Al bando

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/04/1922

Al bando

«Corriere della Sera», 14 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 669-672

 

 

 

La relazione del collegio dei commissari giudiziali (estensore Punturieri) sul disastro del Lloyd mediterraneo, merita un commento. Noi adempiamo e seguiteremo ad adempiere il nostro dovere segnalando le cause generali le quali impediscono il rifiorimento della nostra economia nazionale e invocando un arresto nella troppo alta pressione fiscale, l’abbandono dei sospettosi progetti di controllo, una più tranquilla valutazione da parte delle masse operaie della necessità di elevare il proprio rendimento. Ma vi è un elemento specifico che non va perduto di vista: l’onestà, la dirittura, la capacità dei dirigenti le industrie, il loro rispetto per il denaro pubblico, la loro consapevolezza di essere i depositari del risparmio nazionale. Quanto al rispetto del denaro pubblico, noi abbiamo detto troppe volte francamente, rudemente il nostro pensiero perché occorra ripeterci: gli industriali hanno torto, fanno il danno del paese, legittimano le accuse dei loro avversari quando non separano la propria causa da quella dei pochi, i quali pretendono di rappresentare la causa dell’industria chiedendo protezioni doganali feroci, premi alla marina mercantile, finanziamenti dello stato. La gran massa degli industriali non riceve alcun vantaggio dalle largizioni governative, ma assume la responsabilità di una politica favorevole a pochi.

 

 

Oggi, però, vogliamo attirare l’attenzione del pubblico e degli stessi industriali su un altro pericolo gravissimo. Se il male non viene circoscritto, se i colpevoli non vengono messi spietatamente al bando del consorzio industriale, sarà questo che soffrirà le conseguenze della sfiducia che a poco a poco si impadronirà dei risparmiatori verso ogni iniziativa economica. Abbiamo avuto prima la scomparsa di qualche miliardo ad opera della Banca di sconto, e fu un rude colpo per il mondo bancario e per la fiducia che il pubblico deve avere nell’oculatezza e nella correttezza delle banche. Abbiamo ora la relazione del Lloyd mediterraneo ed è un altro durissimo colpo alla fiducia che le industrie devono saper ispirare nei fornitori di capitale. Dal 14 marzo del 1918 al 30 giugno del 1921 gli amministratori del Lloyd dilapidano 100 milioni di capitale azionario, 85 milioni di capitale obbligazionario; distruggono l’intero capitale azionario e restano debitori – o meglio resta debitore il Lloyd mediterraneo da questi signori amministrato – per 244,3 milioni comprese le obbligazioni, contro cui vi sono 84,1 milioni da ripartire nella migliore delle ipotesi trascurando le pretese fiscali e altri impegni. La crisi dei noli ha avuto una certa parte nel disastro, ma la parte maggiore l’ha avuta la mala amministrazione tenuta nell’interesse non degli azionisti e dei creditori, ma in quello di particolari gruppi finanziari i quali dominavano nell’amministrazione.

 

 

Gli aumenti di capitale figurano solo sulla carta. Si creano dei grossi certificati di azioni: l’uno di 45 milioni al nome della «Piombino» e l’altro di 5 milioni a nome dell’«Elba»; ma viceversa le due società non versano un soldo e il loro debito passa a debito dell’«Ilva». La quale «Ilva» è la vera padrona del Lloyd mediterraneo di cui fa l’intero servizio di cassa. Lungo tutta la fantasmagorica ridda di cifre questo Lloyd fa la figura di uno specchietto per occhieggiare i merli col pretesto della navigazione. Sulle centinaia di milioni che il Lloyd ebbe a sua disposizione per attuare un grandioso programma navale, solo 31 milioni furono effettivamente impiegati in navi; il resto fu travolto da impieghi in titoli di dubbia consistenza e di cui indubbiamente qualcuno aveva interesse a liberarsi o che altri voleva, senza tuttavia sborsare un soldo, avere sotto mano per disporre del voto relativo nelle assemblee generali. D’un colpo, quando ancora non ci sono neppure i denari in cassa, si delibera di acquistare 34 milioni di lire di azioni «Ilva», «Sviluppo», «Savoia», «Vado Ligure». Non perché ce ne sia bisogno, ma perché con lo scambio delle azioni fra le diverse società i signori Bondi, Fera, Luzzatto, ecc. possono rimanere padroni assoluti di tutto. Che monta se dopo tutte le azioni comperate precipitano?

 

 

In seguito si comprano per 25,5 milioni di lire nientemeno che 250.000 azioni di una certa Società Snia, lasciando però al signor Gualino, padrone di essa, il diritto esclusivo di votare a suo piacimento con quelle azioni non più sue nelle assemblee generali. Naturalmente si tratta di un pessimo affare. Prima le 250.000 azioni si debbono cambiare in sole 140.000 dette preferenziali con una perdita di 11,4 milioni; poi anche le preferenziali ribassano di 8,5 milioni, sicché la carta che rimane al Lloyd vale solo 5,4 invece di 25,4 milioni. Sono venti milioni andati in fumo. E così via. Si stipula un contratto di agenzia col signor Loeb che poi non si applica, ma per non applicarlo il Lloyd perde subito 705.000 lire e inoltre si obbliga a pagare l’1,25% sul nolo di tutti i piroscafi direttamente noleggiati dalla società. I commissari concludono con queste gravissime parole: «che la convenzione sia stata concretata soltanto e esclusivamente “per sacrificare” gli interessi della società a vantaggio del signor Loeb». Finalmente c’è un altro pasticcio di una società inglese «Mediterranean Cargo», creata fittiziamente per nascondere un contratto di acquisto di navi in Inghilterra. Ma risultato ultimo del pasticcio si è che il Lloyd dovrebbe pagare 1.265.000 sterline pari al cambio di 86 lire a 108.790.000, oltre a interessi, perdite, spese di liquidazione; dopo di che rimarrebbero di sua proprietà sette piroscafi di complessive 53.435 tonnellate e del valore massimo di 26.717.600 lire.

 

 

Non sappiamo che opinione abbia il procuratore del re di tutta questa fantasmagoria per cui i milioni degli azionisti – ce ne furono pure degli azionisti veri su cui i primi sottoscrittori scaricarono i loro pacchetti! – degli obbligazionisti e degli altri creditori scomparvero non si sa come attraverso acquisto di azioni, contratti di noleggio, acquisti di navi per interposta persona. Ma è certo che l’opinione pubblica dice una cosa sola: «alla larga da certe società per azioni! Lì c’è il bosco della Sila, lì hanno stanza filibustieri i quali non hanno nulla a temere dal paragone con quelli che infestavano un tempo il mare dei Caraibi o con i corsari della Barberia. Occhio alla borsa, mani in tasca e filiamo via diritti».

 

 

Questo, grossolanamente e confusamente, dice e sente il medio, comune, terrorizzato risparmiatore. E il male fatto da pochi, pochissimi, amministratori, ricade sulle 10.000 società, le quali amministrano il denaro altrui saggiamente, oscuramente, talvolta con fortuna scarsa, ma sempre con buona volontà e correttezza. La sfiducia: ecco la conseguenza disastrosa delle malefatte della Banca di sconto e del Lloyd mediterraneo. Perciò dicevamo che il mondo bancario e industriale ha interesse a scindere la propria responsabilità e la propria azione dai pochi che si conducono male. E poiché i rappresentanti dei borghi putridi si distinguono in questo campo per il gran rumore che fanno per ottenere aiuti, sussidi, protezioni, interventi dello stato, stiano in guardia gli industriali bravi a non unire la loro voce a quella dei postulanti: darebbero l’impressione di essere guasti e pericolanti anche essi.

 

 

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