Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Alla ricerca di una formula definitiva per risolvere il problema del pane

«Corriere della Sera», 11 febbraio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 40-43

 

 

 

Gli emendamenti presentati dai socialisti al disegno di legge sul prezzo del pane sono ancora informati al concetto delle due forme e dei due prezzi, quello appunto che ispirava il progetto ministeriale. Da questo punto di vista non si può rilevare alcuna novità fondamentale nelle proposte socialiste.

 

 

Le differenze sono nei particolari; alcune sono accettabili, mentre altre costituirebbero un peggioramento notevolissimo sulle proposte del governo, e tra esse bisogna notare quella, in virtù della quale il prezzo del pane di tipo grosso, di peso non superiore a grammi 200 per forma, dovrebbe essere venduto al prezzo fin qui praticato. Questo vincolo sarebbe, non solo un peggioramento sul sistema governativo, ma persino su quello finora vigente. È evidente il peggioramento sulle proposte governative in quanto che il governo si tiene libero nello stabilire il prezzo delle due forme, vincolando soltanto il prezzo medio complessivo a quello del costo del frumento nazionale. Invece i socialisti, stabilendo che il prezzo del pane grosso non possa essere superiore a quello fin qui praticato, mettono un vincolo al prezzo del pane di peso grosso tale che ben difficilmente il governo riuscirebbe a fare una media tra i due prezzi sufficiente a compensare il costo del pane nazionale. In verità, il prezzo del pane grosso non potrebbe più assolutamente essere aumentato al di sopra di quello finora vigente neppure in ragione dell’aumento dei salari e delle altre spese inerenti alla fabbricazione. Da questo punto di vista il governo ha finora avuto mani libere, e così in parecchie città, pur mantenendosi invariato il prezzo di cessione del frumento ai consorzi granari, il prezzo del pane fu aumentato progressivamente da 90 centesimi a 1 lira e a 1,10 per tener conto degli aumenti dei salari e delle altre spese di panificazione. Se si accettassero le proposte socialiste, per l’avvenire ciò non potrebbe più accadere, perché il prezzo rimarrebbe irrigidito a quello che è oggi, e tutto il maggior costo, anche quello dipendente dagli accresciuti salari, andrebbe a cadere sull’altro tipo di pane, ovvero più probabilmente sul tesoro dello stato.

 

 

I socialisti prevedono essi medesimi l’insuccesso del tentativo di far gravare la perdita, cresciuta in confronto all’attuale per il tipo di pane grosso, sui consumatori di pane fino, di pasta e di dolci, in quanto ammettono che dopo due mesi, qualora non si verificasse in misura sufficiente la scelta spontanea di coloro che possono pagare il pane a prezzo reale, il commissario generale degli approvvigionamenti sia autorizzato a stabilire un tesseramento per categoria, in maniera che il pane a prezzo politico sia solo venduto alle classi che si trovano in disagiate condizioni economiche. Ciò vuol dire determinare d’autorità le due categorie di consumatori, l’una del pane grosso a prezzo basso, e l’altra del pane piccolo a prezzo alto.

 

 

Il tesseramento obbligatorio per categoria è destinato all’insuccesso più assoluto dal punto di vista finanziario. Subito comincerebbero le gare all’accaparramento delle clientele elettorali fra i diversi partiti politici; e i socialisti vorrebbero dare il pane politico agli operai, i popolari ai contadini, i liberali agli impiegati ed ai pensionati. Nove decimi perlomeno della popolazione sarebbero iscritti fra gli aventi diritto al pane a prezzo politico; ed il pane a 3 lire sarebbe assegnato ad un’infima frazione, così infima che il ristoro per l’erario sarebbe trascurabile.

 

 

Quello del doppio prezzo è un sistema concepibile ad una sola condizione: che esista una differenza di mercato, oltreché di forma, di grossezza e di appetibilità, fra le due qualità di pane. Come fu osservato tante volte su queste colonne, è pura ipocrisia demagogica affermare che il pane scuro sia pane cattivo, buono per i cani, e il pane bianco sia pane migliore, buono per i signori. La differenza reale non è tra pane scuro e pane bianco, essendo anzi probabile che il pane scuro sia più nutriente e digeribile del pane bianco. Quando il pane scuro, all’80%, sia ben cotto, di forme diverse, anche piccole, esso è preferibile al pane bianco al 70 per cento. E se si potessero fare due forme di pane, l’una scura e l’altra bianca, e se si lasciasse libertà di scelta, la questione sarebbe avviata alla risoluzione. Il governo si occuperebbe soltanto di far fabbricare, da fornai speciali, il pane scuro, con frumento nazionale, e lo venderebbe ai richiedenti a prezzo politico basso. Del pane bianco non dovrebbe prendersi nessuna briga, lasciandolo fabbricare all’industria privata e lasciando importare il frumento necessario dall’estero al commercio privato. Allora sì che la gran massa dei consumatori, proletari e contadini compresi, comprerebbe il pane bianco anche a 2,50 o a 3 lire, lasciando il pane scuro alla minuta borghesia, la quale, per scarsezza di mezzi, preferirebbe la buona sostanza del pane scuro all’apparenza costosa del pane bianco!

 

 

Su questa base, e poiché il frumento nazionale nell’anno agrario 1921-22 costerà circa 160 lire al quintale in media, tenuto conto dei prezzi diversi per il settentrione e per il mezzogiorno e dei premi per i terreni a difficile produzione, è evidente che bisognerà stabilire un prezzo medio del pane di circa lire 1,60 al chilogramma. Rimarrà scoperta la differenza fra 160 lire per quintale rimborsate dal pane e il prezzo d’acquisto dei 35 milioni di quintali di frumento importati dall’estero.

 

 

Fortunatamente, oggi il costo del frumento estero volge al ribasso ed è di circa 220 lire reso c.i.f. Genova. La perdita di 60 lire per quintale potrebbe anche diminuire ove il cambio ribassasse, e scomparirebbe del tutto se il dollaro non costasse più di 20 lire. Queste sono ipotesi il cui valore non può essere esattamente precisato ora. Ad ogni modo è certo che le proposte socialiste costituiscono un peggioramento su quelle governative, cui tuttavia per il loro concetto informatore si avvicinano.

 

 

Esse avrebbero un solo vantaggio sulle proposte governative: di lasciare maggiore autonomia finanziaria ai consorzi agrari provinciali per effettuare la compensazione fra le due diverse qualità di pane, le paste alimentari e i dolci. Le discussioni sul prezzo del pane avrebbero minore asprezza, in quanto diventerebbero locali e non avrebbero più un’immediata ripercussione sul bilancio dello stato.

 

 

I socialisti non hanno voluto perdere l’occasione di dare prova del loro solito teoreticismo grossolano, facendo altresì proposte, le quali sono assolutamente inapplicabili per quello che si riferisce al prezzo base di requisizione dei cereali nazionali ed al prezzo dei prodotti necessari per l’alimentazione del bestiame. Essi vorrebbero che il prezzo dei cereali nazionali fosse stabilito dal commissariato generale dei consumi in seguito al controllo dei costi compensativi di gestione di aziende agrarie in conduzione privata e cooperativa. L’esame e l’accertamento dei costi d’azienda dovrebbero essere eseguiti da una commissione nominata dal ministero, in cui dovrebbero essere rappresentate le organizzazioni cooperative dei consumatori. Tuttociò è puro dottrinarismo, il quale, in passato, non ha avuto altro effetto se non quello di far aumentare i prezzi delle merci al livello dei costi più elevati delle aziende industriali e agrarie peggio condotte. Puro dottrinarismo è anche quello per cui il prezzo dei prodotti destinati all’alimentazione del bestiame dovrebbe essere fissato al quarto del prezzo di requisizione del frumento. E perché il quarto e non il terzo, o la metà? Come si può determinare così, a priori, il prezzo di convenienza per qualsiasi prodotto? Se quel quarto non è sufficiente a compensare la spesa, chi pagherà la differenza, o chi produrrà? Se è superiore al prezzo che il consumatore ha la convenienza di pagare, chi darà quel mangime al bestiame?

 

 

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