Allucinazioni monetarie e tributarie

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 28/10/1944

Allucinazioni monetarie e tributarie

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 28 ottobre 1944

 

 

 

Una notizia che vedo pubblicata sui giornali di qui intorno ad una deliberazione del consiglio dei ministri dell’Italia liberata mi pare suggestiva.

 

 

Pare all’ingrosso di capire che le aliquote della imposta complementare sul reddito complessivo dei contribuenti italiani siano state raddoppiate e che esse siano ora le seguenti: 2 per cento sui redditi di 6000 lire all’anno; 6,20 per cento sui redditi di 100.000 lire; 10 per cento sui redditi di 200.000 lire; 25 per cento sui redditi di 1 milione di lire sino al 75 per cento sui redditi massimi, supponibilmente di 10 milioni di lire annue.

 

 

Se si tiene conto che questa è solo l’imposta complementare e che, prima di essa, si prelevano in Italia l’imposta ordinaria sui redditi dei terreni, dei fabbricati e di ricchezza mobile e relative sovraimposte provinciali, comunali, camerali ecc. ecc., le quali all’incirca vanno dal 10 per cento per i redditi di puro lavoro al 40 per cento per i redditi di capitale, l’impressione che se ne ricava a tutta prima è che l’Italia liberata abbia voluto portare il livello delle imposte sui redditi (astrazione fatta dalle altre innumerabili imposte di successione, registro e bollo, affari e consumi) all’altezza di quello delle imposte anglosassoni. Dopo breve riflessione, si deve confessare tuttavia che quelle percentuali d’imposta non hanno alcun significato; o, se l’hanno, esso è tutto diverso da quello apparente.

 

 

Che cosa vuol dire infatti far pagare il 2 per cento al reddito minimo imponibile, di 6000 lire all’anno? Di che lire si tratta? Non di lire del 1914 e neppure di quelle del 1938. No. Sono lire 1944, che quel che siano, solo Dio lo sa. Le vogliamo valutare al cambio corrente in Svizzera? Anche se, per larghissima abbondanza e per semplicità di calcolo, le valutiamo ad 1 franco per ogni 100 lire, le 6000 lire corrispondono ad un reddito di 60 franchi svizzeri all’anno.

 

 

E poiché i 60 franchi svizzeri 1944 al massimo comprano tanta roba quanta se ne comprava con 30 nel 1914, e poiché ancora 30 franchi svizzeri 1914 erano uguali a 30 lire italiane 1914, così si deve concludere che 6000 lire italiane 1944 equivalgono a 30 (trenta) lire italiane di reddito annuo nel 1914. Chi si sognava nel 1914 di tassare i redditi di 30 lire all’anno?

 

 

Se, invece del cambio svizzero corrente, assumiamo a criterio di giudizio qualche altro indice, i risultati sono ugualmente incomprensibili. Il frumento nel 1914 valeva circa 25 lire al quintale. Oggi, nell’Italia liberata, lo stesso quintale di frumento si paga 1000 lire. Il che vuol dire che il frumento è rincarato 40 volte in confronto al 1914. Per caso o volutamente, anche il dollaro americano 1914 è, tenuto conto che il dollaro d’oggi compra al più la metà roba del dollaro 1914, rincarato 40 volte in confronto alla lira 1914. Il che vuol dire che la lira italiana d’oggi acquista una quarantesima parte del frumento e dei dollari che la lira italiana acquistava nel 1914. Il che significa ancora che un reddito annuo di 6000 lire in lire del 1944 non val di più di un reddito di 150 lire del 1914. Chi avrebbe mai allora pensato che un reddito di 150 lire all’anno fosse tassabile?

 

 

In quel tempo, il reddito minimo dal quale cominciava la tassazione era quello di 640 lire all’anno e tutti gridavano che bisognava crescerlo, che era una vergogna tassare redditi tanto piccoli, che l’Inghilterra esentava i redditi sin a 160 lire sterline, che voleva dire sino alle 4000 lire in lire del 1914.

 

 

È vero che la somma esente è stata oggi in Inghilterra ridotta, durante il tempo di guerra, per i celibi ad 80 e per gli ammogliati senza figli a 140 lire sterline, che vuol dire a 1000 e 1750 lire rispettivamente in lire del 1914; ma, a stretto rigore con 1000 o 1750 lire un celibe o una famiglia potevano nel 1914 vivere, laddove con 150 lire (o 30 lire, a seconda del criterio di conversione) no.

 

 

Che dire dei redditi cosidetti di 1 milione di lire in lire del 1944, i quali, essendo già stati decurtati, trattandosi di redditi di lavoro, di un 10 per cento o, trattandosi di redditi di capitale, di un 40 per cento, sarebbero oggi assoggettati ad un’imposta del 25 per cento? Un milione è una cifra che riempie la bocca; ma se la convertiamo al cambio libero svizzero si riduce a 5000 lire in lire del 1914, che era suppergiù lo stipendio del professore straordinario di università o di giudice d’appello. Se la convertiamo secondo il criterio del prezzo del frumento o del corso del dollaro, sono 25.000 lire in lire del 1914, che era lo stipendio del ministro d’allora.

 

 

Quei redditi non erano certamente, nemmeno allora, minimi; ma nessuno li considerava come redditi da gran signori; ed erano tassati col 6,60 per cento se di lavoro o col 13,20 per cento se di capitale, mentre oggi sarebbero tassati, prima dall’imposta normale col 10 o col 40 per cento, a seconda della loro natura, e poi dalla complementare col 25 per cento. Conclusione?

 

 

Nessuna, sul punto preciso delle percentuali delle imposte deliberate dal consiglio dei ministri. Nessuno sa che cosa siano i redditi e le loro cifre in Italia; quali possano essere i criteri di valutazione dei redditi e quale perciò il peso effettivo delle imposte vecchie e nuove. Bisognerebbe avere una idea approssimativa su cosa comprino effettivamente 6000 o 100 mila o 1 milione di lire in Italia.

 

 

Stanno facendo gli italiani d’Italia la medesima esperienza degli italiani rifugiati in Svizzera, che giunti qui con qualche migliaio di lire o con qualche decina di biglietti da mille si videro sfumare in mano in un batter d’occhio quelle poche decine o centinaia di franchi e, se non fossero stati aiutati da persone caritatevoli, si sarebbero dovuti dare alla disperazione? Pare che il frumento sia pagato agli agricoltori 1000 lire al quintale; ma il pane sia venduto ai consumatori come se il frumento costasse solo 300 lire. Metodo che nel 1921 minacciava di mandare in malora il bilancio e far fare alla lira la fine del marco tedesco e della corona austriaca, se l’on. Giolitti (ministro delle finanze lo stesso on. Soleri che oggi è ministro del tesoro) non avesse nella primavera del 1921 (legge 27 marzo) abolito il prezzo politico del pane, lasciando libero il prezzo di adeguarsi al costo. Le cifre di reddito hanno dunque per moltissimi italiani un senso solo se lo stato riesce ed entro i limiti in cui riesce a tenere, col razionamento e coi calmieri, i prezzi al disotto del costo ed a rimbalzar la perdita … su chi? Sui contribuenti?

 

 

Ma nel disordine attuale non si sa come costoro possano essere indotti a pagare le decine e decine di miliardi di lire all’uopo occorrenti. Sui risparmiatori? Ma questi dovrebbero dare a mutuo allo Stato somme tali, che non si riesce ad immaginare come possano essere messe insieme. Sul torchio dei biglietti?

 

 

È la soluzione più probabile ed è quella che fa passare un brivido per il fil della schiena. Vedemmo sui giornali fatta la cifra 270 miliardi come quella dell’importo delle varie specie di carta moneta circolanti oggi in Italia. Se il getto continua col crescit eundo dell’ultimo anno, presto nessuno si chinerà più a raccattare per terra i biglietti perduti da cento lire.

 

 

Perciò l’unica conclusione alla quale si deve giungere in materia di imposte ed anzi in qualunque materia economica è quella della vanità di decretare, progettare, riformare, programmare se prima non si rifà una moneta che sia qualcosa e non una cifra inconsistente, minutissima e variabilissima.

 

 

Chiamiamola con un nome qualunque – un tempo il popolo usava chiamare lire grosse le unità monetarie stabili per distinguerle da quelle vecchie andate a finir male -; purché il modesto impiegato non debba essere pagato con stipendi di decine o di centinaia di migliaia di lire al mese ed il procuratore capo delle imposte non sia egli stesso un milionario in lire piccole, obbligato a tassare i contribuenti come se fossero tutti milionari secondo lo stile antico.

 

 

Anche se non sarà incarnata in un dato peso d’oro fino, sia la lira una unità monetaria decente, non qualcosa che arieggi al centesimo od al millesimo della lira del buon tempo antico. Potremo, con la lira grossa, acquistare almeno un chilogrammo di pane? Nel 1944 con una lira se ne comperavano due, di quei chili di buon pane; ma, via, potremmo contentarci di uno solo; e, tuttavia, pensandoci, credere nuovamente di avere, possedendo una lira, qualcosa in tasca!

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