Aforismi tributari

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/01/1923

Aforismi tributari

«Corriere della Sera», 17 gennaio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 46-50

 

 

 

Ricevo lettere inquiete di agricoltori, i quali, avendo letto in un mio articolo che il massimo del totale di imposta e sovrimposta sui terreni era quello di lire 153 all’ettaro per la provincia di Ravenna, protestano dicendo che essi pagano di più. Un proprietario del veronese paga lire 300 all’ettaro per terreni fillosserati, «a cui si nega lo sgravio perché non raggiungono il 50% di perdita, 50% che nessuno poi sa come vada calcolato». Un altro di Forlì paga lire 190,94 per ettaro, ossia lire 221,03 per ogni lire 86,40 di reddito imponibile al catasto nuovo. Un terzo, paga nel padovano lire 265 per ettaro. Un quarto, riminese, paga il 210,25% sul reddito imponibile a catasto nuovo e lire 212,76 per ettaro.

 

 

A me era parso di aver fatto rilevare che le lire 153 erano la media più alta per provincia. Naturalmente, una cifra media comporta l’esistenza di cifre più alte e di quelle più basse; e non mi stupirei affatto che in singoli Comuni si pagasse anche più di 300 lire per ettaro. E si comprende perciò l’esasperazione giusta con la quale i proprietari sovratassati leggono su certi giornali che la terra paga solo 100 milioni di imposte e che nessun aumento si è verificato nel carico tributario dopo la guerra. Sarebbe d’uopo che, in questa materia delicata, dove è facile enunciare ed anche spingere a commettere errori gravissimi, si usasse la massima buona fede da tutte le parti, solo modo di aiutare efficacemente il governo nell’ardua impresa di perequare l’onere delle imposte, il che vuol dire far pagare di più a quelli che sono sottotassati e sgravare coloro i quali sono sovratassati. Quale scopo vogliono raggiungere i giornali i quali seguitano a parlare di 100 milioni invariati, fingendo di ignorare che il carico tributario sulla proprietà fondiaria è dal 1914 in poi quadruplicato e che la terra paga oggi 880 milioni di lire, a cui si debbono aggiungere somme imprecisate per imposta patrimoniale, successoria e di registro, le quali probabilmente superano – la ricchezza immobiliare paga i tre quarti e quella mobiliare un solo quarto della imposta successoria – il corrispondente onere delle altre specie di ricchezze? È difficile comprendere lo scopo, sebbene si veda il risultato che è quello di confondere le idee e di favorire una repartizione delle imposte sperequata per un verso diverso da quello invalso fin qui.

 

 

Giova perciò, mi pare, fissare taluni punti essenziali, che devono essere tenuti presenti nel riformare questa materia.

 

 

L’aggiornamento dei redditi dominicali della terra non deve significare disordine. Perciò sono grandemente dubbioso sulla opportunità e sulla giustizia di innestare sulla operazione di acceleramento del catasto – opera ottima, grandiosa e che basterebbe da sola a far la gloria di un ministro – l’altra tutt’affatto diversa dell’aggiornamento degli estimi al 1913-14. Così facendo, perderemo tempo, distoglieremo, per un’opera transitoria di scarsa utilità, i catastali dal loro vero compito che è di porre termine al catasto e andremo contro alle intenzioni dei fondatori dell’impresa magnifica, che fu di conferire stabilità agli estimi; e quindi di esentare le migliorie per 30 anni dalla attivazione del catasto. Per la finanza basta, nelle province a catasto nuovo, moltiplicare per 4 o se vuolsi per 5, gli imponibili. Badisi che il coefficiente di moltiplica non deve essere stabile. Sarebbe un errore gravissimo. I redditi in lire oro debbono essere di anno in anno o di quinquennio in quinquennio convertiti in lire carta a seconda di un coefficiente da calcolarsi con criteri facili ad essere stabiliti.

 

 

Ai redditi convertiti in lire carta il governo deve applicare aliquote ragionevoli. Adesso le imposte erariali, a furia di decimi, centesimi, addizionali, mutilati, progressività insensate in un’imposta reale, imposte create a latere ecc. ecc. diventano, tanto sono elevate, sopportabili unicamente per la bassezza degli imponibili. Se si vuole fare sul serio, bisogna stavolta evitare i soliti trucchi che hanno diffamato in passato la finanza italiana ed hanno reso sospettosi i contribuenti. Una imposta sola ed una aliquota unica ragionevole: bisogna che il salto dagli imponibili bassi agli alti sia accompagnato da un salto inverso dalle aliquote alte a quelle basse. È il solo modo, come dirò meglio altra volta per la ricchezza mobile, per ottenere il rispetto della legge. Quel disgraziato proprietario del riminese che paga il 210,25% dell’imponibile, può pagarlo alla men peggio, restando forse al verde, finché l’imponibile è quello antico in lire oro del 1874-85. Ma se riportiamo le lire oro del 1874-85 alle lire carta d’oggi, come potrà pagare? La campagna contro gli imponibili bassi diventa una vociferazione demagogica quando non si allei ad una campagna per il contemporaneo abbassamento e conglobamento in una cifra sola ragionevole delle attuali aliquote da manicomio.

 

 

Lo stato deve impedire assolutamente ai comuni ed alle province di profittare della revisione per aumenti di sovrimposta. Quando i redditi siano ridotti all’attualità, cessa ogni ragione di consentire agli enti locali di spingersi al 100, al 200 e più per cento del reddito imponibile. Anche il massimo del 54% del progetto Meda, calcolato nell’ipotesi che durassero i redditi in lire oro del 1874/85, diventa incomportabile. Bisogna fissare un massimo complessivo, tra stato, province e comuni del 25%, insuperabile assolutamente e senza possibilità di aggiunte di qualsiasi sorta e con qualunque pretesto. Il contribuente, oltre a quel 25% di carico uniforme per tutti, debba pagare solo più le imposte personali (patrimoniale e globale sul reddito) e quelle di trapasso (successione e registro). Dovrà, per questi motivi, pagare progressivamente a seconda del suo reddito, dall’1 al 50% e forse più; ma perché appunto possa pagare queste alte imposte personali e di trapasso, occorre che le imposte base, reali o normali, siano mantenute entro limiti non obbrobriosi. I comuni e le province non potranno vivere, quando debbano arrestarsi al 25% del reddito? Tanto peggio per essi. Un comune che non è capace di vivere senza spogliare i suoi cittadini è un comune male amministrato. Sia posto sotto stretta tutela e sottoposto, se occorre, alla procedura fallimentaria che la legge in tali casi prescrive. Alla fine, troverà pure il mezzo di vivere con decenza.

 

 

Lo stato deve impedire le spogliazioni da parte di enti tassatori sorti come funghi negli ultimi anni, a tagliar l’erba sotto i piedi dello stato. Vorrei che molti leggessero un vivacissimo ricorso del sindaco della città di Aosta, geom. Farinet, contro le incredibili intemperanze di certi roditori del bilancio annidatisi dentro ad una tassa chiamata per gli infortuni agricoli. Il sindaco d’Aosta dimostra che per dare 16 lire di indennità ad un infortunato in montagna, bisogna spendere per la prima visita medica 236 lire, per la seconda 231, per il pretore 130 lire, per l’ispettore senza medico 360 lire, per l’ispettore col medico 590 lire. E notisi che medici e pretori ricevono diarie appena decenti; è il meccanismo che lavora a vuoto. Questa faccenda degli infortuni agricoli in moltissimi luoghi dove non capitano infortuni è tutta una mangeria buona per alimentare un nugolo di impiegati. Sette comuni di Valle d’Aosta, dice il Farinet, i quali pagano allo stato lire 7.259,25 di imposta fondiaria per i loro pascoli e boschi, pagano ben lire 7.100,55 alla burocrazia infortunistica; ché gli infortunati non ricevono di fatto nulla; e quando ci sono tagli di boschi da fare, all’assicurazione dei boscaioli provvedono a parte gli impresari. Il comune di St. Rhemy paga lire 1.624,70 allo stato, ma ha il piacere di pagare lire 3.015,85 ai cosidetti infortuni! Ciò che vale per i comuni proprietari vale per tutti gli altri proprietari. E non nella sola Valle d’Aosta. Mi scrivono che i proprietari della provincia di Bergamo hanno pagato, per questo solo titolo, ben 1 milione 600.000 lire nell’anno in corso. Facciamo la moltiplica per 69; ed abbiamo una nuova imposta fondiaria, di cui nessuno tiene conto; ma che porta via fior di danari ai contribuenti e li rende meno capaci di pagar tributi allo stato. Via senza pietà tutte queste escrescenze!

 

 

Ogni classe tributaria paghi direttamente l’imposta dovuta. Ho già accennato al tentativo di taluno dei più rumorosi avvocati dell’imposta sui coltivatori di terre proprie per esentarne di fatto i nove decimi, con la chiesta immunità per i «piccoli» contribuenti, i «modesti» coloni o mezzadri, ecc. ecc. E duole vedere tale eresia addotta in un comunicato ufficioso a dimostrazione della facilità di applicare l’imposta nuova coi metodi della ricchezza mobile a men che un milione su sette milioni e mezzo di proprietari rustici. I metodi della ricchezza mobile, checché si dica da coloro che non vogliono apprezzare l’effettivo modo di comportarsi dei due sistemi, equivalgono all’infanzia della tecnica tributaria in confronto a quella degli estimi terrieri. Infanzia primitiva e grossolana, la quale consentirà soltanto di introdurre di straforo ed alla rovescia quei metodi di classe, contro cui lottarono e trionfarono i metodi oggettivi catastali, lasciando alla mercé dei tassatori una piccola minoranza di perseguitati tra le risa della maggioranza immune. Un’altra deturpazione sarà immancabilmente chiesta, quando si vorrà che il proprietario anticipi l’imposta per conto dei mezzadri, coloni, piccoli affittuari, ecc. È necessario che il ministro resista energicamente contro questi tentativi immorali. Il pregio politico principalissimo delle imposte dirette è che ogni contribuente ha la sensazione di ciò che paga ed è quindi interessato al controllo della cosa pubblica. Perciò l’esattore deve recapitare al proprietario l’avviso di pagamento che gli spetta, all’affittuario il suo, al mezzadro o colono il suo. Niente rivalsa, niente pasticci. Invece ogni coltivatore di terreni proprii, ogni mezzadro, ogni affittuario deve essere considerato per sé e tassato quando ciò si debba fare.

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