Albo signanda lapillo. L’azione del governo e la Banca di sconto

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/02/1922

Albo signanda lapillo. L’azione del governo e la Banca di sconto

«Corriere della Sera», 14 febbraio 1922[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 552-554

 

 

 

Lapidarie le parole indirizzate dall’on. Bonomi al consorzio dei creditori della Banca italiana di sconto:

 

 

«Lo stato, da qualunque governo esso sia rappresentato, può soltanto agevolare il superamento della grave crisi bancaria con provvedimenti già in gran parte adottati, ma non può, né potrà mai, né compromettere la esistenza degli istituti di emissione, così collegati all’economia del paese, né trasferire sui contribuenti italiani le perdite di una impresa privata. Una siffatta assurda pretesa, qualora fosse accolta, susciterebbe i comizi di protesta di tutti i contribuenti italiani».

 

 

Forse il presidente del consiglio è andato un po’ troppo innanzi quando ha scritto «susciterebbe», mentre la parola adatta era: «dovrebbe suscitare». Purtroppo, i contribuenti italiani non hanno coscienza della gran parte che essi hanno nella vita nazionale e che attribuisce ad essi importanti diritti, correlativi ai doveri a cui soddisfano col pagare le imposte. Quando «taluni» creditori di un banco dissestato – e dico a bella posta taluni, perché son sicuro che la grande maggioranza non accampa tali assurde pretese – chiedono l’intervento dello stato e danno a tale intervento il significato di un sacrificio che i banchi di emissione e l’erario dovrebbero sopportare, essi dimenticano che l’erario si alimenta unicamente con le imposte; e che i contribuenti possono essere chiamati a pagare imposte esclusivamente per fini pubblici, non mai per fini privati. I creditori hanno diritto di ripartirsi tra di loro tutto l’attivo della Banca di sconto, non un centesimo di meno. Hanno diritto di far pagare agli ex amministratori tutto ciò che essi debbono pagare a norma della legislazione vigente quando essi erano in carica non un centesimo di meno. Ma, in aggiunta, essi non possono pretendere nulla dal pubblico erario. Non possono chiedere che gli istituti di emissione, ossia i contribuenti, si accollino al prezzo di 1.000 attività della Banca di sconto che valgono soltanto 700 od 800 od anche 999. Questo sarebbe, come ben dice l’on. Bonomi, «trasferire sui contribuenti italiani le perdite di una impresa privata». Lo stato non può dare alcuna garanzia, neppure morale, a pro di private imprese. Ogni banca, ogni industria deve correre le alee inerenti alla sua vita. Se lo stato garantisse le private iniziative contro le perdite, quale spaventevole abisso si spalancherebbe dinanzi al paese! Ognuno terrebbe per sé i risultati buoni degli affari bene riusciti; ed ingrosserebbe le perdite degli affari cattivi per farsele rimborsare dallo stato. Peggio: non vi sarebbe più alcuna ragione di essere prudenti nella scelta degli affari, perché l’iniziatore sarebbe sicuro che, in caso di insuccesso, pagherebbero i contribuenti. Sarebbe premiare i fallimenti e le iniziative balorde ed azzardate.

 

 

Perciò, bisogna anche guardare con diffidenza estrema e con scetticismo profondo a qualunque proposta anche di semplice sorveglianza delle banche da parte dello stato. La sorveglianza non serve a nulla, perché i controllori statali arrivano sempre con la vettura di Negri. L’obbligo di investire un venti per cento (come si dice sia proposto in un disegno di legge) in titoli pubblici è una lustra; perché qual mai banca in Italia, che non fosse un semplice travestimento di lestofanti, non riportò almeno il 20% ai creditori? Ed i titoli di stato, salvo i buoni del tesoro, che è da… augurare lo stato cessi un bel giorno di emettere, non sono indiscutibilmente un pessimo investimento per una banca ordinaria di sconti, la quale deve avere impieghi liquidi, e non immobilizzati in titoli consolidati od a lunga scadenza?

 

 

La sorveglianza dello stato sarebbe soltanto un’arma in mano a banchieri furbi e disonesti per accalappiare i depositanti squadernando nei manifesti e negli annunci al pubblico il controllo dello stato e menandone un vanto assordante. Perciò un tempo si abolirono le autorizzazioni governative a creare società e banche private. Lo stato deve dettare norme precise per la pubblicità dei conti e per la responsabilità degli amministratori e dei sindaci; ma non deve assumere alcuna responsabilità né diretta né indiretta nei successi o nelle malefatte delle imprese private. La legge comune, rigidamente osservata: ecco la sola e più efficace sanzione contro gli amministratori incapaci o avventati o infedeli.

 

 



[1] Con il titolo L’azione del governo. Albo signanda lapillo. [ndr]

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