Alcune considerazioni sul censimento nella provincia di Torino

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 22/03/1901

Alcune considerazioni sul censimento nella provincia di Torino

«La Stampa», 22 marzo 1901

 

 

 

Abbiamo sott’occhio i risultati definitivi del censimento della provincia di Torino. E sono risultati meritevoli di profonda meditazione da parte di tutti coloro che si interessano delle sorti e della prosperità dei nostri paesi.

 

 

Eravamo 1,064,233 residenti in provincia di Torino nel 1881 e siamo ora 1,150,069. Un aumento di 85,836, in 19 anni e 40 giorni, è poca cosa. Rappresenta appena un incremento dell’86 per mille.

 

 

Se si pensa che negli ultimi diciannove anni la differenza tra la natalità e la mortalità è stata in totale del 192 per mille; e se si suppone che la medesima differenza si sia verificata anche in provincia di Torino, se ne deduce che in questi diciannove anni sono nati da noi, in più dei morti, circa 205 mila persone. Eppure la cifra che si trova in più è di poco superiore ad 85 mila. Vuol dire dunque che circa 120 mila persone se ne sono andate via dalla provincia, dirigendosi verso il resto d’Italia o verso l’estero.

 

 

E si noti che supponendo una emigrazione di 120 mila persone, si rimane probabilmente al disotto del vero, perché di quegli 8 mila abitanti che risultarono in più, quasi 79 mila appartengono alla sola città di Torino; e di questi un buon numero, certo superiore a coloro che se ne sono andati via, provenne dalle altre province piemontesi di Novara, Cuneo ed Alessandria. Cosicché, si può essere certi di non andare errati affermando che forse centocinquantamila (ossia tre quarti dei nati in più dei morti) comprovinciali sono usciti negli ultimi 19 anni dal nostro territorio.

 

 

Né questa prima constatazione dell’importanza grandiosa del movimento migratorio nella provincia è sufficiente a dipingere l’intensità del fenomeno. L’aumento, per quanto tenue, della popolazione è quasi limitato al circondario di Torino, in cui gli abitanti crebbero da 563,347 a 650,313, ossia di 86,966, di cui 78,789 nella sola città di Torino. Negli altri circondari l’aumento fu minimo o vi fu addirittura una diminuzione. A Susa si crebbe di 4939, da 91,866 a 96,805 e ad Ivrea si ebbe l’irrilevante aumento di 230 persone, essendosi passato da 184,967 a 185,197 abitanti.

 

 

Ad Aosta si ebbe una perdita di 1169 persone, scendendosi da 85,007 ad 83,838 ed infine a Pinerolo si ebbe un decremento di 5130 persone essendo la popolazione scemata da 139,046 a 133,916.

 

 

Se si fa il calcolo dei Comuni in cui gli abitanti aumentarono e di quelli in cui diminuirono si ottengono dei risultati ancora più sorprendenti. Su 442 Comuni che conta la provincia di Torino, la popolazione aumentò in soli 190 e diminuì in 252. Ed occorre aggiungere che nel solo circondario di Torino il numero dei Comuni in cui la popolazione crebbe (71) è superiore al numero di quelli in cui diminuì (63). In tutti gli altri circondari si verifica il fenomeno inverso.

 

 

Ad Aosta su 73 Comuni ve ne sono 33 in aumento e 40 in diminuzione; a Susa su 57, crebbero 26 e scemarono 31; ad Ivrea su 112 appena 43 aumentarono e 69 diminuirono; a Pinerolo, infine, su 66 Comuni, vi fu aumento solo in 17 e diminuzione in 49.

 

 

Spiegare le cause di questi caratteristici risultati del censimento è per ora ardua impresa. Non reputiamo che possano aver avuto sulle risultanze medesime una grande influenza i criteri diversi ed il diverso tempo di esecuzione del censimento. Né quelli variarono molto; né le epoche (31 dicembre nel 1881 e 9 febbraio nel 1901) furono così lontane le une dalle altre da dar origine a notevoli discrepanze per motivi attinenti all’emigrazione, ecc., sovratutto trattandosi di popolazione residente e legale.

 

 

Il lento aumento nella provincia e la diminuzione in talune sue parti è probabilmente la conseguenza di una cresciuta difficoltà di vita che spinse molti ad emigrare all’estero od all’interno e può essere stato cagione che i rimanenti trovassero modo di vivere meglio. Un indice dei motivi che cagionarono queste notevoli migrazioni di uomini nella nostra provincia si può avere osservando dove le diminuzioni e gli aumenti si siano verificati.

 

 

Le diminuzioni sono localizzate quasi tutte nei Comuni rurali e montagnosi dei circondari di Pinerolo, Susa, Ivrea ed Aosta. Vi sono alcuni casi che meritano speciale menzione. In circondario di Ivrea ad Alice la popolazione diminuì di 236 su 1160, a Borgiallo di 330 su 1216, a Canischio di 304 su 1415, a Fiorano Canavese di 176 su 1050, ad Issiglio di 310 su 997, A San Martino Canavese di 973 su 2636, a Traversella di 547 su 1740, ecc. In circondario di Pinerolo gli abitanti scemarono a Buriasco di 397 su 1838, a Cercenasco di 429 su 2080, a Scalenghe di 998 su 3826, a Villafranca Piemonte di 1098 su 8231; ed in circondario di Susa a Bousson di 248 su 498, ossia più della metà. In circondario di Aosta diminuì la popolazione ad Arnaz di 282 su 1127, a Dones di 205 su 920; ad Ollomont di 180 su 474, e di 137 su 908 a Villeneuve. In totale nei Comuni in cui la popolazione diminuì, la diminuzione fu di 37,268.

 

 

Dove va tutta questa gente che fugge dalle montagne, dal suolo ingrato e sterile ed abbandona l’agricoltura diventata poco remunerativa? E dove va tutta quell’altra gente che in quei Comuni è nata e di cui non si vede più traccia? In parte va all’estero, od in altre province, come abbiamo visto, ed in parte si riversa in altri Comuni della stessa provincia. I grandi focolari di attrazione sono i Comuni grossi; con Torino a capo, dove si aggiungono alla popolazione esistente nel 1881 ben 78,789 persone.

 

 

Ma non basta che un Comune sia grosso per attirare la gente. Facendo un calcolo di tutti i Comuni che superarono nel 1881 o superano nel 1901 i cinquemila abitanti, si vede che alcuni di essi diminuirono di popolazione, malgrado la loro natura di grossi centri. Così Carmagnola che scemò di 1284 (da 13,005 ad 11,721), Carignano di 71 (da 7181 a 7110), Corio di 444 (da 7055 a 6611), Venaria Reale di 704 (da 6094 a 5390), Cavour di 355 (da 7202 a 6847), Vigone di 598 (da 6206 a 5608), Villafranca Piemonte di 1098 (da 8231 a 7133). Gli è che non basta l’esistenza di una popolazione agglomerata per attirar popolo attorno a sé. Occorre che quella agglomerazione sia viva, operosa, industriante e commerciante.

 

 

Per questo a Torino la popolazione aumentò del 32 per cento in complesso; ed è perciò che mentre nell’interno della città l’incremento fu solo del 24 per cento, nell’industrioso suburbio raggiunge il 93 per mille. Ed è anche perciò che nell’industre Chieri la popolazione crebbe di 1216 (da 12,667 a 13,883), a Ciriè di 2586 (da 5193 a 7779), a Rivoli di 890 (da 6339 a 7229), a Volpiano di 1006 (da 5022 a 6028), a Giaveno di 886 (da 10,735 ad 11,621), a Susa di 935 (da 4106 a 5040), a Torre Pellice di 909 (da 4967 a 5876), ad Ivrea di 1695 (da 10,091 a 11,786), a Caluso di 1200 (da 6530 a 7730).

 

 

Né il fenomeno d’aumento nei borghi industriosi si limita ai maggiori centri. Anche Comuni di minor importanza hanno visto accrescersi la loro popolazione per ragion di traffici e di industrie. Così Alpignano aumentò di 604 abitanti (passando da 2198 a 2802), Collegno di 1423 (da 3168 a 4591), Mathi di 683 (da 1542 a 2225), Settimo Torinese di 972 (da 3970 a 4902); Luserna San Giovanni di 556 (da 4172 a 4728), Avigliana di 1038 (da 3642 a 4680), Bardonecchia di 416 (da 1311 a 1727), Bussoleno di 1065 (da 3740 a 4805), Buttigliera di 1042 (da 1302 a 2344).

 

 

La cosa potrà forse dispiacere ai laudatori del buon tempo antico; ma il censimento ci dimostra ancora una volta che gli uomini hanno la tendenza ad abbandonare le campagne ed andare vero le città. Contro questo fatto è inutile elevare platoniche lagnanze, che del resto non sarebbero ascoltate. Gli uomini abbandonano le campagne, perché spesso la terra è povera e nutre male i suoi coltivatori, mentre l’industria sparge la ricchezza ed il benessere attorno a sé. Ed è ozioso e stravagante rimproverare agli uomini di cercare la ricchezza e di correre laddove si sta o si crede di star meglio.

 

 

Fate che l’agricoltura diventi – non in virtù di una effimera e dannosa protezione, ma in virtù delle sue vive forze interne – diffonditrice di ricchezza al paro della industria adesso trionfante e forse vedrete tornare gli uomini alla terra. Ottener questo in altro modo è tentativo assurdo.

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