Alla radice del male

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/10/1922

Alla radice del male

«Corriere della Sera», 26 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 1013-1016

 

 

 

I cambi in violenta ascesa: la sterlina a 110,50, il dollaro a 24,85, il franco svizzero a 453 sembrano dar ragione alle previsioni lugubri degli on. Giolitti e Nitti; ed il marco tedesco a poco più di mezzo centesimo di lira (centesimi 58 per ogni 100 marchi) sembra dimostrare l’ultima meta verso cui muovono le valute dei paesi nei quali non si sappia o non si possa dare un vigoroso colpo d’arresto al precipitare dei cambi sulla china pericolosa.

 

 

In parte il fenomeno è dovuto, come fu già avvertito su queste colonne, ad un riassestamento dei valori verso il valore tipo, che oggi è unicamente il dollaro. Tutte le altre monete, sterlina compresa, non sono monete tipo, avendo più o meno la natura delle monete a corso forzoso. Il solo dollaro americano corre alla pari con l’oro, perché soltanto il dollaro si cambia a vista con l’oro, è esportabile, entra ed esce senza impaccio nel e dal paese in cui è coniato. In confronto all’oro la lira italiana non è peggiorata. L’anno passato, giorno più giorno meno, a questa data il dollaro batteva sulle 25 lire italiane. Siamo peggiorati in confronto alla sterlina, perché questa punta vigorosamente all’insù; e dopo essere caduta al cambio di 3,20 dollari per ogni lira sterlina, oggi è a 4,42 e tende a quel corso di 4,85 che per essa rappresenta la parità col dollaro e quindi con l’oro. Logicamente perciò, se noi stavamo fermi nei confronti con la moneta tipo, il dollaro, dovevamo peggiorare in confronto con la lira sterlina in ascesa. Anche il franco francese è peggiorato negli stessi confronti: da corsi di 50 e poi 55 franchi per sterlina essendo salito ai corsi odierni di oltre 63.

 

 

L’ascesa della sterlina ci palesa chi deve dare il colpo d’arresto: non i privati che fanno del loro meglio per lavorare e produrre. In Inghilterra fu lo stato a determinare il miglioramento, mettendo l’ordine nel suo bilancio, facendo economie forzate, riducendo le imposte, conquistando il pareggio. Uno stato che non fa debiti nuovi, non deve emettere biglietti, e neppure buoni del tesoro, edizione appena appena migliorata dei biglietti. L’on. Giolitti ha avuto ragione insistendo nel suo breve discorso sul concetto fondamentale che la radice del male è nel dissestato bilancio pubblico e, che occorre agire su quel punto se ci vogliamo salvare dal precipizio.

 

 

Dobbiamo essere ottimisti se pensiamo che la diagnosi del male è nota, che si conoscono i rimedi: riduzione delle spese inutili o prorogabili, pareggio nelle ferrovie, nelle poste, cessazione dei sussidi alle industrie, rigida parsimonia nell’esercito, nella marina, nella burocrazia. Conosciamo noi stessi; sappiamo quel che dobbiamo fare; abbiamo in pugno l’ancora della salvezza. Fin qui dobbiamo essere ottimisti.

 

 

Ma diventiamo pessimisti quando riflettiamo: avremo la forza necessaria per fare ciò che la ragione, l’interesse, la necessità, l’urgenza ci impongono? Tutti gli uomini di stato, con Giolitti alla testa, dicono parole giuste e sacrosante. La loro storia passata ci dà affidamento che essi sappiano mantenere le promesse? Ognuno di essi, se ha meriti indiscutibili all’attivo (abolizione del prezzo politico del pane per l’on. Giolitti) ha ombre oscure all’attivo: politica fiscale demagogica, condiscendenza a spese pericolose, riforme burocratiche promesse e non attuate. Giova sperare che nel domani imminente la luce soverchi di gran lunga le ombre.

 

 

Ed i partiti nuovi, che non ebbero finora responsabilità del potere, quali affidamenti danno? Non parliamo dei vari partiti socialisti. I più pericolosi di tutti, perché hanno le clientele più larghe da soddisfare, perché non ancora guariti dalla folle idea che il loro trionfo debba sorgere dalla dissoluzione della economia attuale e dalla bancarotta dello stato, fortunatamente oggi non contano. O non vogliono collaborare o la loro collaborazione non è gradita; neppure a quei partiti democratico-sociali che son disposti ad allearsi con tutti pur di stare al governo del paese.

 

 

Bisogna invece parlare dei fascisti; perché questa è la collaborazione desiderata e discussa oggi. A Napoli Mussolini ha avuto una sola frase per la finanza: scultoria e, quel che monta, profondamente vera: «Anche il problema finanziario è un problema di volontà politica. Questi milioni e questi miliardi si risparmieranno se avremo al governo chi abbia il coraggio di dire no ad ogni richiesta». Spontaneamente, lo sguardo mi cadde, nell’aprire il giornale per leggere il discorso di Mussolini, prima su questa frase che sulle altre. E il cuore mi diede un balzo. Se al tesoro, pensai, andasse un fascista deciso ad ogni sbaraglio, risoluto a tagliar sul vivo, a dir di no e poi di no e ancora no a tutti, ad amici ed a nemici! Ecco risolto il problema della nostra finanza. Basterebbe che i fascisti pretendessero per uno dei loro, o per un uomo di loro fiducia, questo fondamentale ministero; e lo pretendessero fornito di tutta l’autorità che ragionevolmente gli compete, per essere sul serio i padroni del governo e del paese. Un ministro del tesoro che voglia e sappia dir di no, vale più di tutti gli altri ministri insieme. Domina la politica generale, perché tiene stretti i cordoni della borsa e può imporre ai suoi colleghi di spendere poco e bene e di spendere per i soli scopi che conducano il paese a potenza ed a prosperità.

 

 

Ahimè! che, voltando carta, vidi che Mussolini chiedeva per i fascisti esteri, guerra, marina, lavori pubblici, lavoro e commissariato dell’aviazione. Cinque ministeri e un commissariato; ma tutti, senza eccezioni, dicasteri «di spesa». Taluno ha osservato che i sei dicasteri sono troppi. Osservazione sbagliata: non sono troppi i sei, né i sette. Qualunque sia il numero, essi sono sempre troppo pochi, finché tra essi non sia compreso il tesoro, e sinché al titolare del tesoro non sia data un’autorità preminente sugli altri. Ciò che turba è il pensiero che anche un partito nuovo e amante del paese non abbia voluto o saputo chiedere altro che ministeri preposti a spendere. Quando la necessità più urgente del paese è di ridurre la spesa, quando, se non si fanno economie, noi siamo destinati, come pronosticano Giolitti e Nitti, a veder scendere la nostra lira sulla china del marco, quale è il programma dei fascisti che saranno chiamati a reggere la guerra, la marina, i lavori pubblici, il lavoro? In tutti questi ministeri si può fare molto bene e molto male. Alla guerra, un ministro risoluto può ridurre il bilancio di centinaia di milioni di lire, dando all’esercito nel tempo stesso maggiore efficienza. Guardie regie, carabinieri, uomini di truppa non si sovrappongono gli uni sugli altri? Non vi è eccesso di quadri sedentari amministrativi, ispettivi, a scapito dei quadri e degli uomini combattenti e degli armamenti? Nella marina, sono diffuse le lagnanze tra gli ufficiali più bravi che si trascurano le esercitazioni, che la flotta non è in efficienza, mentre il bilancio viene divorato da sovrastrutture inutili. Quali lavori pubblici devono essere sospesi, a rischio di far insorgere gli interessati? E come ridurre i ferrovieri ed i postelegrafonici, sicché scompaia il disavanzo? Questi sono i quesiti che dovranno risolvere i ministri fascisti. Forte è tuttavia il timore che ognuno di essi, mosso dall’umano sentimento di far grandeggiare il proprio servizio, dimentichi l’interesse collettivo.

 

 

Il dicastero più importante oggi, quello da cui bisogna attendersi la salvezza delle finanze nazionali, e quindi la salvezza del paese, è quello del tesoro. Se i fascisti avessero chiesto di mettere uno dei loro, o comunque, ripetiamo, persona di loro fiducia, alla testa di questo dicastero, allora sì avrebbero data una prova concreta del fermo e risoluto proposito di realizzare economie di miliardi e dir di no a ogni richiesta di spese.

 

 

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