quali sempre si gettano in braccio a chi si palesa loro difensore e vindice, mentre gli altri tacciono o mormorano sommessamente. Ci siamo sempre inchinati dinanzi all’onestà coraggiosa di chi difendeva il giusto, anche se di partito opposto al nostro.

 

 

Oggi non è più così. Il partito socialista, cresciuto di numero e di forza, non più perseguitato, ma accarezzato dal governo, sembra aver cambiato natura; e da difensore degli umili contro la prepotenza dei grandi è divenuto prepotente, iniziando campagne nell’interesse esclusivo di parte contro ogni dettame di onestà e di giustizia.

 

 

Alludiamo al fatto di Berra ed alla furibonda campagna di ingiurie e di invettive condotta contro il tenente De Benedetti. Se i socialisti, dopo quel doloroso incidente, avessero cominciata un’agitazione allo scopo di proibire per legge l’uso della forza contro gli scioperanti, i quali vogliono invadere terreni di proprietà privata per far sospendere il lavoro, noi li avremmo combattuti egualmente, ma li avremmo compresi. Li avremmo combattuti, perché dal nostro punto di vista, diverso da quello dei socialisti, la proprietà privata e la libertà del lavoro debbono essere difese ad ogni costo, anche colla forza; e li avremmo compresi, perché si sarebbe trattato di una riforma legislativa, su cui le opinioni possono essere discordi.

 

 

Purtroppo però i socialisti seguirono una via ben diversa da questa, che dirittamente si apriva a loro dinanzi. Essi, irritati perché il contegno doverosamente energico del De Benedetti aveva sfatata la leggenda ad arte sparsa nelle campagne, secondo cui il governo democratico, amico dei socialisti, aveva dato ordine di non sparare mai sugli scioperanti, e rabbiosi per vedere scemata nell’animo dei contadini la reputazione di onnipotenza che s’erano guadagnata intervenendo a tempo opportuno negli scioperi, e magnificando le concessioni ottenute come vittorie conseguite mercé l’aiuto del partito socialista, non seppero far nulla di meglio se non scagliarsi violentemente contro l’autore di tanto danno. Tutti ricordano le accuse lanciate al tenente De Benedetti nei pubblici comizi tenuti lungo la penisola, nei quali quell’ufficiale era bollato come ubbriaco, nevrastenico, esaurito dalle libazioni e dai facili amori, incapace ad esercitare impero su se stesso, impulsivo, odiatore professionale degli operai in genere e dei socialisti in ispecie, ecc. ecc.; imputandolo di aver ordinato il fuoco senza ragione, di non avere usato quei mezzi che erano opportuni ad arrestare gli scioperanti senza spargimento di sangue, di essere andato oltre la consegna ricevuta, di non aver voluto ascoltare le ragioni dei suoi dipendenti medesimi, di avere colla spada abbassato le canne dei fucili puntati troppo in alto e di avere fatto trasportare i corpi degli uccisi in vicinanza del ponte, affinché più minaccioso apparisse il pericolo imminente. Accuse gravi, le quali si possono, da chi abbia coscienza della propria dignità, pubblicamente formulare solo allorquando si sia ben sicuri che esse corrispondono a verità.

 

 

Orbene, la sentenza del tribunale militare di Bologna, prova, con la massima evidenza, la falsità delle accuse. Invero, il tenente nevrastenico, ubbriaco, impulsivo, facile a perdere la calma e la padronanza di se stesso, ha invece, secondo le deposizioni dei testimoni, dato prova in quella mattina del 27 giugno di capacità e di freddezza veramente notevoli. Egli, posto con 25 uomini e 3 carabinieri alla guardia del ponte Albersano, distribuisce le sue forze in modo da raggiungere lo scopo voluto con la maggiore sicurezza, inviando tre uomini ed un caporale ad un ponte vicino ed assicurandosi di persona del loro efficace collocamento. Quando compare la massa turbolenta, egli si colloca, con la maggior parte dei soldati, su un argine vicino al ponte, affine di essere ben veduto dai tumultuanti e di essere sicuro che i suoi segnali sarebbero giunti fino ad essi. Risulta ancora che il tenente accusato di avere agito di propria iniziativa ed oltre la consegna aveva invece ricevuto per ben due volte la consegna verbale di tenere il ponte impedendone il passaggio; una prima volta, alle ore 6,30, quando egli col suo plotone diede il cambio al sottotenente Caleffi, ed una seconda volta dal capitano De Blasi, quando già erano comparsi gli scioperanti al crocicchio di Berra.

 

 

Anche le altre accuse cadono nel vuoto. Non è vero che egli abbia trascurato di usare i mezzi atti ad impedire l’eccidio, poiché dapprima, «insieme al vice-brigadiere ed un carabiniere, con gesti ed intimazioni fece intendere alla massa di arrestarsi, e fece anche caricare ostensibilmente le armi»; quindi, poiché le folla tumultuante continuava ad avanzarsi, e si trovava ormai a 150 metri dal plotone, «fece dare uno squillo di tromba, seguito poi da altri due, accompagnati sempre da replicate intimazioni; squilli ed intimazioni che riuscirono vani, rispondendo la folla con risate e con grida di: Avanti! Avanti!» Né basta. Quando la folla era giunta ad 80 metri dal ponte, prima il sottotenente Caleffi, quindi il De Benedetti ed il brigadiere «ripeterono le intimazioni di ferma, alt, di qui non si passa, dando altri tre squilli di tromba interpolatamente».

 

 

Che si voleva? Che il tenente caricasse la folla colla baionetta? Ma ciò sarebbe stato contrario ad ogni sana regola militare ed all’interesse dell’ordine, poiché il tenente – che i socialisti dissero ubbriaco ed impulsivo – ben vide «che quando avesse dovuto caricare la folla, avrebbe dovuto necessariamente allontanarsi dal ponte e quindi dar agio a parte della folla di girargli i fianchi, passargli alle spalle, invadere il ponte ed entrare nelle bonifiche ». Verità intuitiva non solo, ma confermata dal capitano e dal maggiore, i quali dichiararono che nelle identiche circostanze avrebbero agito come fece il De Benedetti. Né, data l’esiguità e la poca densità della forza che si trovava sul ponte sotto gli ordini del tenente, questi poteva limitarsi all’uso delle baionette e dovette necessariamente far uso del fuoco, onde non venire sopraffatto dalla massa e vedere con suo disdoro forzata la consegna.

 

 

Si disse che il tenente aveva vietato al vice-brigadiere di andare a parlamentare con la folla, quando questa era già vicina; ma questo prova la tempra calma e ragionatrice del De Benedetti, il quale vide che il vice-brigadiere coi suoi pochi uomini correva rischio di essere travolto e, trovandosi davanti alla truppa, avrebbe impedito al tenente di agire come le circostanze potevano richiedere.

 

 

Si gridò ancora che il fuoco era stato ordinato troppo presto e senza fare l’intimazione prescritta dalla legge sulla pubblica sicurezza: «Scioglietevi in nome della legge». Ma è certo che tale intimazione sarebbe stata assolutamente fuori di luogo, poiché il tenente non aveva ordine di disperdere gli scioperanti, ma soltanto aveva la consegna di impedire che oltrepassassero il ponte. E l’avrebbero oltrepassato di certo, poiché la folla era già a dieci metri dal ponte e Desvò con altri quattro o cinque caporioni si avanzava ancora, con l’atto apparente di voler parlamentare, ma con la manifesta intenzione di forzare la consegna, come si scorgeva dalle loro grida di: Avanti! Avanti! Di corsa!, grida ripetute dalla folla.

 

 

Fu detto nei pubblici comizi che il tenente, non pago di aver ordinato il fuoco ai suoi soldati, si divertì, con crudeltà odiosa, a sparare sulla folla colla rivoltella. Anche questa circostanza è dimostrata falsa dall’inchiesta, avendo il tenente impugnata sempre la sciabola durante l’azione e non avendo mai estratta la rivoltella.

 

 

Il castello delle accuse dei pubblici comizi rimane così completamente distrutto. Falso che si sia violata la legge; falso che non si sia fatto il possibile per evitare lo spargimento di sangue; false le accuse lanciate contro il carattere del tenente De Benedetti. Codesto preteso nevrastenico è detto dai suoi superiori «bonissimo ufficiale per intelligenza, cultura, educazione e carattere». I testimoni affermano concordi che egli si dimostrò ognora calmo e dette con piena tranquillità gli ordini alle sue truppe. Si commove soltanto alla vista dei due cadaveri e dei feriti ed allora, ma allora unicamente si dimostrò addolorato ed eccitato.

 

 

Chi gli può fare una colpa del dolore provato nell’adempimento del suo mesto dovere? Soltanto giacobini feroci, che scambiano i propri istinti per la voce del dovere e si dilettano del sangue, vantandosi dei compiuti eccidi.

 

 

Per fortuna i nostri ufficiali non sono giacobini, che uccidono in nome della dea libertà o della rivoluzione sociale. Essi ordinano il fuoco perché ben sanno che le conseguenze di una eccessiva debolezza sarebbero di gran lunga peggiori di quelle della doverosa fermezza. Essi con dolore mantengono ferma la consegna ricevuta, perché è doveroso sacrificare la vita di alcuni tumultuanti per impedire eccidi e mali peggiori quando gli scioperanti siano giunti sul luogo del lavoro degli operai forestieri. Con dolore essi vedono i morti, perché essi non uccisero dei nemici, ma vollero solo mantenere fede al loro dovere ed alla consegna ricevuta.

 

 

Questo è vero dolore; non quello ipocrita degli oratori da comizio.

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