Alla radice del problema

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/09/1925

Alla radice del problema

«Corriere della Sera», 3 settembre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 449-457

 

 

 

I provvedimenti sui cambi vengono in un momento in cui le quotazioni della lira segnano un fortunato miglioramento, la cui tendenza pare intesa decisamente a proseguire. Quale ne sia il contenuto non è facile spiegare nei particolari, trattandosi di provvedimenti tecnici la cui importanza è valutabile sovratutto dai banchieri e operatori in cambi. In generale si può dire che essi hanno per iscopo di rendere difficile l’esportazione di capitali dall’Italia, o le operazioni al ribasso sulla lira. Così, ad esempio, vietando alle banche italiane di concedere crediti in lire a favore di finanzieri esteri, si vuol impedire agli stranieri venditori di lire allo scoperto, di farsi imprestare temporaneamente le lire di cui hanno bisogno per effettuarne le promesse consegne. Il venditore di lire, non trovando facilmente a riportare di mese in mese le sue operazioni, sarà costretto a ricomprare le lire vendute con benefici effetti sul cambio.

 

 

D’altro canto la norma la quale impone la revisione dei crediti accordati alle ditte esportatrici, ha per iscopo di restringere ad esse il credito cosicché siano indotte, per far danaro, a vendere le divise estere ottenute in cambio dei prodotti esportati: divise che quelle ditte potevano essere tentate di lasciare in deposito all’estero nell’attesa di un rialzo di valore di esse in relazione alla lira italiana.

 

 

Contro gli speculatori interni è rivolta la norma la quale vieta alle banche di vendere divise estere alla clientela la quale non paghi il prezzo in contanti in lire italiane, cosicché nessuno possa acquistare divise estere a credito ripromettendosi di pagarle con la successiva vendita a prezzo più alto.

 

 

Tutti i provvedimenti enunciati richieggono somma prudenza di applicazione da parte delle banche, diventate così le collaboratrici necessarie del tesoro. Queste non devono trasformare i divieti particolari in norme generali che sarebbero contrastanti all’interesse collettivo. Le vendite allo scoperto di lire, come di merci e di titoli, sono nei mercati moderni le contropartite necessarie delle compere allo scoperto; e anche sono la caratteristica differenziale di un mercato attivo, perfezionato, capace di quotare prezzi meno oscillanti per qualunque moneta, merce o titolo. Sopprimere il mercato allo scoperto per consegne future, ritornare ai mercati a contanti, vorrebbe dire ritornare a condizioni di contrattazione che si potrebbero oggi qualificare proprie dell’età della pietra.

 

 

In un mondo unificato come l’attuale, i mercati a termine, allo scoperto, sono necessariamente mercati internazionali, in cui intervengono a volta a volta come compratori o venditori, nazionali e stranieri, industriali e commercianti, ovvero banchieri e intermediari. La vendita allo scoperto è, in questi mercati, altrettanto necessaria quanto gli acquisti allo scoperto; e ben lo sanno i pratici, i quali nei giorni di panico, quando i corsi precipitano, si augurano le ricompere dei ribassisti, se non esistessero le quali il mercato precipiterebbe alla deriva, tutti gli speculatori al rialzo essendo in quei momenti presi dal folle desiderio di vendere a ogni costo. Se non compera lo scoperto, chi compra in quei momenti? E chi pone argine al tracollo?

 

 

Sarà compito dei banchieri e del tesoro distinguere fra quelle vendite di lire allo scoperto che sono parte essenziale del complesso intreccio di contrattazioni di cui vive il mercato e quelle vendite le quali, per le loro caratteristiche peculiari, siano note ai pratici come provenienti da gruppi o persone a cui si intende dare una lezione particolarmente ammonitrice. Del pari, solo la conoscenza precisa della situazione finanziaria e commerciale dei singoli clienti, consentirà alle banche di restringere il credito a quegli esportatori i quali si sappiano provveduti di mezzi propri per condurre il loro commercio (divise estere, fondi in Italia ecc. ecc.) e chieggano crediti per scopi non attinenti alla loro industria, scopi cui non è giovevole che la banca venga in aiuto. Se vi ha chi voglia arrisicare danari in cambi, arrisichi i danari suoi; non chieda imprestiti alle banche. Questo, che è un sano canone di prudenza bancaria, ha voluto dire il ministro; e dicendo questo non ha voluto vietare i crediti in genere agli esportatori; ché altrimenti si reciderebbero i nervi dell’industria italiana.

 

 

Le osservazioni sin qui fatte giovano a mettere nella loro vera luce le norme sui cambi, che potrebbero definirsi «ausiliatrici» per l’azione che direttamente il ministro si propone di esercitare in rapporto ai cambi medesimi. L’efficacia delle norme ausiliatrici è subordinata a quella dell’azione direttamente rivolta allo scopo. Se, ragionando per assurdo, contemporaneamente all’applicazione delle nuove norme, la quantità delle lire fosse sul mercato crescente in conseguenza di un aumento di circolazione, le norme produrrebbero un effetto opposto a quello voluto. Esse impedirebbero il formarsi di uno scoperto che in quella ipotesi sarebbe necessario, affinché ad un certo momento, quando l’accresciuta offerta di lire si facesse sentire, questa non cadesse nel vuoto, con ribassi deleteri nei corsi, ma trovasse un sostegno, un paracadute, nelle ricompere degli scopertisti.

 

 

E perciò quelle norme sono interessanti, non forse tanto in se medesime quanto come indice della ferma volontà del tesoro italiano di non aumentare e possibilmente di diminuire l’offerta di lire, ossia la quantità dei biglietti circolanti. Per riuscire efficaci, o meglio per essere capaci di accelerare il movimento che spontaneamente si pronunzierebbe, quelle norme suppongono che il tesoro italiano ritenga di poter agire a sua volontà sulla circolazione. Sicché torno a dire che il vero fattore dominante del mercato dei cambi è la quantità dei biglietti circolanti. E ancora, siccome questa massa non si gonfia o scema da sé per virtù spontanea, bisogna concludere che tesoro e banche di emissione sono determinati ad agire in modo che la massa debba diminuire. Quindi:

 

 

  • conservazione del pareggio del bilancio;
  • resistenza contro le pretese angloamericane che quel pareggio fossero capaci di mettere in pericolo;
  • liquidazione accelerata, nei limiti del possibile, dei morti e agli ammalati della sezione autonoma del consorzio valori;
  • liquidazione graduale della sezione «ordinaria» del medesimo consorzio valori, che è una invenzione per cui le banche di emissione concedono crediti a taluni industriali pregiudicati, ad un saggio di interesse inferiore a quello normale, e si emettono biglietti in quantità corrispondente;
  • mantenimento del saggio di sconto al livello attuale, sicché il danaro sia caro per chiunque abbisogni di credito, sia a scopi speculativi come industriali.

 

 

Osservando le quali condizioni, sarà ben raro che taluno mediti o attui ampliamenti industriali o espansioni commerciali senza avere prima fatto bene i conti di convenienza; sicché, quando l’ampliamento sia deciso, sarà ben raro che non esistano, nei limiti dell’umana fallibilità, le condizioni opportune per il suo successo. Ben di rado accadrà, così operando, che il funzionario del ministero dell’economia nazionale incaricato della compilazione del «Bollettino delle società per azioni», si giovi della facoltà riconosciutagli da un recente decreto di non pubblicare e quindi di annullare i deliberati delle assemblee delle società per aumento di capitale. Quella facoltà sarà riservata, come ragion vuole, ai rarissimi casi di manifesta frode alla pubblica fede, di danneggiamento degli interessi degli azionisti e simiglianti casi. Non può essere intesa a dare facoltà alla burocrazia di legiferare sugli aumenti di capitale in genere; ché il compito sarebbe penosissimo e inutile quando, come qui si dispone, una politica monetaria generale vieti di per sé ogni espansione non consigliata dalla probabilità di successo.

 

 

Nella cura delle malattie spesso è utile guardare e curare le manifestazioni esteriori, allo scopo di dare coraggio al malato, tonificarne le forze e renderlo meglio propenso ad accogliere i varii rimedii, i quali devono mirare alla causa della malattia e questa estirpare. Così nelle malattie monetarie i divieti, le restrizioni, hanno talvolta una virtù psicologica. In sé considerati, la loro virtù è modestissima e tale riconosciuta dai ministri che ne fanno uso. Servono invece a rendere manifesto a tutti che sono posti in atto quegli altri provvedimenti veramente efficaci i quali vanno alla radice del male. Ormai è inutile ripetere quale sia questa radice: ogni moneta, e quindi anche la lira, è una merce: e come tutte le merci rincara quando la sua quantità relativa – relativa alla massa di transazioni da far muovere – scema; e si deprezza, quando la sua quantità relativa aumenta. Poiché nulla autorizza a ritenere che la massa fisica delle derrate, merci, trasporti, servizi, ecc. da muovere, negoziare, far circolare sia in Italia nel 1915 sensibilmente superiore alla quantità del 1914 – e l’essere ritornati, dopo la depressione della guerra, al punto di partenza è un grandioso successo, prodromo di meravigliose conquiste avvenire – mentre la massa monetaria circolante è settuplicata, così si spiega lo svilimento della lira. Al quale, il rimedio radicale non può trovarsi se non nella riduzione della massa monetaria e nella contemporanea espansione della massa di prodotti – derrate, merci, trasporti, servizi – da manipolare. Se non fosse fatalmente troppo lento il secondo rimedio, ossia l’aumento della produzione, sarebbe il più vantaggioso, perché non cagionerebbe gli squilibri inevitabili con l’adozione del primo rimedio: riduzione della circolazione. Si adotti l’uno e l’altro, o tutti e due insieme, e la combinazione dei due si chiami riduzione della quantità relativa dei biglietti circolanti: resta fermo che così soltanto si va alla radice del problema.

 

 

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