Ammonimenti stranieri

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/07/1903

Ammonimenti stranieri

«Corriere della sera», 18 luglio 1903

 

 

 

Abbiamo sott’occhio il testo della lettura che il signor Bolton King tenne alla Società di statistica di Londra intorno alle condizioni economiche e finanziarie dell’Italia, lettura della quale il telegrafo a suo tempo ci aveva dato notizia. Adesso possiamo leggerla intiera nell’ultimo fascicolo del Journal of the Royal Statistical Society, giunto di questi giorni in Italia. La lettura, come poteva supporsi dal fatto di essere tenuta dinanzi alla dotta Società londinese, forse il più autorevole sodalizio di statisti che vi sia al mondo, è densa di cifre accuratamente vagliate e disposte; ed è informata ad un senso di viva simpatia e di lieti pronostici per l’avvenire del nostro paese. «Una grande espansione industriale, dice il King nella chiusa, ha luogo in tutto il Nord e si allarga qua e là nel Centro e nel Mezzogiorno. Il paese ha scoperto un tesoro di sconosciuto valore nelle forze d’acqua dei suoi fiumi. Si va formando una classe di artigiani, che probabilmente non è superata in valore da quella di nessun altro paese. L’agricoltura, la rocca forte della nazione, va altresì incontro ad un vero rinascimento. Frattanto paese e Parlamento guardano in fronte ai problemi sociali con abilità ed energia. Finché la produttività del paese non era cresciuta, poco si poteva fare per il miglioramento delle masse. Ma ora, coll’incremento della produzione, si verifica pure un miglioramento nella distribuzione. La vitalità del movimento cooperativo, le impareggiabili Casse di risparmio autonome, il recente movimento operaio, non eguagliato in Europa per la rapidità del suo sviluppo, provano quanto le classi medie ed operaie sappiano fare a proprio favore. L’Italia, pochi anni fa quasi l’ultima fra i paesi europei nella legislazione sociale, promette di essere ben presto tra le prime».

 

 

Tutto ciò va benissimo. Siamo stati così abituati negli ultimi anni a sentire cantare all’estero le lodi dei progressi dell’Italia, che queste parole, benché vengano da persona e da una Società autorevolissime, non ci fanno molta impressione. Ma qui non è tutto. Poiché, come al solito, la lettura del signor Bolton King diede luogo ad una interessante discussione, durante la quale i membri della Società aggiunsero nuovi dati e commentarono quelli che il Bolton King aveva largamente esposti; e benché tutti concordassero nel riconoscere i grandi e quasi insperati progressi economici dell’Italia, pure tutti, con accordo quasi mirabile, aggiunsero che nel lieto quadro non mancavano le ombre e che non si poteva affermare essere l’Italia giunta alla fine dell’aspro cammino della sua rigenerazione economica e finanziaria.

 

 

Cominciò il signor Crawford a notare di essere stato colpito dalla tenuità delle cifre dei salari delle classi lavoratrici in generale, ed in ispecie dei lavoratori agricoli e del caro prezzo dei viveri. Enorme ed eccessiva gli pareva anche la quantità delle imposte gravanti sui poveri. Secondo una delle tabelle del King ben 20 milioni di lire sterline su un totale di 50 milioni venivano a cadere sull’operaio e sul contadino povero. Date queste cifre, il Crawford trovava difficile ammettere coll’autore senz’altro che le statistiche riportate fossero indici sicuri di tutte quelle speranze di grande prosperità che il Bolton King aveva tracciate. Anche un recente rapporto consolare britannico richiamava l’attenzione sulle cattive condizioni dell’agricoltura italiana e sul forte peso delle imposte gravanti sui poveri. Egli quindi non poteva non meravigliarsi come, malgrado i bassi salari, il caro dei viveri e le imposte pesanti, aumentassero tanto i depositi nelle Casse di risparmio. Ecco un fenomeno misterioso che meriterebbe spiegazione.

 

 

Rincalzò queste argomentazioni il Wolff, ben noto anche in Italia come insigne cooperatore e diligente apprezzatore delle iniziative italiane in materia di Banche popolari. Anch’egli trova che il punto nero dell’Italia economica odierna è la gravezza eccessiva delle imposte sui consumi, le quali premono sui poveri e rialzando il costo delle derrate, ne riducono il consumo. Mentre una famiglia operaia inglese paga in media solo il 6 per cento delle sue entrate in imposte, si può calcolare che una famiglia italiana paga il 23 per cento. Dalla cattiva alimentazione derivano, ad esempio, la mortalità di pellagra ed una percentuale «mostruosa» di mortalità per tubercolosi. Perciò e opportuno ammonire gli italiani di guardarsi dall’ottimismo, a cui sono indubbiamente troppo propensi. Gli affari vanno bene; il credito è migliorato; ed è diffusa la credenza che le cose debbano continuare ad andar bene. Tuttavia, malgrado la rendita alla pari, gli italiani non sono ancora usciti fuori dalla foresta; e rimangono ancora numerosissime le cause di dubbio e di ansietà.

 

 

Né il Bolton King nella sua replica negò importanza a queste osservazioni dei suoi critici cortesi. Anch’egli ritiene che i salari siano ancora molto bassi, che il cibo sia caro, e che una eccessiva parte delle entrate dei lavoratori vada spesa in imposte. Si consola alquanto col notare che, in paragone a vent’anni, o meglio ad una generazione fa, un miglioramento indubitabile vi fu nelle condizioni delle classi lavoratrici. Ma non nega che molto vi sia ancora da fare su questa via.

 

 

Abbiamo voluto riferire la interessante discussione, poiché, se è vero che dessa non aggiunge nulla alle cose da noi già risapute, ha la virtù di ricordarci ciò che da noi ancora si aspetta. Per una moltitudine di cagioni in molti fra gli uomini politici italiani – non esclusi gli estremi – è venuto adagio adagio infiltrandosi il convincimento che per ora non convenga far nulla riguardo alle imposte; e che innovare a questo proposito sia pericoloso. Ora è bene che si sappia come codesto atteggiamento a parecchi punti di vista per noi ragionevolissimo, riesca strano ai nostri amici inglesi che di conversioni di rendita, di riduzione delle imposte e di rialzo dei salari si intendono, per avere raggiunto da tempo, in condizioni non meno difficili delle nostre, tutti tre quegli scopi. Noi diciamo: occorre sospendere ogni riforma tributaria sinché non si sia fatta la conversione della rendita; ed essi replicano: ma non vedete l’urgenza di fomentare, con la riduzione delle imposte, i consumi popolari? Il contrasto fra i nostri propositi di paziente aspettativa, ed i consigli simpatici di pronta azione degli amici inglesi non potrebbe essere più vivo. Perciò l’abbiamo voluto rilevare, pur rimanendo d’opinione che la conversione della rendita debba essere l’obbiettivo immediato della nostra politica finanziaria.

 

 

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