Amore, non odio

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 10/10/1900

Amore, non odio

«La Stampa», 10 ottobre 1900

 

 

 

Abbiamo già commentato brevemente ieri il discorso del ministro socialista Millerand a Lens. I giornali francesi recano oggi altri particolari sul viaggio trionfale e sui discorsi del Millerand, i quali meritano di essere rilevati.

 

 

Sovratutto è interessante osservare quanto sia grande ora la moderazione di linguaggio e la cortesia di forme del ministro socialista. Accoglie con deferenza il vescovo di Arras, il quale gli fa palese la riconoscenza del clero verso chi rappresenta così bene la Repubblica e si occupa con tanto amore degli umili lavoratori; ed al vescovo si inchina e ringrazia, mentre subito dopo assicura i sott’ufficiali in congedo che l’esercito è la nazione medesima ed è la salvaguardia della Francia e della Repubblica.

 

 

A Lens il ministro accentua ancora più il suo rispetto alle forme legali ed alle istituzioni esistenti, e, pur auspicando il giorno in cui la proprietà potrà essere socializzata ed il salariato sarà abolito, riconosce come quel giorno sia ancor lontano, e si affida all’opera lenta e penosa del tempo e dell’educazione per raggiungere i suoi ultimi ideali. «No, non è con un colpo di sorpresa o di forza, non è colla violenza e coll’odio che il proletariato otterrà la sua emancipazione. Egli la conquisterà rendendosene ogni giorno più capace, disciplinando se stesso ed elevandosi a prezzo di sforzi laboriosi ed incessanti, che troveranno la loro ricompensa non solo nel sentimento del dovere compiuto, ma in miglioramenti ognora più considerevoli e preziosi.»

 

 

Noi non sappiano se questi consigli di moderazione e questi appelli al sentimento dei propri diritti e gli inviti alla prossima abolizione del capitalismo e della borghesia.

 

 

Ma è certo che questo linguaggio è il solo il quale possa essere fecondo di un utile risultato, ed eviti le rivolte e le reazioni, le quali sono la conseguenza delle predicazioni di odio contro le classi elevate e di disprezzo di queste verso le moltitudini.

 

 

Due persone le quali si sono sempre rivolte le une contro le altre con insolenze e con accuse infamanti, difficilmente possono mettersi d’accordo per lavorare ad un’opera comune; e difficilmente l’una permetterà all’altra di lavorare da sola al raggiungimento di uno scopo. Così accade dei partiti. L’esistenza di un partito d’opposizione radicale ed estrema è utile, perché serve da stimolo prezioso ai partiti governanti, ricorda loro le promesse in virtù di cui sono giunti al potere, e ne controlla continuamente l’operato.

 

 

Affinché però quest’opera di critica e di stimolo possa essere efficacemente compiuta è d’uopo che la critica sia fatta in modo cortese, senza irritare gli avversari con metodi aggressivi e con insinuazioni continue, senza accusare ogni giorno i capitalisti di sfruttare a sangue i lavoratori, od i partiti conservatori di volere impinguare la propria borsa con speculazioni illecite, con ladrerie o peggio, senza eccitare gli operai a sentimenti di odio contro i suoi cosidetti oppressori, e via dicendo. Adoperando un linguaggio violento non si ottiene altro risultato se non quello di esasperare i partiti contrari ed indurli a reazioni, le quali

oltrepasseranno certo il segno e riusciranno altrettanto perniciose quanto le rivolte violente.

 

 

Di questo fatto noi abbiamo avuto un esempio in Italia all’epoca del Ministero Pelloux. Gran parte della responsabilità dei provvedimenti reazionari spetta, è vero, alla cecità dei governanti, che non hanno saputo prima prevedere e prevenire le cause dei moti e si sono illusi poi che la repressione violenta bastasse a guarire i mali onde era afflitto il Paese.

 

 

È indubitato però che l’opinione pubblica non aveva senza una certa inquietudine visto lo sferrarsi di un linguaggio scurrile e velenoso su alcuni dei fogli socialisti e repubblicani di propaganda minuta, ed aveva assistito con timore ai discorsi coi quali alcuni energumeni andavano infiammando le plebi incolte a sentimenti di disprezzo verso le istituzioni sociali e politiche presenti. Ed è spiegabile, per quanto non giustificabile, come una parte dell’opinione pubblica abbia per un po’ di tempo approvati i rigori verso quelli che a suo parere, colla esagerata loro violenza di parola e di scritti, sembravano minacciare la sicurezza sociale e l’ordine pubblico.

 

 

Noi non chiediamo dunque ai partiti estremi di rinunciare ai propri ideali. Sarebbe chiedere troppo. Chiediamo soltanto che essi separino la loro causa dagli energumeni che sono nel loro seno, come noi separiamo la nostra dalla causa dei pochi – pochi per fortuna – furibondi reazionari i quali vorrebbero instaurare l’ordine col ritorno al Governo assoluto, ai Tribunali sommari ed alla repressione feroce. Gli uni energumeni producono gli altri; ed è nell’interesse di tutti i partiti conservatori, liberali e socialisti che la lotta si combatta con armi civili, colle ragioni che parlano all’intelletto e non colla violenza dei fatti e delle parole, che produce discordia e dissoluzione sociale.

 

 

I liberali continueranno a combattere i postulati del socialismo; ma sarà certo più civile lottare, come in Francia, contro un Millerand, che fa appello alla educazione ed alla organizzazione di classe, che non contro predicatori capaci solo di gridare contro l’infame capitalismo e la corrotta borghesia.

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