Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Risorgimento liberale

Albi di giornalisti

«Il risorgimento liberale», 12 dicembre 1945

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 592-597

Scritti economici, storici e civili, Mondadori, Milano, 1973, pp. 972-978

Giornali e giornalisti, Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica ed economia, Firenze, Sansoni, 1974, pp. 43-50

 

 

 

Nel tempo dei tempi, ma si tratta di cose vedute da gente tuttora viva, di albi se ne conosceva uno solo: quello dell’ordine forense, diviso nelle due specie, degli avvocati e dei procuratori. Poi vennero gli albi degli ordini dei medici, degli ingegneri, dei dottori commercialisti e via dicendo. Supponevano tutti un diploma, una laurea scientifica e un esame pratico; e si immaginava, a torto od a ragione, che per tal maniera si garantisse il pubblico contro il pericolo di essere male difesi nei giudizi, od imbrogliati nei conti, o male curati dalle malattie o soggetti a crolli di case, di ponti od a scontri ferroviari. Ad un certo punto, governando gli adepti di qualcosa che nessuno sapeva cosa fosse, sebbene innumerevoli libri e studi si scrivessero attorno al corporativismo, si moltiplicarono i corpi e gli albi e venne fuori anche l’albo dei giornalisti.

 

 

Chi scrive cominciò a collaborare nei fogli quotidiani mezzo secolo fa, nel 1896; e per qualche tempo attese umilmente e gioiosamente a quella che un giorno si chiamava la cucina dei giornali: articolar dispacci, fabbricar titoli e sottotitoli, sforbiciare ed aggiustar notizie, riassumere commenti altrui, disporre all’ultimo momento, all’una, alle due, alle tre di notte le ultime notizie sulla plancia del bancone di tipografia, misurar collo spago i pezzi tipografici per vedere quanta roba entrava e quanta doveva essere scorciata o scartata. Bel lavoro, interessante, che nessuno al mondo mai ha insegnato ed insegnerà mai, mestiere che, alla pari di ogni altro lavoro di intuizione, si impara facendolo. Orator fit; giornalisti si diventa, ad una condizione, di esser nati tali. Vidi scrittori di giusta fama, collaboratori per articoli pregiati ai medesimi giornali, fallire alla prova del tavolo di redazione; e vidi uomini modesti, che non si cimentarono mai all’articolo di fondo, essere giustamente posti dai colleghi assai in alto nella gerarchia dei valori in materia di giornalismo quotidiano. Talun redattore – capo apprezzatissimo dal suo direttore non sarebbe stato capace di superare un esame in giornalismo né avrebbe aperto bocca se chiamato ad insegnare altrui gli elementi del mestiere in cui era maestro tra i maestri.

 

 

Il giornalismo non può alimentare cattedre, esaminandi ed esaminatori. Il solo pensiero della cattedra e dell’esame di giornalismo è grottesco. Come si insegna e come si impara un’arte che sta tutta, per quel che è sostanza, nell’avere idee da esporre ai lettori, e per quel che è forma, modi di presentazione, in un estro, in una vena, in un sesto senso che fa sentire, vedere, intuire quel che va e quel che non va? Che fa disporre la pagina in maniera piacevole, attraente per il lettore, invece che in modo confuso e repugnante? Nessuno sa dire perché le stesse notizie si facciano leggere se disposte e scritte e costruite in un certo modo, e facciano invece, se disposte e presentate e redatte diversamente, dire al lettore: oggi nel giornale non c’è nulla di interessante! Si sente che taluni giornalisti posseggono, ed altri no, il dono divino di creare fra sé ed i lettori un fluido di intelligenza reciproca, una corrente di umana simpatia. Talvolta basta un solo collaboratore a creare quella corrente, ma per lo più occorre l’insieme, l’invisibile opera del direttore che fonde, armonizza e guida l’opera dei suoi collaboratori, noti ai colleghi, ignoti al pubblico e fa delle loro molte penne una penna sola, del loro pensiero un pensiero solo; e sa far collaborare all’opera ed al pensiero comune, anche la mano del compositore tipografo, che sente il piacere del ben comporre, senza errori, del correttore di bozze che vede il refuso quasi senza guardare lo stampone, del proto che all’ultimo momento, accanto al redattore – capo, maneggia lo spago e giudica e manda. Il bel giornale, la pagina piacevole all’occhio e nutriente per l’intelletto è un’opera d’arte, è un canto poetico, è una creazione di ogni giorno e di ogni ora.

 

 

Non esiste un albo di poeti e non può esistere un albo di giornalisti. Anni dopo, quando anche a me accadde di dover pronunciare, essendo giunto il mio turno di anzianità, la sacramentale formula: «In nome dell’autorità che mi è conferita, la dichiaro e proclamo dottore in giurisprudenza» sono sicuro che la parola mi sarebbe mancata se, al luogo di “giurisprudenza” avessi dovuto dire “giornalismo”. La parola mi sarebbe mancata, perché non si possono pronunciare le parole sciocche, le quali procacciano vergogna a chi le dice. In quell’attimo, mi sarebbe parso di sentirmi ridire da Luigi Albertini, gran maestro in giornalismo, un suo detto che mi rimase sempre fitto in mente: «Io non cercai mai i miei collaboratori fra la gente provvista di titoli o di diplomi; ma scorrevo i giornaletti di provincia, le piccole rivistine di avanguardia, i settimanali dei giovani per vedere chi dava promessa di diventar qualcuno; e di fatto qualcuno che poi ebbe gran nome lo scoprii in quel modo». Né Albertini, dicevami, cercava i suoi redattori tra i giornali altrui per far fare ad altri la spesa del tirocinio. Dove valgono l’intuito ed il sesto senso, non c’è tirocinio che valga. Potremo iscrivere in un albo chi ha lavorato per un anno o per un semestre in un giornale; e non avremo alcuna, pur minima, garanzia di aver creato un giornalista. V’ha invece chi, dopo un’ora di prova, è giornalista perfetto. Il più bel giorno della mia vita narravami un tale che poi abbandonò quel mestiere, tuttavia sempre rimpianto – fu quando assunto redattore per la guardia di notte in un gran giornale – ed a quei tempi, quando non usava il telefono, chi era di guardia a mezzanotte rimaneva solo in redazione ad articolare, manipolare, raffazzonare, allungare, scorciare telegrammi, mettere i titoli, fare la pagina delle “ultime”, ecc. mi fu messo accanto un collega anziano per insegnarmi il mestiere e la previsione era che l’insegnamento dovesse, sia pure allentandosi a poco a poco, durare almeno per un mese. Quella stessa prima sera, capitano verso le undici il direttore e il vicedirettore a vedere come il lavoro procedeva; ed il novizio trasalì ed ancora trasale di gioia a sentire i direttori dire all’anziano: lei se ne può andare, ché il suo compagno può restar solo in redazione sin da questa sera».

 

 

Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa. Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che gli altri dicono o presentano male.

 

 

L’albo è un comico non senso se, per mezzo di esso, si presume di dare un giudizio sulla attitudine tecnica, sulla capacità ad esercitare l’arte, sulla durata più o meno lunga del tirocinio prestato. Inteso così, si ridurrebbe ad una farsa, qualunque imbrattacarte essendo certissimo di ottenere il certificato di frequenza da uno dei tanti direttori di giornale. In ogni paese di grande libero giornalismo vi sono i free lances, i selvaggi che non vogliono appartenere ad alcun giornale, ma inviano trafiletti, notizie, commenti che i direttori sono lieti di pubblicare perché dicono quel che il professionale non sa o non inventa o non intuisce; vi sono i liners, i quali mandano primi la notizia dell’avvenimento interessante, che i cronisti non conoscono ancora, del fattaccio del giorno visto in modo particolare e non sono nemmeno conosciuti, firmano con un numero convenzionale e son pagati a un tanto per rigo pubblicato, da un cassiere che forse è il solo ad averli mai visti.

 

 

Chi propugna l’idea dell’albo in realtà vuole conseguire un fine tutto diverso: creare un corpo, chiuso od aperto, in cui vi siano giudici e giudicabili, in cui vi siano giornalisti i quali si pronunciano sulla dignità od indegnità civile politica o morale di altri giornalisti. Qui il discorso è diverso; ma qui occorre porre ben chiaro un principio, il quale non può essere violato senza offendere i diritti essenziali della persona umana. Faccio astrazione del diritto eccezionale dei tempi di guerra. Innanzi che questa odierna guerra scoppiasse, scrissi che sarebbe stata una guerra di religione; e tale fu, epperciò non è finita. Non voglio discutere qui se nei tempi di guerra e principalmente di guerra di religione occorra stabilire tribunali straordinari. Ma poiché si pensa e si dice di volere provvedere ad una legislazione sui giornali che sia atta ai tempi di pace, affermo che per questi tempi di pace un solo tribunale è lecito e pensabile: quello del magistrato ordinario. La legislazione sulla stampa deve essere riveduta in questo unico senso: che ogni giornalista sia chiamato a rispondere di quel che scrive; che la diffamazione, l’ingiuria, la invenzione consapevole di notizie false – false, non tendenziose, perché tutte le notizie sono tendenziose quando sono date da un cervello pensante – siano punite, se commesse a mezzo della stampa, alla pari della diffamazione, dell’ingiuria altrimenti commesse; e che anzi il mezzo usato della pubblica stampa sia un’aggravante del reato commesso. Fuor di lì, nulla. Giudice della dignità od indegnità del giornalista non può essere il giornalista, neppure se eletto membro del consiglio dell’ordine od altrimenti chiamato a dar sentenza sui colleghi.

 

 

In una professione della quale tutti, tutti gli uomini viventi senza eccezione alcuna, possono essere chiamati a far parte per una ora o per un anno o per tutta la vita; nella quale è essenziale si possa entrare ad ogni istante da chi ha qualcosa da dire e dalla quale si deve uscire quando la penna più non sappia metter sulla carta nulla che valga; nella quale sono sempre vissuti, gli uni accanto agli altri, imbrattacarte e grandi pubblicisti, silenziosi correttori della prosa altrui o traduttori in lingua volgare delle parole confuse giunte attraverso l’aria da paesi e da continenti lontani, e rumorosi esibitori delle proprie improvvisazioni, che cosa significa un tribunale di pari? Null’altro che uno strumento fazioso per impedire agli avversari, agli antipatici, ai giovani, agli sconosciuti la espressione libera del pensiero; null’altro che un mezzo per ripetere, forse inconsapevolmente, l’eterno tentativo di limitare il numero degli iscritti alla professione nell’ingenua persuasione che ciò valga a dar più lavoro agli arrivati, idea falsa sempre in ogni campo e falsissima nella stampa quotidiana, dove la idea crea i lettori, dove i lettori non sono una quantità fissa, ma variabilissima, che cresce o scema a seconda di chi parla ai lettori; e sa parlare chi inventa la parola nuova, sia egli o non iscritto all’albo. L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori Istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non – conformisti.

 

 

Gli albi hanno, in questa materia, della onorabilità dei giornalisti, una sola ragion d’essere: quando gli ordini siano non solo aperti, ma facoltativi e quando l’esercizio della professione giornalistica sia libera a tutti, iscritti o non iscritti. L’ordine dei giornalisti diventa decente e può diventare anzi onorando, quando sia un onore farne parte, ma nessun danno derivi a chi non creda di far domanda di esservi ammesso, quando ad un ordine, ad una associazione di giornalisti si possano contrapporre altri ordini ed altre associazioni di giornalisti ed ognuno di essi cerchi di attrarre a sé i migliori. Se un solo ordine libero si costituirà, ciò vorrà dire che esso è l’unico desiderato e voluto, e la sua forza morale sarà tanto maggiore quanto più sia certo e noto che nessun divieto legale esiste contro l’istituzione di altri registri concorrenti. È un onore far parte di una accademia scientifica; ma lo scienziato, che non ne faccia parte, non perciò è meno scienziato, non perciò è posto in una situazione di inferiorità legale, in confronto ai membri dell’accademia. Grandissimi scrittori e grandi scienziati non hanno appartenuto mai ad alcuna accademia. L’albo dei giornalisti diventerà una cosa tollerabile e potrà anzi diventare una fonte di onore, quando la iscrizione, aperta a tutti, sia fatta volontariamente e quando la non iscrizione non produca alcun, benché minimo, effetto legale. Fuor di lì, l’albo dei giornalisti è, tecnicamente, un istituto assurdo e ridicolo, moralmente uno strumento di schiavitù, un indice infallibile di tirannia.

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