Achille Necco

Tratto da:

Gli ideali di un economista

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/08/1915

Achille Necco

«La Riforma Sociale», agosto-ottobre 1915, pp. 786-792

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 291-301

 

Giovanni Lorenzoni segretario generale dell’Istituto internazionale d’agricoltura – ora, per arruolamento volontario, sottotenente negli alpini – così mi narra in una lettera angosciata la dolorosa notizia appresa nella prima missione avuta sulla più avanzata linea del nostro fronte:

 

 

«Arrivo in un’alta valle circondata da picchi altissimi. Trovo delle truppe e mi dicono che il giorno 9 era morto lì vicino, colpito da una palla in fronte, mentre perlustrava un canalone, un ufficiale degli Alpini. Ne chiedo il nome. Figurati il mio profondo dolore quando sentii ch’era Achille Necco! Si trovava colà solo dal 26 agosto. Ma era già riuscito a conquistarsi la stima e la simpatia dei suoi colleghi e l’affetto dei suoi soldati. “Uno degli ufficiali suoi colleghi diceva scultoriamente di lui ch’era un valoroso di tutti i giorni”. Sempre pronto, volonteroso, andava avanti a tutti, incoraggiava i suoi uomini colle parole e coll’esempio. Morì il giorno 9 al mattino. I suoi alpini lo calarono giù nella valle; poi un corteo di soldati lo accompagnò nel paese più vicino. Or egli è lì sepolto nel cimitero di Padola, la fronte anche ora rivolta al nemico; le belle montagne intorno gli fanno custodia e il cielo gli sorride come a uno dei molti eroi di questa guerra che tanti nobili fasti ha scritto, e che ha portato molto in alto l’anima italiana. Ho visitato oggi la sua tomba segnata da una croce di legno ed ornata da una corona. Sulla croce scrissi nome, cognome e qualità, ed aggiunsi queste parole: “Era forte e sapiente, valoroso e buono. Fu proposto per la medaglia al valore”».

 

 

Così scrive chi è stato per parecchi anni il capo amato di Achille Necco all’Istituto internazionale di agricoltura.

 

 

Io, che lo ebbi studente, amico, collaboratore amatissimo in questa rivista, compilatore del mio corso di lezioni universitarie, fui sempre sicuro che egli avrebbe fatto, senza sfoggio, con semplicità e spontaneità, grande onore al suo paese. Non lo avevo sentito parlare in favore della guerra con l’Austria; ma non mi meravigliai il giorno che mi comunicò di non avere voluto attendere venisse il turno della chiamata della terza categoria della sua classe e di avere fatto domanda di essere nominato sottotenente della territoriale. Del proposito attuato non menava vanto, poiché aveva obbedito soltanto alla voce del dovere. E quando, dopo il periodo di istruzione in un battaglione di alpini nella Carnia era stato assegnato ad un reggimento di fanteria per l’istruzione delle reclute, parendogli il nuovo posto più arretrato in confronto alle prime file, aveva chiesto di essere nuovamente assegnato ai suoi alpini. Non per sfoggio di bravura; ma perché, essendo stato prima nel luogo del pericolo, la coscienza gli diceva che doveva seguitare ad essere là dove era stato primamente mandato dai suoi capi. Così, serenamente, per un senso altissimo e silenzioso del dovere, egli offriva la sua vita alla patria. Apparteneva, egli di umile famiglia di lavoratori, alla razza dei gentiluomini piemontesi che accorrevano, senza discutere, sotto le bandiere, ogni volta che il loro Re li chiamava a versare il sangue per la difesa del paese.

 

 

All’amico suo dott. Attilio Garino Canina, il giorno prima di un fatto d’arme a cui doveva prendere parte, scriveva dandogli alcune disposizioni di ultima volontà rispetto alla sua biblioteca: «Se questa mia ti giungerà, ti sia d’annuncio della mia morte sul campo o in qualche ospedaletto avanzato. Te la scrivo ora, mentre sto per raggiungere la mia destinazione. Un mio collega, partito con me da Pinerolo, è già morto: potevo benissimo essere stato designato io al suo posto. E ti scrivo per pregarti di salutarmi tutti gli amici coi quali speravo di festeggiare il ritorno. Ti confesso che il sacrificio della vita non mi è stato lieve; ma non lo rimpiango, perché sentivo che l’esporla era un dovere morale».

 

 

Come andò incontro serenamente alla morte per un ideale, così serenamente egli trascorse gli anni troppo brevi della sua vita. Aveva cominciato ad essere noto tra gli studiosi di cose statistiche ed economiche alcuni anni più tardi dei suoi coetanei; ma gli amici, i quali sapevano quanto dura fosse stata la sua giovinezza, stupivano dei risultati del suo lavoro. Fino a quando fu chiamato a Roma, redattore all’Istituto internazionale di agricoltura, Achille Necco aveva studiato e lavorato superando difficoltà che ad altri sarebbero parse insormontabili. Gran parte del lavoro preparatorio, faticosissimo e paziente, per gli scritti sui prezzi delle merci e sui valori di borsa in Italia fu compiuto rubando le ore al sonno e riducendo a pochi minuti la colazione per potere, durante l’ora meridiana, che il modesto ufficio d’ordine alla Cassa di risparmio di Torino gli lasciava libera, correre nelle biblioteche o negli uffici pubblici dove trovava il materiale per i suoi lavori.

 

 

Ai nostri occhi, che sapevano con quanto disagio egli lavorasse, la sua continua allegria, la naturalezza tranquilla con cui egli compieva gli sforzi maggiori, tenevano del miracoloso. Era forte, sobrio, non aveva vizi; e lavorava per il padre, per la madre, per il fratello e per le sorelle. Tanto accanita e materiale era stata la sua fatica di ogni giorno, e tanto care ed afferrate con gioia le ore che aveva potuto dedicare allo studio, che la chiamata all’istituto internazionale di agricoltura, dove pure gli affidarono subito compiti delicati e continui, parve a lui un rinascere alla vita. Parlava con letizia dell’agio che il nuovo ufficio gli dava di applicarsi a fatti e studi per lui interessanti e di trascorrere alcune ore di ogni giorno nella disinteressata fatica intellettuale.

 

 

Seguitò a studiare ed a scrivere, perché lo studio gli piaceva. Né, come tanti fanno, studiava e scriveva colla mente intenta alla carriera accademica da percorrere. Gli amici che lo apprezzavano, gli studiosi che lo leggevano erano sicuri che un giorno gli sarebbe toccata una cattedra, meritato guiderdone dei suoi studi coscienziosi. Egli invece non ne parlava; non aveva impazienze; e niente in lui ricordava il tipo comune del concorrente universitario. Mentre altri novera a mesi il tempo occorrente per condurre a termine l’iniziato «titolo» da concorso, egli discorreva tranquillamente degli anni che ancora gli sarebbe costata la compilazione del suo lavoro sui valori di borsa in Italia. Lavorava non per ottenere un fine pratico col suo lavoro, ma perché riteneva che il lavoro dovesse riuscire compiuto entro i limiti in cui lo aveva concepito.

 

 

Perciò i suoi scritti resteranno nella nostra letteratura statistico economica. Dovranno essere continuati; ma il suo punto di partenza rimarrà fermo.

 

 

Anche il suo scritto minore, su alcuni meno avvertiti aspetti del movimento della popolazione in Italia, che fu quasi un lavoro d’occasione e doveva essere rielaborato da lui, affrontava un problema meritevole di essere approfondito. Mosso forse dalle sue vive condizioni religiose, gittò, tra i primissimi, un grido d’allarme quando i dati dell’ultimo censimento gli additarono la diminuzione preoccupante della natalità nel nativo Piemonte, inquinato dalla mala vicinanza e dall’importato esempio della sterilità francese, e segnalò le ragioni morali del morbo che da lontano minaccia l’avvenire demografico del nostro paese.

 

 

Ma, sovratutto, egli tracciò un solco fecondo nel terreno, in Italia ancora male dissodato, delle indagini sui prezzi delle merci e dei valori.

 

 

Mancava per l’Italia un numero indice dei prezzi delle merci, che corrispondesse a quelli del De Foville per la Francia, dell’Economist e del Sauerbeck per l’Inghilterra e di altri insigni maestri per i principali paesi del mondo. Alcuni l’avevano iniziato; ma poi, impazientitisi, avevano abbandonato a mezzo l’opera. Achille Necco, che era un lavoratore perseverante, acuto, preciso, volle compiere il lavoro necessario e desiderato; e sarà sempre vanto di questa rivista di averlo incoraggiato nel pubblicare il suo saggio sulla curva dei prezzi delle merci in Italia negli anni 1881-1909. La materia prima esistente da noi per calcoli di questo genere era imperfetta e grossolana; ma il Necco ne trasse fuori tutto quanto essa poteva dare. Egli espose il metodo tenuto, gli artifizi adoperati le cautele osservate, le restrizioni che devono essere presenti alla mente di coloro che vogliono adoperare i suoi indici. Dopo avere compiuta la ricerca retrospettiva, volle di anno in anno continuarla, con grande comodità degli studiosi e vantaggio della scienza. Oramai i numeri indici dei prezzi «Necco» avevano acquistato diritto di cittadinanza nella scienza internazionale; studiosi italiani e stranieri li usavano come un ferro corrente del mestiere, così come si usano altri famosi numeri indici. Era per lui cagione di letizia vedere riconosciuta universalmente la utilità del suo lavoro; non di superbia, come accade spesso in altri, pure meno benemeriti di lui. Pareva quasi si compiacesse di essere un semplice anello di una catena mondiale di studiosi, intenti, coi medesimi metodi precisi ed esatti, a raggiungere un fine comune.

 

 

Appena ebbe compiuto il lavoro sui prezzi, volse l’animo ad un’altra impresa di lunga lena. Parve a lui, traendo lo spunto da una osservazione di Maffeo Pantaleoni in un assai favorevole riassunto dei suoi numeri indici pubblicato sul Giornale degli Economisti, che la conoscenza dei prezzi delle merci dovesse essere integrata dalla conoscenza dei prezzi dei valori. Se fosse stato possibile, avrebbe vagheggiato altre integrazioni; mercé le quali soltanto si potrà col tempo riuscire ad avere una pallida idea di quelle variazioni del potere d’acquisto della moneta, che sono il tormento di tanti indagatori e la cui notizia è così essenziale per la risoluzione di tante questioni teoriche e pratiche.

 

 

Il suo ultimo scritto, finito di pubblicare in questo stesso anno da lui, come supplemento alla Riforma Sociale ed insieme al Giornale degli Economisti, poco prima di vestire la divisa di ufficiale degli alpini, è un contributo prezioso, definitivo allo studio delle variazioni dei prezzi dei valori mobiliari. Il lavoro è purtroppo incompiuto; poiché riflette solo i valori a reddito fisso emessi dallo Stato o colla sua garanzia. Ma anche così incompiuto, quale somma di calcoli dovette egli compiere, quante difficoltà minute e sottili dovette superare! Egli si compiaceva in questi lavori, i quali possono parere poco brillanti solo a chi non ha il vero temperamento scientifico. Necco non era un grande teorico; ma poiché i grandi teorici sono rarissimi, egli poteva vantarsi di essere un vero studioso: aveva cioè la passione delle verità sicure; voleva applicare i principii generali ai fatti specifici e ne sapeva saggiare così la vera importanza. Poco amava discorrere di metodo in generale ed insegnare altrui come le cose dovrebbero essere fatte; ma, quelle imprese a cui si accingeva, eseguiva con metodo rigorosamente scientifico. Ai suoi due scritti si ricorre oggi e si ricorrerà fra venti e cinquanta anni come ad una fonte sicura. Chi vorrà sapere quale sia stato il tasso di frutto dei capitali impiegati a reddito fisso nel primo cinquantennio dell’unità nazionale dovrà ricorrere all’ultimo scritto del Necco. Fin dove egli giunse, l’opera sua non è più da rifare. Nessuno in Italia aveva tentato di manipolare le migliaia e migliaia di quotazioni quotidiane, che egli ci presentò in poche nitide tabelle; pochissimi lavori stranieri possono sostenere il confronto col suo.

 

 

Io credo che il migliore omaggio che da noi si possa rendere all’indimenticabile memoria del compianto estinto sia di proseguire l’opera sua. La nostra rivista continuerà a pubblicare, finché essa duri, ogni anno i numeri indici dei prezzi delle merci e li intitolerà al nome del loro iniziatore. Nelle carte lasciate dal Necco è da augurare si trovino gli spogli in parte già compiuti delle quotazioni dei valori mobiliari a reddito fisso non di Stato (obbligazioni comunali, fondiarie, industriali) ed a reddito variabile (azioni). Sarebbe doloroso che l’opera rimanesse tronca a mezzo e non trovasse un seguitatore.

 

 

Achille Necco era un credente, un animo retto e semplice, il quale nobilitò la sua fede con l’olocausto della vita fatto alla patria; uno dei molti appartenenti alle generazioni nate dopo l’80, che oggi lottano e muoiono contenti, con di nuovo sulle labbra le grandi parole «religione», «famiglia», «patria». Il suo ricordo rimarrà scolpito nel cuore di quelli che lo conobbero buono, forte, sereno, studioso; l’opera sua sarà seguitata sicuramente da qualcuno dei giovani, il quale non abbia l’egoismo sterile della lotta per la carriera e sia persuaso che i risultati scientifici duraturi si conseguono soltanto collegando le indagini nuove alle indagini antiche, collaborando fraternamente con i compagni e poco promettendo e farneticando di novità. Achille Necco non pensò mai con superbia di se stesso; prima di scrivere, volle conoscere tutto ciò che era stato pubblicato nel campo da lui intrapreso a studiare; né si giovò dei suoi nuovi studi per gittare, come spesso accade ai copiatori ed ai rimaneggiatori, lo sprezzo sulle verità superate o sui metodi invecchiati dei predecessori. E poiché egli amò di seguitare l’esempio altrui, così vi sarà indubbiamente chi seguiterà l’opera sua.

 

 

Ora, due parole di biografia e bibliografia, brevi, sobrie, com’Egli era.

 

 

Achille Necco nacque a Torino il 15 ottobre 1887 da Giuseppe e da Emilia Grazzini, da Pisa. Iniziò i suoi studi elementari presso i «Fratelli della Scuola cristiana» e compié il ginnasio inferiore nell’Istituto Salesiano di Sampierdarena. Questo periodo della sua istruzione ed educazione intellettuale ebbe un’influenza decisiva sulla sua vita spirituale futura, preparando quella fede cattolica, non solo religiosa, ma politica e sociale, di cui fu, fin dalla prima gioventù, milite austero, forte, mai settario. Dal 1901 al 1906 percorse, sempre tra i primi, quando non era il primo, a Torino, il ginnasio superiore ed il liceo al Gioberti, brillantemente mostrando fin d’allora le magnifiche qualità della sua mente. A pena finito il liceo, l’on. Mauri, direttore del Momento, lo inviò nel Trentino a studiarvi le condizioni di tutto il movimento economico sociale politico clericale, specialmente il cooperativismo agricolo. Il Necco girò allora tutto il Trentino e ne raccolse un ricco materiale di osservazioni, che fu poi utilizzato dal giornale torinese.

 

 

Mentre s’iscriveva nella facoltà di legge dell’università di Torino, vinceva (1906) il concorso di impiegato alla cassa di risparmio di questa città, dove rimase fino al 1913. Contemporaneamente egli continuava a collaborare su periodici cattolici, specie sul Momento, ed a partecipare al movimento cattolico, specie alle organizzazioni economico sociali.

 

 

Benché occupato nel suo impiego alla cassa di risparmio, compieva, sempre con votazioni lusinghiere, i suoi studi universitari, coronandoli colla laurea conseguita nel luglio 1910 a pieni voti e lode, colla presentazione del suo studio sui prezzi italiani, che con piccoli ritocchi è diventato il più apprezzato ed autorevole lavoro che in Italia si abbia sull’argomento.

 

 

Continuava intanto a collaborare sulla Riforma Sociale, sulla Rivista delle Società commerciali, sul Giornale degli Economisti. Nel 1913 passava all’istituto internazionale d’agricoltura, chiamatovi dal Lorenzoni e dal Ricci, che lo destinavano all’«ufficio di statistica» dell’istituto, dove rimase collaboratore apprezzatissimo, fino al 1915.

 

 

Venuta la guerra, presentò volontaria domanda da ufficiale: appassionatissimo della montagna, scelse l’arma degli alpini. Mandato al fronte nella seconda metà di agosto, cadeva il 9 settembre al passo della Sentinella, con la fronte rivolta alla valle di Sexten. Ora dorme sepolto a Padola, frazione di Comelico Superiore.

 

 

I suoi principali scritti di carattere scientifico sono i seguenti:

 

 

1910. «La curva dei prezzi delle merci in Italia negli anni 1881-1909». (Torino, supplemento della Riforma Sociale). L’articolo di M. Pantaleoni, che lo segnala e riassume, è «La curva dei prezzi delle merci in Italia negli anni 1881-1909, del dott. A. Necco» (Giornale degli Economisti, dic. 1910).

 

 

1911. «Il prezzo delle merci nel 1910. Continua la tendenza all’aumento?». (Riforma Sociale, fasc. 1). «Le società per azioni in Italia». (Riforma Sociale, fasc. 5). «I prezzi delle merci in Italia nel 1910». (Riforma Sociale, fasc. 8).

 

 

1912. «Le società per azioni italiane nel 1911». (Riforma Sociale, fasc. 5).

 

 

1913. «Attraverso gli Annuari (Rassegne)». (Riforma Sociale, fascicolo 5). «Il problema della popolazione in Italia: perché la popolazione declina più rapida in Piemonte e Liguria». (Riforma Sociale, fasc. 6-7). «I prezzi delle merci in Italia nel 1911». (Riforma Sociale, fasc. 8-9). «L’esportazione dei capitali in Francia ed in Italia». (Rivista delle Società commerciali, fasc. 6).

 

 

1914. «Il movimento delle società italiane per azioni nel secondo semestre 1913». (Rivista delle Società commerciali, fasc. 1). «Attraverso gli Annuari». (Riforma Sociale, fasc. 4). «I prezzi delle merci in Italia nel 1912». (Riforma Sociale, fasc. 5). «L’industria del granito nel Canton Ticino». (Riforma Sociale, fasc. 5). «Il movimento delle società italiane per azioni nel primo semestre 1914». (Rivista delle Società commerciali, fasc. 6). «L’ammontare e la composizione della ricchezza delle nazioni». (Rivista delle Società commerciali, fasc. 4).

 

 

1915. «I prezzi delle merci in Italia nel 1913». (Riforma Sociale, fasc. 4-5). «La questione irlandese e il nostro problema meridionale». (Giornale degli Economisti, marzo). «Il corso dei titoli di Borsa in Italia dal 1861 al 1912. – 1. I titoli di Stato». (Torino, supplemento della Riforma Sociale e del Giornale degli Economisti).

Torna su