Acqua potabile, gas, impianto idro-elettrico e piani regolatori a Torino

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/07/1904

Acqua potabile, gas, impianto idro-elettrico e piani regolatori a Torino

«Corriere della Sera», 11[1], 14[2], 16[3] luglio e 9 agosto[4] 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 144-160

 

I

 

Sulla nostra città spira un vento di idee moderne. Dopo essere stata per anni ed anni la città ideale della compagnia della lesina, con tutti i vantaggi ed i danni proprii della tendenza, come imposte miti, debito ristretto, spese risecate, poche opere pubbliche, scarsa iniziativa, sembra ora che Torino voglia mettersi alla testa delle città consorelle d’Italia. Grandiosi progetti vennero elaborati ed anche in parte votati come quello per l’impianto idro-elettrico, che costerebbe 15 milioni, quello dell’acqua potabile che costerebbe altrettanto, della costruzione della piazza d’armi e di nuovi edifici militari, ecc. ecc.

 

 

I progetti meriterebbero di essere largamente discussi, anche perché la soluzione, che se ne vuol dare a Torino, servirà di ammaestramento alle altre grandi città italiane. Frattanto però il progetto per l’acqua potabile ha minacciato di fare scoppiare una crisi municipale e se la crisi si è potuta evitare non è già perché tutti siano persuasi della bontà delle proposte concrete che la giunta ha presentato rispetto al gravissimo problema.

 

 

A Torino si beve l’acqua che una società privata trasporta da territori non lontani dalla città. La società pretende di avere disponibili 320 litri di acqua pura e fresca al secondo come minimo nei mesi di magra, ed incolpa l’avarizia dei proprietari di case se essa non la può utilizzare tutta nemmeno d’estate, ed i cattivi metodi di distribuzione casalinga se spesso gli inquilini devono bere acqua calda o non perfettamente soddisfacente. Su di ciò è difficile formarsi un’idea precisa perché dati ufficiali, accertati in contradditorio della società, sulla dotazione d’acqua esistente e sulle sue qualità, non esistono, e persino gli igienisti sono tra di loro in disaccordo. È certo un fatto: che i consiglieri municipali si sono persuasi senza che in realtà la opinione pubblica si sia manifestata recisamente in proposito – che a Torino non c’è acqua bastevole, e che l’acqua esistente non è chimicamente ed igienicamente ideale, che costa troppo (20 centesimi al metro cubo ai privati e 3 centesimi al comune per usi pubblici) e quindi occorre l’impianto di un nuovo trasporto d’acqua che sia fresca, montana, pura ed a poco prezzo. In seguito ad un esplicito voto del consiglio comunale la giunta, ad opera specialmente dell’assessore prof. Cappa, presentava poco tempo fa un elaborato progetto di costruzione di una conduttura municipale d’acqua potabile. Non è possibile entrare nei particolari tecnici del progetto. Basterà dire che il suo cardine essenziale è l’utilizzazione delle acque del pian della Mussa in val di Lanzo a 1.200 metri sul livello del mare, come quelle che, dopo ricerche svariate ed infruttuose di altre sorgenti, presentavano le caratteristiche migliori per i bisogni di una popolazione cittadina sotto i rispetti della freschezza, dell’igiene e della purezza.

 

 

Ci fu tempo in cui si era accarezzata l’idea di approvvigionare Torino, inverno ed estate, esclusivamente con queste acque, costruendo all’occorrenza un grande lago artificiale per i mesi di magra invernale. Una relazione degli ing. Cuppari, Chiaves e Mattirolo, nominata dal municipio per riferire al riguardo, conchiudeva che praticamente convenisse limitare la portata dell’acquedotto a litri 200 al minuto secondo, e non fosse possibile d’inverno avvicinarsi a questo limite. Malgrado le gravi deficienze, l’acquedotto del pian della Mussa era tuttavia una delle migliori soluzioni per risolvere il problema dell’acqua a Torino. Sulla base della relazione, la giunta proponeva di conservare l’acquedotto del pian della Mussa come base principale, integrandolo con una derivazione dalle acque profonde della Venaria per mezzo di pozzi artesiani. In un primo periodo si comincerebbero a costrurre i pozzi alla Venaria per una portata di 150 litri al minuto secondo. In un secondo periodo si costruirebbe una parte dell’acquedotto del pian della Mussa con un tubo metallico che avrebbe per 8 mesi una portata di 250 litri, e per un mese una portata di 69 litri da integrarsi quindi per 31 litri da un piccolo serbatoio da costruirsi al pian Rastel vicino alle scaturigini dell’acqua e per 150 litri delle acque della Venaria. Nei mesi intermedi si avrebbero miscele diverse. In un terzo periodo poi si costruirebbero nuovi pozzi alla Venaria, portandone il ricavo a 250 litri al minuto secondo; si impianterebbe un secondo tubo metallico dal pian della Mussa, ottenendo così dalle acque montane una portata massima di 500 litri ed una minima di 93. Per eseguire il progetto occorrerebbe spendere dal 1905 al 1912 ben 15 milioni di lire, di cui 7.570.000 per l’acquedotto del pian della Mussa ed il serbatoio di pian Rastel, 1.540.000 per l’elevazione delle acque profonde della Venaria vicino a Torino, 670.000 per una camera di miscela delle due specie di acque del pian della Mussa e della Venaria e loro convogliamento sino alla cinta daziaria; e 5.200.000 per la distribuzione nell’interno della città.

 

 

L’ammortamento dell’ingente capitale, le imposte, le spese di gestione, ecc. ecc., importerebbero un onere annuo che andrebbe da 210 mila lire nel 1906 ad 1.235.000 lire nel 1917. Come la giunta si propone di far fronte alla passività? In primo luogo accollando al comune una spesa di 60.000 lire sino al 1910 e di 150.000 lire dopo per l’acqua per i servizi municipali. Adesso, il comune spende per il servizio circa 100.000 lire all’anno, comprandone una parte dalla società a 3 centesimi al metro cubo. Per alcuni anni il comune continuerebbe a comprare questa parte, ricorrendo per il resto all’acquedotto municipale; poi dopo provvederebbe totalmente coll’acquedotto proprio, aumentando però la spesa a 150.000 lire all’anno. Inoltre la giunta spera di poter collocare nel primo anno 50 litri al minuto secondo, al prezzo di 14 centesimi al metro cubo, nel secondo litri 80 e così via via crescendo di 20 litri all’anno sino ad un massimo di 300 litri nel tredicesimo anno. Fatte queste ipotesi, l’acquedotto, dopo un periodo di profitti e di perdite alternate, si incamminerebbe nel 1916 sulla via dei profitti permanenti che nel 1918 giungerebbero a 240.000 lire circa.

 

 

Questo nelle somme linee il progetto di quella che sarebbe certo una delle più grandiose imprese di municipalizzazione che si siano tentate in Italia. Naturalmente non mancarono le obbiezioni. Le une si riferivano all’impianto medesimo, le altre alle sue conseguenze finanziarie. A queste, che pur sono importanti, poco si badò, eccettoché dal consigliere Lombroso, il quale, pure appartenendo al partito socialista, di cui molti membri sono favorevoli al progetto della giunta, fece accortamente osservare che l’acqua potabile fresca e montana sarebbe stata pagata a caro prezzo se avesse condotto ad un aumento delle imposte. Bisogna notare che la bontà finanziaria del progetto si basa tutta sull’ipotesi che le spese effettive non superino il preventivo e che si riesca a vendere tutta l’acqua calcolata dalla giunta. Riguardo al primo punto, come è possibile essere tranquilli quando per l’impianto della Venaria la giunta nella relazione confessa di non possedere gli elementi precisi per i suoi calcoli e quando dell’acquedotto, certo non agevole, del pian della Mussa manca un progetto particolareggiato? Riguardo al secondo punto, la giunta spera di arrivare a vendere 300 litri al minuto secondo al prezzo di 14 centesimi. Ora è vero che la società ha il prezzo di 20 centesimi e che forse per questo ne vende molto meno, circa la metà. Ma chi può prevedere che cosa farà la società, sotto l’assillo della concorrenza comunale? Non potrà forse ribassare anch’essa il prezzo e conservarsi e fors’anco aumentare la clientela che ha già? Come cambieranno allora i dati del calcolo finanziario del nuovo acquedotto?

 

 

Della questione finanziaria pochi parlarono in consiglio, perché si disse che essa diventava irrilevante di fronte ai vantaggi igienici che si ricaveranno dal nuovo acquedotto. Se le cose andranno male, pagheranno i contribuenti dell’avvenire. L’obbiezione più grave fu fatta riguardo all’impianto medesimo. Come! – si disse da parecchi e anche da taluni socialisti – da anni e anni si va ripetendo che bisogna costruire un grande acquedotto per trasportare a Torino acque fresche di montagna e poi ci si viene a proporre di contentarci di un acquedotto ibrido che ci darà per 4 o 5 mesi d’estate chi dice 500, chi 400 e chi solo 200 litri al minuto secondo e che per una gran parte dell’anno dovrà essere sussidiato con le acque sotterranee della vicina Venaria! La montagna ha partorito un topo; e questo topo ci costerà 15 milioni di lire.

 

 

Pronunciarsi nettamente sull’argomento è difficile. Ai non tecnici è rimasta l’impressione che gli studi non siano completi e le affermazioni della giunta non siano persuasive. Si vorrebbe l’acquedotto, magari spendendo i 15 milioni, ma si vorrebbe essere sicuri che l’acqua ci sia da condurre a Torino. Perciò in seconda votazione il progetto della giunta non ebbe recentemente il numero necessario di voti e la questione fu rimandata a novembre. Sindaco e giunta avrebbero tuttavia avuto torto a dimettersi solo perché l’opinione pubblica, pure avendo fiducia nei suoi amministratori, vuole essere meglio illuminata e persuasa.

 

 

L’esempio di Torino è significativo. La tendenza a mettersi sulla via delle idee moderne delle municipalizzazioni può aver del buono. Fare delle municipalizzazioni solo perché sono cose moderne può forse fare piacere ai socialisti i quali, trovandosi in minoranza, non corrono alcun rischio. Se l’affare va bene, il merito è loro, perché essi sono coloro che hanno stimolato i conservatori all’opera. Se l’affare va male la colpa non è di essi che erano fuori della giunta. Per non correre rischi, che sono anche dannosi, è necessario adottare criteri esatti in queste che sono industrie vere e proprie.

 

 

II

 

Dopo l’iniziativa presa dalla città di Torino per la municipalizzazione dell’acqua potabile, la nostra città si accinge ad un’altra grande impresa la municipalizzazione dell’industria idro-elettrica. In Italia ci sono grandi città dove la municipalizzazione dell’acqua potabile è un fatto compiuto, di cui pochissimi si dolgono; e se a Torino gravi dubbi si presentano sulla possibilità di tenere le spese d’impianto nei limiti del preventivo e di vendere tutta l’acqua disponibile se questa ci sarà, non si può però negare che quella dell’acqua potabile è un’industria semplice, con poche spese di gestione, che si presta perciò ad essere bene gerita dal comune.

 

 

Assai diverso è il caso dell’impianto idro-elettrico. Il trasporto della forza elettrica a distanza è cosa relativamente nuova; e sono noti i disinganni a cui andarono incontro le intraprese che prime iniziarono ardite trasmissioni.

 

 

Gli insuccessi dei primi ideatori apparecchiarono la via a coloro che vengono adesso, i quali, profittando dell’esperienza altrui, possono lavorare a costo minore. Ma è questa una verità generale, che negli impianti idro-elettrici va accolta cum grano salis; poiché ogni impianto è cosa a sé, e presenta difficoltà tutte sue speciali per cui occorre ogni volta rifarsi da capo. Tutto ciò prova, se non altro, l’interesse con cui in tutte le grandi città italiane si deve seguire l’esperienza di Torino, che, prima delle sue consorelle, si appresta a compiere un impianto, il quale non potrà costare meno all’incirca di una decina o di una quindicina di milioni di lire; e prova altresì la necessità delle cautele di cui la nostra città deve circondare questo primo esperimento, il cui successo od insuccesso servirà di sprone o di remora ad altre iniziative congeneri. Non già che in Italia non vi siano comuni con officine elettriche; ma sono tutti impianti relativamente piccoli, i maggiori dei quali, secondo uno studio diligentissimo del Bachi ne «La riforma sociale» dell’anno scorso, quelli di Anagni-Paliano e di Verona giungono appena ad un capitale di 419 e 567.000 lire. Motivo di più per seguire attentamente ciò che si vuol fare a Torino.

 

 

L’origine degli studi per l’impianto idro-elettrico deriva a Torino dal desiderio di combattere il monopolio delle società esercenti l’illuminazione a gas e della società di forza elettrica per l’Alta Italia la quale vende a Torino da sola la forza necessaria per l’industria e per l’illuminazione elettrica. In verità, a primo aspetto, parrebbe che Torino sia fortunata rispetto al prezzo del gas, che noi paghiamo – tasse escluse – appena 14 centesimi al metro cubo, meno che in quasi tutte le città italiane. Ma non a torto l’opinione pubblica si è persuasa che sia possibile di avere il gas a più buon mercato e ciò per una fortunata condizione in cui si trova il municipio di fronte ad una delle due società che producono il gas. Amendue le società – la società italiana gas e quella dei consumatori – hanno la concessione del suolo pubblico sino al 1923; mentre però la prima è una società privata che non ha altri vincoli col municipio fuori di quelli soliti derivanti dalla occupazione del suolo pubblico, la seconda è stata originariamente istituita, allo scopo di combattere il monopolio dell’«Italiana», da un gruppo di cooperatori, i quali nello statuto stabilirono che la società non potesse arricchire il suo patrimonio, né i suoi azionisti, a cui non si può corrispondere più di lire 10 annue di dividendo per azione. La società avrebbe obbligo di somministrare il gas agli utenti al prezzo effettivo di costo, con obbligo di devolvere a diminuzione di tale prezzo in un dato esercizio gli utili che eventualmente, nell’esercizio precedente, risultassero eccedere la somma occorrente per fare il servizio degli interessi.

 

 

Sembrano disposizioni chiare; e di fatto a qualche cosa giovarono, poiché se Torino ha il gas a 14 centesimi al metro cubo, possiamo ringraziare lo statuto della società consumatori che dà al municipio un’arma potente in mano per obbligare i Consumatori – e di rimbalzo l’Italiana gas per la legge della concorrenza – a ridurre il prezzo del gas ad un limite ragionevole. Però il prezzo del gas si sarebbe potuto ridurre assai più se la società dei consumatori, ad eludere la disposizione statutaria, la quale vieta la distribuzione di un dividendo superiore a 10 lire per azione, non avesse impiegato i maggiori utili ad estendere ed accrescere l’impianto sociale. Cosicché adesso si è costituita una riserva occulta, che non figura nel bilancio della società, di circa quattro milioni di lire, che la società avrebbe dovuto chiedere agli azionisti in aumento del capitale sociale, e che invece ottenne dai consumatori, tenendo il prezzo al disopra del prezzo di costo, a cui lo statuto l’avrebbe obbligata a fissare il prezzo di vendita.

 

 

Siccome col 1904 scade una convenzione che anni sono il municipio aveva conchiuso colla società consumatori per fissare il prezzo del gas sulla base di un cosidetto parametro (prezzo del gas per metro cubo di 12 centesimi per la città e 14 per i privati quando il prezzo del carbon fossile è di lire 19,65 per tonnellata a bordo a Genova e diminuzione o aumento di un centesimo per metro cubo per ogni diminuzione od aumento di lire 2,50 sul prezzo normale del carbone), il municipio ha le mani libere per imporre altri patti, più favorevoli, alla società dei consumatori. Per evitare discussioni intorno al vero costo del gas, la giunta torinese a ragione proporrebbe di continuare nel sistema del parametro, ossia del rapporto fra il prezzo del carbon fossile e del gas; ma vorrebbe che il prezzo base fosse ribassato ad 11 centesimi, sia per la città che per i privati, quando il prezzo del litantrace, posto in officina a Torino, sia di lire 30 per tonnellata, cifra suppergiù corrispondente a 20 lire a bordo a Genova, con una variazione di mezzo centesimo in più o in meno per ogni variazione del prezzo normale del carbone. I patti sarebbero migliori assai di quelli vigenti. Nel caso, probabile, che la società dei consumatori resista, il municipio la minaccerebbe di riscattare il suo impianto in virtù della nuova legge sulla municipalizzazione. Il riscatto dell’impianto si potrebbe fare, secondo quanto afferma la giunta, con una somma che potrebbe essere solo di 2.515.603,90 lire, se si prendesse per base la cifra che la società stessa, nei suoi resoconti, proclama essere il suo capitale industriale, e potrebbe al massimo giungere a 4.700.000 lire, se si rimborsasse l’intiero valore dell’impianto, compresa quella tale riserva che la società, in base agli statuti, non avrebbe mai dovuto formarsi coi centesimi estorti ai consumatori al disopra del prezzo di costo. Fatta anche l’ipotesi peggiore, si calcola che nell’azienda municipalizzata il costo del gas – interessi ed ammortamento compresi – non sarebbe superiore a 10 centesimi, 98 per metro cubo; e, trattandosi di industria vecchia e di calcoli ovvii, si può credere che la cifra sia esatta. Qualunque sia la soluzione che sarà in definitiva adottata è chiaro che il municipio ha, può ben dirsi, il toro per le corna; ed è probabile che la società consumatori finirà per venire a patti e cedere.

 

 

Ci spieghiamo così come, per il gas, l’amministrazione non abbia accolta l’idea, propugnata da alcuni, di un nuovo gasometro per fare una lotta ad oltranza alle due società. A che pro domandare al credito una somma di 10 milioni di lire per l’impianto di un nuovo gasometro, quando forse si dovrà ricorrere al prestito per altre imprese? A che pro costrurre un nuovo impianto, martoriare ancora più il nostro ingombratissimo sottosuolo, costrurre una terza canalizzazione accanto alle due esistenti, andar incontro all’alea di una lotta accanita colle due società rivali, distruggere, in caso di vittoria, il valore degli impianti privati, per ottenere uno scopo che può essere ottenuto egualmente con la fissazione di un nuovo parametro sulla base di 11 centesimi per metro cubo, o, in caso estremo, con il riscatto di uno dei due impianti esistenti?

 

 

Posto così sulla buona via il problema del gas, restava da risolvere il problema dell’illuminazione elettrica, problema per sé meno importante, sia perché la luce elettrica è ora una luce quasi aristocratica, sia perché ridotto il prezzo del gas a 11 centesimi a metro cubo – tasse escluse – di riflesso si esercita una pressione sulle società distributrici di luce elettrica a ridurre il prezzo di questa, per combattere la concorrenza del gas. Invece per questo problema apparentemente meno importante si fanno proposte audaci. La giunta, sempre a iniziativa dell’assessore dei lavori pubblici, prof. S. Cappa, e su relazione firmata da lui, dal prof. Grassi, successore di Galileo Ferrari nella cattedra di elettrotecnica al Museo industriale, e degli ingegneri Audoli e Candellero, propone infatti la costruzione e l’esercizio per conto municipale di un impianto idro-elettrico utilizzante il salto della Dora presso Chiomonte, allo scopo di trasportare a Torino una forza di 7.800 cavalli per illuminazione e forza motrice, con una spesa di 8.400.000 lire.

 

 

III

 

Se per ridurre il prezzo del gas il municipio di Torino possiede armi possenti senza ricorrere all’impianto di un gasometro proprio, è parso invece che per costringere le società Piemonte ed Alta Italia a ridurre il prezzo di vendita dell’energia elettrica a scopo di illuminazione ed anche per provvedere a basso prezzo la forza motrice necessaria alle crescenti industrie torinesi fosse necessario un nuovo impianto municipale. Il progetto messo innanzi dalla giunta sarebbe quello di acquistare dalla Società Motor una derivazione di litri 2.500 d’acqua al minuto secondo (estensibili sino a litri 4.000) dalla Dora Riparia in territorio di Salbertrand da restituirsi in territorio di Chiomonte. Passando sopra ai particolari tecnici la giunta proporrebbe di impiegare un capitale di 8.400.000 lire per distribuire in città 7.800 cavalli. Siccome la spesa annua di gestione, tutto compreso, non supererebbe le 950.000 lire, ogni cavallo potrebbe essere venduto senza perdita per il municipio, a 125 lire annue in cifra tonda a scopo di forza motrice; ovvero il prezzo di ogni lampada da 16 candele per illuminazione potrebbe essere di 9 lire all’anno con contratto finito, o di 24 centesimi per ogni chilowatt – ora. Le previsioni sono tanto rosee ed i prezzi così miti che certamente da una così grande riduzione di spesa (il prezzo del chilowatt-ora sarebbe diminuito persino da 90 a 24 centesimi), deriverebbe un forte incremento all’impiego dell’illuminazione e della forza motrice elettrica.

 

 

Queste le proposte. Contro le quali si scatenò subito una vivacissima opposizione, proveniente sovratutto da tecnici, la quale contestò cifra per cifra tutti i dati e tutti i calcoli della commissione municipale, contrapponendovi altri dati ed altre cifre, in guisa che ben diverse dovrebbero essere ritenute le conseguenze finanziarie dell’audace iniziativa. Innanzitutto, si dice, esistono davvero i 4.000 litri di acqua al minuto secondo che si devono supporre affinché l’impianto possa regolarmente funzionare? La commissione municipale traendo partito dalle misurazioni fatte delle portate della Dora riparia in altro punto risponde di sì ed afferma che in 18 anni e mezzo si ebbero appena 148 giorni di deficienza colla media di 8 giorni per anno ed un massimo di 58 giorni nel 1880 e di 26 giorni nel 1882. Sarebbe pur bene che più luce fosse fatta sul punto, non essendo tutti stati persuasi che con una rilevazione indiretta si potessero conseguire risultati sicuri. Quanto al costo dell’impianto, si obbiettò essere improbabile che la spesa si limiti a sole 434 lire per HP quando nella maggior parte dei casi il tosto del cavallo si mantenne in passato fra le 700 e le 800 lire. I preventivi hanno scarso valore in impianti in cui ogni caso per così dire nuovo e presenta problemi differenti degli altri; e quando si vede che una società fondatasi per utilizzare le forze della Cenischia su una previsione di 4 milioni di spesa, ebbe a spendere 5 milioni per eseguire solo metà dell’impianto, si può concludere che ben scarsa fiducia meritano le previsioni di costi bassissimi per l’impianto municipale, malgrado che dette previsioni siano basate su progetti impegnativi di ditte serie.

 

 

Si sa che i progetti non vincolano poi di fatto le imprese, le quali trovano modo di farsi compensare ricorrendo alle opere impreviste e straordinarie. Tecnici stimati sono venuti a dire che non 8.400.000 lire costerà l’impianto idroelettrico, ma almeno 10.400.000 o persino 12.500.000 lire. Anche quest’ultima cifra è molto rosea, si dice, poiché corrisponde a 700 lire per cavallo, mentre la società dell’Alta Italia ha dovuto spendere in media 1.200 lire.

 

 

Mutata la cifra della spesa capitale, mutano anche le spese di esercizio che nelle critiche si vedono portate a 1.550.000 invece delle 950 mila lire previste dalla giunta. Si capisce quindi come il prezzo del cavallo effettivo debba essere portato a 200-220 lire annue per contratti finiti, il prezzo della lampada da 16 candele a 15 lire circa all’anno ed il prezzo del chilowatt-ora a 78 centesimi. Posti in mezzo a siffatte contraddizioni è difficile decidersi, tanto più quando da parte del municipio mancano studi dettagliati, non basati soltanto su ipotesi e su calcoli teorici, che soli potrebbero ingenerare la persuasione che ingrate sorprese non potranno verificarsi.

 

 

Un’altra obbiezione fondamentale fu: come potrà Torino assorbire in poco tempo quei 5 o 6.000 cavalli di energia per forza motrice che sarebbero lasciati disponibili dall’impianto municipale dopo provveduto ai bisogni della illuminazione? Basta riflettere che negli ultimi anni lo sviluppo dell’industria portò ad un maggiore impiego annuo di soli 500 cavalli, che in futuro non tutto l’aumento andrà a favore dell’impianto municipale, ma sarà assorbito dalle imprese private che aumentano ogni anno la loro potenzialità, e che una formidabile concorrenza alla forza elettrica si va accentuando per mezzo degli impianti a gas povero. Né più fondate sembrano le speranze di potere collocare notevole parte dell’energia municipale a scopi di illuminazione. Si è portato l’esempio di Napoli dove in pochissimo tempo la luce elettrica fece passi da gigante; ma l’esempio non calza perché a Napoli il prezzo del gas è più che doppio di quello che nel 1905 dovrebbe essere a Torino. Esempio più adatto sarebbe quello di Milano ove pure la luce elettrica sempre più si diffonde. Ma badisi, la luce elettrica per quanto si faccia, non diventerà mai veramente popolare; anzi, quanto più diminuiremo il prezzo del gas, tanto più riserveremo l’impiego della luce elettrica a scopi di comodità, di pulizia, di bellezza che hanno poco a fare coll’economia in stretto senso. Val la pena di far correre ad un municipio rischi industriali così grandi per provvedere una luce migliore alla borghesia agiata e ricca? Questo si chiesero alcuni socialisti i quali denunciarono il progetto come una pseudo-municipalizzazione a favore delle classi abbienti, le cui spese saranno poi fatte pagare ai poveri per mezzo del dazio consumo o della ripercussione sugli inquilini dell’imposta fabbricati, qualora le previsioni andassero fallite e l’azienda municipale non potesse reggersi colle sole sue forze. Né è questo il solo caso in cui il problema dell’assunzione di un pubblico servizio implichi questioni fondamentali di distribuzione della ricchezza. Se le aziende municipali vanno bene, sorge il dubbio che vadano troppo bene e che il comune, facendo pagare cari i suoi servizi, imponga una specie di dazio su una categoria di consumatori per ottenere una entrata con cui fare fronte a spese di utilità generale, che andrebbero ripartite su tutti i contribuenti. Se le aziende vanno male e se le passività sono dovute al fatto che si vende al disotto del costo, allora sono tassati i contribuenti per regalare o quasi certi servizi ad una classe privilegiata di consumatori.

 

 

Le obbiezioni non sono certo tali da farci condannare senz’altro l’audace iniziativa del municipio di Torino. Dopo tutto potrebbe darsi che le previsioni della giunta fossero esatte, e sarebbe colpa lasciarsi sfuggire un’occasione buona per dotare Torino di forza motrice a buon mercato. L’amministrazione Frola ha saputo in breve tempo ottenere il vanto di alcuni contratti conchiusi con grande vantaggio del comune; ad esempio il contratto per la permuta della piazza d’armi; e si capisce come, persuasa della bontà dell’impianto idroelettrico, voglia andare a fondo. Si deve pure apprezzare la prudenza del consiglio comunale, il quale pur approvando l’acquisto della concessione di Chiomonte, allo scopo di impedire che cadesse in mano di qualche intrapresa concorrente privata, volle che studi più ampi e precisi fossero fatti innanzi di pronunciarsi definitivamente.

 

 

Speriamo che gli studi conducano a risultati precisi ed accettabili da tutti; e che più non si ripeta lo spettacolo per i profani stranissimo, di due commissioni di insigni tecnici nominata l’una dal sindaco, l’altra dalla Società promotrice dell’industria nazionale, le quali giungano a valutare il costo di esercizio del medesimo impianto l’una a 950.000 lire e l’altra a 1.500.000 lire. Sono differenze sbalorditive che stupiscono e difficilmente si spiegano in persone che fondano i loro preventivi su scienze esatte e sulla constatazione di fatti che dovrebbero essere tangibili e certi.

 

 

Che i letterati si accapiglino per interpretare un verso di Dante, che i giuristi stiracchino in ogni verso gli articoli del codice, che gli economisti abbiano ognuno una propria teoria del valore, è una cosa che si comprende. È abitudine di queste egregie persone di creare una ragione alla propria esistenza col discutere a perdifiato su quistioni forse chiarissime. Ma che ingegneri in affari di interesse pubblico vengano a conclusioni così diametralmente opposte è cosa davvero curiosa. Non soltanto strana, ma anche spiacevole, poiché ne va di mezzo l’interesse della collettività.

 

 

IV

 

Una delle più grosse questioni che oggi si presentino a Torino è quella edilizia. È una questione grossa, perché si riannoda alla sistemazione della rete ferroviaria che, specialmente nel tratto fra porta Susa e porta Nuova, costituisce adesso un ostacolo gravissimo all’espandersi della città, e tocca davvicino eziandio tutto il problema delle abitazioni popolari. Del problema si può parlare solo a guisa di ipotesi, perché la soluzione si trova appena allo stato di studio.

 

 

Nell’autunno venturo la giunta dovrà presentare proposte concrete intorno alla più grande area fabbricabile che sia adesso disponibile nella nostra città: la piazza d’armi. In seguito ad alcune fortunate convenzioni col governo, la piazza d’armi dovrà infatti essere trasportata fuori cinta, fra gli stradali di Stupinigi e di Orbassano; e la attuale piazza d’armi entrerà in possesso della città, che ne potrà disporre a suo piacimento.

 

 

Cosa curiosa, intorno all’utilizzazione di questa area, una delle più belle e grandiose che alcun comune abbia mai avuto nelle sue mani, situata nella parte più elegante e sana di Torino, tra i corsi Siccardi e Castelfidardo a levante e ponente, il quartiere dei villini a mezzanotte e la Crocetta a mezzogiorno, non si è disegnata nessuna corrente ben marcata dell’opinione pubblica; cosicché è probabile che nell’autunno venturo il consiglio comunale sarà chiamato, senza adeguata preparazione, ad approvare i piani elaborati in silenzio dall’ufficio tecnico municipale. Ora è probabile che l’ufficio tecnico vorrà inspirarsi ai veri interessi della città; ma non è meno certo che alla soluzione di un problema così grosso dovrebbe vivamente interessarsi la cittadinanza, per evitare postumi pentimenti ed errori irreparabili.

 

 

Per sollecitare il risveglio dell’opinione pubblica in un argomento così vitale per Torino, è opportuno discuterlo subito, mentre in municipio perdurano gli studi, che speriamo abbiano a riuscire degni dell’avvenire della città. Le questioni che si debbono risolvere sono parecchie: l’area dell’attuale piazza d’armi deve essere destinata alla fabbricazione, ovvero a parco? e data l’ipotesi che in tutto od in parte essa sia destinata alla fabbricazione, conviene alienarla, oppure no? Sono due questioni distinte, ed entrambe capitali.

 

 

Che a Torino il bisogno di un nuovo parco sia sentito, nessuno oserebbe negare. Lasciando da parte gli eleganti spiazzi alberati che abbondano in città, l’unico grande giardino pubblico è quello del Valentino; meraviglioso sotto parecchi aspetti, ma troppo lontano dai quartieri alti della città, troppo umido d’inverno e in realtà poco popolare, per la sua stessa aristocratica bellezza, e poco adatto a favorire i giuochi ed i divertimenti domenicali delle masse. La piazza d’armi, invece, si presterebbe benissimo alla creazione di un parco che, coi suoi ampi prati ed i viali ombrosi, diventasse come l’Hyde Park di Londra, il Prater di Vienna, Villa Borghese a Roma, il ritrovo continuo, di tutto l’anno, delle folle festanti. Situato vicino ai quartieri signorili della vecchia piazza d’armi ed ai quartieri più popolari della Crocetta, di San Salvario, ed anche di San Secondo, servito da comodissime tranvie, potrebbe diventare il ritrovo di tutta Torino. Sarebbe un altro polmone aggiunto a quelli già esistenti nella bella capitale del Piemonte. L’occasione di creare un nuovo parco in posizione così favorevole, non si ripresenterà forse mai più. Importa non lasciarla sfuggire.

 

 

Queste le argomentazioni di coloro che si preoccupano più della bellezza artistica della città e del suo avvenire, che non delle convenienze finanziarie immediate. Ma sarà ben difficile che costoro la spuntino in tutto. La nostra città si trova slanciata siffattamente sulla via delle ardite intraprese, che a pochi amministratori basterà il coraggio di proporre il sacrificio dei parecchi milioni che vale oggi l’attuale piazza d’armi. L’espediente migliore sarebbe di destinare a fabbricazione una metà circa, la più pregiata, dell’area disponibile, creando sull’altra metà un parco che, quantunque più piccolo, potrebbe abbastanza soddisfare agli intenti sovra menzionati. In futuro se la città si espandesse ancora a mezzogiorno ed a ponente, non sarebbe difficile trovare un’area più lontana da convertire in un parco veramente grandioso; e nel frattempo la metà di piazza d’armi oggi riservata a giardino sarebbe cresciuta enormemente di valore e risarcirebbe la città dei sacrifici sofferti, qualora si deliberasse di fabbricarla.

 

 

L’altra questione capitale è dato che la piazza d’armi debba essere costrutta, conviene alla città vendere le aree fabbricabili, oppure no? So bene che sinora nelle città italiane la questione non è stata nemmeno posta. Le città non hanno fatto altro che rivendere le aree al miglior prezzo possibile. Ma si può dubitare se esse, così facendo, abbiano operato saggiamente. In molti paesi esteri le città più illuminate si sono messe negli ultimi tempi a seguire un metodo tutto differente. Esse hanno pensato, e con ragione, che vendendo le aree edilizie, rinunciavano agli aumenti di valore spesso vistosi che si verificano col tempo. Sovratutto in Inghilterra ed in Germania, si va diffondendo il concetto che le città non debbono per nessun motivo alienare le aree del demanio comunale. In Inghilterra le città adottano il sistema del leasehold; affittano cioè le aree fabbricabili a costruttori per 30 o 99 anni, col patto che i costruttori paghino un canone annuo e restituiscano, alla fine della locazione, l’area insieme colla casa senza diritto ad alcun indennizzo. Così sono state costruite alcune delle più belle vie di Glasgow e di Birmingham; e senza nessun sforzo queste due città, alla fine del periodo, ottenevano redditi grandiosi dalle case ritornate in loro potere. La Germania, messasi più tardi su questa via, vi ha fatto in breve progressi notabili. Il codice civile tedesco del 1900 conserva l’istituto dell’Erbbaurecht, che è qualcosa di analogo al nostro diritto di superficie. In virtù di esso, una città può cedere a privati il diritto di costruire case su terreni suoi per un periodo di tempo più o meno lungo. In virtù di convenzione, la proprietà del suolo è per quel periodo intieramente separata dalla proprietà della costruzione. Il costruttore può vendere, legare, affittare, ipotecare la sua casa senza alcun vincolo. Il comune, proprietario dell’area, ha solo il diritto di ricevere un canone annuo fissato dalle parti, canone che può anche essere convenuto in una somma capitale pagabile all’inizio del periodo dell’affitto. Finita la locazione, l’area colla casa ridiventa proprietà piena del comune. Molte città tedesche hanno tratto partito dalla norma. Citiamo Lipsia che ha ceduto ad una società di abitazioni a buon mercato il diritto di superficie per 125 mila metri quadrati; Amburgo che ha già risoluto di cedere in questo modo i suoi terreni per la costruzione di case operaie; Mannheim ed Halle che hanno fatto lo stesso; Francoforte che non vende assolutamente nessun’area demaniale, ma l’affitta per 60 anni col diritto a riprendersi alla fine le case senza nessuna indennità. Malgrado patti apparentemente poco favorevoli ai costruttori le costruzioni si sono sviluppate assai e forse più che col sistema della vendita, perché i costruttori non devono immobilizzare parte dei loro capitali nella compra dell’area. Il successo del sistema è stato così grande che un progetto di legge presentato al parlamento di Vienna si propone di estenderlo all’Austria.

 

 

Probabilmente il sistema tedesco non potrà essere applicato senz’altro all’Italia. Occorrerà tener conto della nostra legislazione e provocare forse qualche riforma agli istituti dell’enfiteusi e del diritto di superficie, quali sono regolati dal nostro codice civile, ove non si ritenesse sufficiente l’affitto trentennale. Ma questi non sono ostacoli insuperabili.

 

 

Il parlamento italiano è entrato nella via della legislazione speciale; né si potrebbe trovare un esempio migliore della opportunità di una legge speciale, utilissima non solo per Torino, ma anche per tutte le grandi città italiane. D’altra parte la fabbricazione della piazza d’armi è tutt’altro che urgente. In Torino sono sorte a centinaia e a migliaia negli ultimi tre anni le case nuove, sicché una crisi edilizia non sarebbe impossibile se d’un tratto venisse buttata sul mercato una quantità troppo grande di aree fabbricabili.

 

 

Un breve ritardo non nuocerebbe; e frattanto, per non perdere tempo, perché il sindaco di Torino – che per conto del Museo industriale ha compiuto all’estero parecchie belle inchieste – non potrebbe inviare una commissione di tecnici municipali a studiare sul luogo in Germania i modi con cui le città tedesche utilizzano le loro aree fabbricabili? Sarebbe un eminente servigio reso a Torino ed al suo avvenire.

 

 



[1] Con il titolo Grossi progetti per Torino. La municipalizzazione dell’acqua potabile. [ndr]

[2] Con il titolo Il problema del gas a Torino. [ndr]

[3] Con il titolo La municipalizzazione dell’impianto idroelettrico a Torino. [ndr]

[4] Con il titolo La questione edilizia a Torino e gli esempi dell’estero. [ndr]

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