Amministrazione e finanza nel lombardo-veneto

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/09/1912

Amministrazione e finanza nel lombardo-veneto

«Corriere della sera», 18 settembre 1912

 

 

 

Un’indagine in un campo assai scarsamente mietuto ha intrapreso Augusto Sandonà nel suo libro su Il Regno Lombardo-Veneto 1814-1859. La costituzione e l’amministrazione (Milano, Casa editrice L. F. Cogliati. Un vol. di pag. 6-483. Prezzo L. 8,50). Accanto ai volumi che trattano dell’azione politica dell’Austria nelle provincie del Regno Lombardo-Veneto prende degno posto questo del Sandonà che vuole studiare invece quale fosse l’ordinamento costituzionale e amministrativo del Regno, e quale il funzionamento pratico degli ordini creati dall’Austria. Il libro è diviso in sei parti. Di cui la prima studia la costituzione del nuovo regno (territorio, viceré, governo, congregazioni centrali e provinciali, provincie e comuni); la seconda l’amministrazione ecclesiastica, la terza l’amministrazione propriamente detta (scuole, polizia, censura, sanità, coscrizione, emigrazione, feudi); la quarta l’amministrazione giudiziaria, la quinta quella finanziaria ed economica; mentre la sesta analizza l’azione di alcuni governatori che lasciarono di sé una impronta personale. Chiudono il libro alcune appendici, ricche di documenti e di statistiche in gran parte inedite. Come pure di documenti inediti è ricco il testo, quasi tutti tratti dagli archivi aulici di Vienna, con signorile larghezza aperti al Sandonà.

 

 

In un breve cenno è impossibile dar notizia di tutte le numerose questioni trattate dall’A. Ma ad una vogliamo accennare ed è l’accusa che i lombardo-veneti ripetutamente mossero all’Austria di avere continuamente sfruttato le ricche provincie italiane per colmare il deficit che era cagionato dall’amministrazione delle altre regioni dell’impero. Accusa ribattuta dagli storici austriaci, senza che si potesse venire in chiaro della cosa, per la ignoranza dei dati primi. Ora il Sandonà, con pazienza e intelligenza grandissime, ha compulsato i bilanci lombardo-veneti e quelli dell’Impero per tutto il periodo 1814-1850; e di amendue pubblica un fedele riassunto. La conclusione sicura è questa: che i bilanci lombardo-veneti si chiusero costantemente con grossi avanzi, mentre quelli dell’Impero davano luogo a deficit perenni, i quali appunto in parte erano colmati dagli avanzi lombardo-veneti. Il regno lombardo-veneto nel 1816 godeva di un’entrata di 82 milioni di lire con una spesa di 46 milioni ; onde un avanzo di 36 milioni. Dal 1837 in poi le entrate superarono i 130 milioni di lire di cui solo la metà rimaneva in paese per le spese dell’amministrazione e del debito pubblico del regno. Onde l’Austria poté disporre per le spese generali di un avanzo che da 36 milioni iniziali finì per aggirarsi permanentemente sui 65-66 milioni di lire austriache. Di queste, il Sandonà calcola che 20 milioni rappresentavano il contributo che il Lombardo-Veneto doveva dare per le spese comuni dell’esercito. Il resto, ossia dai 40 ai 50 milioni di lire austriache, era un vero tributo che l’Austria si faceva pagare dalle provincie italiane, come se queste fossero una colonia.

 

 

Siccome nessun paese mai al mondo è riuscito a farsi pagare tributi dalle colonie per lunghi anni, qual meraviglia che questo sistema nefasto coloniale abbia contribuito ad accelerare la fine della dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto? L’Austria era tanto consapevole della ingiustizia di questo tributo pagato dalle asservite provincie italiane che tentava di giustificarlo ingrossando artificialmente sulla carta la cifra delle soldatesche stanziate nel Lombardo – Veneto a 63-68 mila uomini in media ed a 100 mila col 1831-34. Il Sandonà invece afferma che la media degli uomini stanziati nel Lombardo – Veneto non superò i 35.000 e solo eccezionalmente durante la guerra del 1848, l’esercito fu notevolmente accresciuto.

 

 

Scambi con l’estero e politica commerciale

 

 

Una delle più importanti monografie comprese nella grande opera Cinquant’anni di storia italiana, edita Dall’Accademia dei Lincei (Hoepli, Milano), è certamente quella del comm. Bonaldo Stringher su Gli scambi con l’estero e la politica commerciale italiana dal 1860 al 1910. L’autore non ha voluto fare una storia compiuta dei nostri commerci con l’estero e nemmeno un lavoro dottrinale nel quale si applichino allo studio dei fatti i principii del libero scambio o del protezionismo; ma una esposizione obiettiva dei fatti più salienti che si traggono dalle nostre statistiche commerciali e dalla legislazione italiana sui trattati di commercio. Lo Stringher ha diviso la sua storia in parecchi periodi: dal 1860 alla presa di Roma; dal 1871 al 1890, in cui durò l’influenza dei vecchi trattati liberali e dell’indirizzo impresso da Cavour alla politica doganale italiana; dal 1887-90 al 1904, in cui la politica doganale fu dominata dal nuovo indirizzo protezionista iniziato in Italia, come in altri paesi d’Europa, con la tariffa doganale del 1887 e con i trattati commerciali del 1891-92; e finalmente dopo il 1904 quando i nuovi trattati, che andranno a scadere nel 1917, temperarono in una certa limitata misura le tendenze protezioniste del 1887. Un capitolo riproduce i precedenti importantissimi studi dell’autore, già riassunti su queste colonne (9 gennaio 1912), intorno alle maniere con cui si salda l’apparente sbilancio tra le importazioni e le esportazioni. L’ultimo capitolo ragiona dei progressi compiuti, nel cinquantennio di vita nazionale, dalle industrie, dall’agricoltura e dai mezzi di comunicazione ; osservando che il progresso in tutti i campi verificatosi è veramente il «frutto della paziente, resistente e perseverante gara del popolo». Nella quale sentenza dovranno convenire tutti quanti, dopo aver letta la diligentissima e sapiente esposizione dello Stringher, sono rimasti persuasi che occorreva davvero un’opera eccezionalmente resistente e perseverante, quale poteva soltanto essere fornita da un popolo economicamente «eroico» come l’italiano, per far fiorire agricoltura ed industria attraverso agli ostacoli frapposti da una legislazione troppo dimentica nei suoi sviluppi posteriori dell’indirizzo benefico impressole dal Conte di Cavour. Chiudono il volume – il quale diventerà indispensabile a quanti vorranno studiare il passato della storia commerciale e doganale italiana per trarne lume all’azione avvenire – un allegato sulle variazioni principali della tariffa doganale italiana dal 1878 in poi ed al quadro del commercio italiano con l’estero dal 1871 al 1910.

 

 

L’emigrazione italiana dopo il 1860

 

 

Un’altra monografia dotta e geniale dobbiamo ricordare fra quelle che sono raccolte nei volumi destinati dall’Accademia dei Lincei alla illustrazione di Cinquant’anni di storia italiana; ed è quella del Prof. Francesco Coletti sull’Emigrazione italiana (Hoepli, Milano). Dopo una premessa sulle fonti statistiche adoperate e sul metodo prescelto, il Coletti studia in tre parti successive il bilancio statistico, le cause e le conseguenze dell’emigrazione. Il lavoro del Coletti è una vera miniera di dati laboriosamente raccolti e finemente illustrati. Se qui se ne dà solo un annuncio brevissimo è per richiamare subito l’attenzione dei lettori su questa opera, che meriterebbe l’illustrazione di parecchi articoli per sfruttare tutti i materiali e le osservazioni di cui è ricchissima; qui ci limiteremo a rilevare alcune notizie relative alla posizione che l’Italia ha avuto dal 1871 in poi rispetto al fenomeno migratorio in confronto alle altre nazioni europee. Durante un primo periodo, 1871-75, vien prima l’Inghilterra con 109.003 emigranti, seconda la Germania con 83.200, terza l’Irlanda con 65.893 e quarta l’Italia con 25.936. Nel periodo seguente, sino al 1886, la Germania tocca le sue maggiori altezze (221 mila emigranti nel 1881), dopo le quali comincia una discesa continuativa, che la conduce a meno che 25 mila emigranti nel 1909; la Gran Bretagna ed Irlanda seguono il loro moto ascensionale, che tocca il suo culmine nel 1883 con 183.236 mila emigranti nell’Inghilterra e Galles, 31.139 nella Scozia, e 106.743 nell’Irlanda. L’Italia conserva il terzo posto, con 82.877 emigranti nel 1886. Le cose si semplificano dal 1887 in poi. Restano in gara per il primato, in cifre assolute , l’Italia e la Gran Bretagna, perché gli altri paesi pur offrendo cospicui e progressivi incrementi (specialmente l’Austria, l’Ungheria, la Russia e la Spagna) restano d’ordinario a grandissima distanza dai due primi campioni. La Gran Bretagna conserva il primo posto sino al 1895, anno nel quale si pareggia, con 186 mila emigranti, con l’Italia. Dopo, s’inizia una generale ascesa; ma l’Italia è al gradino sommo, con 511 mila emigranti transoceanici nel 1908.

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