Ancora sulla riforma del regime doganale della Tripolitania

Tratto da:

Rivista delle società commerciali

Data di pubblicazione: 01/02/1912

Ancora sulla riforma del regime doganale della Tripolitania

«Rivista delle Società Commerciali», febbraio 1912, pp. 85-94

In estratto: Roma, Offic. tip. Bodoni, pp. 34

 

 

 

In uno degli ultimi numeri di questa Rivista (31 dicembre 1911) si lesse un interessante articolo intorno al regime doganale per la Tripolitania. In parte perché in quell’articolo fu discussa una tesi che ebbi ad esporre altrove (fascicoli di ottobre – novembre e di dicembre della Riforma Sociale) ed in parte perché realmente la questione è di grande importanza per la nostra futura condotta nella colonia, mi sia consentito ritornare sull’argomento.

 

 

Le mie saranno osservazioni sparse, a proposito di ciò che fu detto da Semper e dall’on. march. Cappelli e ad ulteriore suffragio della tesi contraria sostenuta dall’on. De Viti De Marco, da Caroncini, da Giretti e da altri. Poiché gli economisti sono di solito accusati di fare troppa teoria e di non voler tenere conto delle circostanze di fatto che richiederebbero provvedimenti di protezione, cercherò, entro i limiti del possibile, di fare astrazione dalle dottrine e di poggiare i miei ragionamenti su fatti ed esperienze.

 

 

Tanto più sembrami opportuno attenermi al concreto, in quanto, a parer mio, il liberismo, più che una dottrina astratta, è una maniera di agire consigliata dalla pratica convenienza del commercio, dell’agricoltura e dell’industria. Dirò anzi cosa che potrà essere cagione di stupore per taluno, benché sia profondamente vera: se noi vogliamo ammettere la irrazionale distinzione fra teoria e pratica (distinzione che non ha ragion di essere, perché la teoria la quale non spieghi i fatti e i loro rapporti è una teoria falsa ossia inesistente e perché la teoria deve spiegare tanto i fatti di protezione come quelli di libero scambio), non dobbiamo parlare di una teoria liberista e di una pratica protezionista, bensì di ipotesi teoriche in cui il protezionismo può essere conveniente, e di convenienza pratica di adottare la libertà degli scambi per evitare i danni derivanti dall’applicazione dei postulati teorici protezionisti.

 

 

Da quando lo Stuart Mill formulò la celebre teoria della protezione alle industrie giovani, quasi tutti gli economisti sono d’accordo nel ritenere che il protezionismo possa, ove si avverino certe ipotesi dottrinali, essere fecondo di qualche vantaggio; ma è altrettanto certo che in pratica, di fatto, è difficilissimo fornire una linea di distinzione tra le industrie veramente giovani e quelle che pretendono a torto di essere tali. Ond’è che per il primo lo Stuart Mill recitò il mea culpa ed in alcune lettere, che il Cobden Club recentemente raccolse (John Stuart Mill on the protection of infant industries, Cobden Club, Broadway Court, Westminster, S. W.; prezzo 1 penny, 10 centesimi), confessò candidamente che la sua protezione alle industrie giovani era una teoria buona per gli spazi empirei degli uomini perfetti e disadattatissima a questo basso mondo di deformazioni pratiche, onde ancora eccelle come massima di condotta effettiva la regola della libertà degli scambi. E così di tutti gli altri casi in cui la protezione può essere teoricamente spiegata: i dazi di ritorsione contro il dumping straniero, i dazi temporanei nei periodi di crisi di prezzi, la cui durata si prevede breve, i dazi di tutela di una classe socialmente utile ecc., ecc. Sono tutti bei casi teorici, che fanno onore agli economisti, i quali vi hanno elaborato attorno dei begli ed eleganti teoremi; ma sempre l’applicazione di quei teoremi è ed è destinata fatalmente ad essere difettosissima; la norma teorica, appena applicata, dà risultanze costose e perniciosa; le quali fanno concludere alla preferibilità di fatto della norma liberale, o, come si suol dire in linguaggio coloniale, della porta aperta.

 

 

Questa non è l’opinione di Semper, il quale anch’egli, al pari di me, alieno da discussioni teoriche negli scritti i quali si rivolgono ad un pubblico di gente operosa, a ragione ritiene «non privo di interesse il ricordo della soluzione che al problema fu data da altri paesi». E certamente riesce di vivo interesse la sua esposizione dei metodi adottati dalla vicina Francia per regolare i rapporti doganali della metropoli con le colonie; tanto più interessante, in quanto esistono chiare simiglianze di clima, di situazione geografica, di popolazione indigena fra la Tripolitania e l’impero francese nord – africano. Una osservazione preliminare parmi si imponga tuttavia; osservazione che non è peculiare allo scritto esaminato, ma a molti consimili lavori di legislazione comparata: essere scarsa cioè la loro virtù probativa. Accade spesso di leggere, specialmente nelle relazioni governative e parlamentari premesse a disegni di legge, un ampio sfoggio di nozioni espositive sulle vicende della legislazione nelle più diverse contrade, con raffronti internazionali e con conclusioni spronanti ad imitare ciò che altrove si è fatto.

 

 

O si voglia difendere la causa del divorzio, o proporre il suffragio universale od insistere sulla necessità di sostituire il regime della tariffa massima e minima al vecchio metodo dei trattati di commercio, o, finalmente, propugnare un determinato sistema di rapporti doganali con le colonie, sempre si legge la solita filastrocca di paesi esteri, le cui leggi sapienti sono proposte alla nostra ammirazione. Sarebbe ora che il brutto andazzo avesse termine. Spessissimo le leggi cotanto ammirate sono monumenti di insipienza che il legislatore nostro dovrebbe guardarsi bene dall’imitare, perché riuscirono nefaste pei paesi che le adottarono, o, se rimasero innocue, si fu perché sapientemente si pensò a non applicarle. O che soltanto in Italia abbiamo il privilegio di commettere errori? o forse soltanto da noi il legislatore adotta norme nocive all’interesse generale sotto la pressione di gruppi particolari coalizzati?

 

 

Questa sedicente legislazione comparata, almeno nel modo come è per lo più praticata, è una cosa buffissima. Si attacca alla lettera, al testo della legge. Le basta contare che ci sono 20 paesi col divorzio e 5 senza; 50 Stati a suffragio universale ed un minor numero a suffragio ristretto. Argomento invincibile per certuni è sapere che la Prussia, l’Inghilterra, i cantoni Svizzeri hanno una imposta cosidetta sul reddito per dedurne, che, essendo quei paesi alla testa della civiltà, noi siamo alla coda, essendoché non possediamo un tributo che abbia un nome altrettanto moderno. A poco a poco s’è andata formando nei diversi paesi d’Europa ed ora anche d’America e d’Australia, una corporazione curiosissima di studiosi «moderni», up to date, che, appena il legislatore del luogo commette una stramberia nuova, la vanno bandendo ai quattro punti cardinali; e l’eco ne è ripercosso infinite volte da un paese all’altro finché tutto il mondo ne è assordato.

 

 

Quando il rumore è diventato sufficientemente insopportabile, vien voglia alla gente sensata di farlo cessare; ed allora si scopre che urge liberarsi dalla vergogna di essere l’ultimo paese che non possiede ancora il nuovissimo gioiello legislativo scoperto al Mississipì o nella Nuova Zelanda; finché la gente, per distrazione di essere fatti ludibrio all’universale, si rassegna a commettere la sciocchezza, in cui siamo stati preceduti dallo straniero. Qualche volta accade l’opposto: è lo straniero che invidia noi. Sembra impossibile; ma anche noi abbiamo leggi che fanno vergogna ai paesi che ancora non le hanno fatte proprie. I diversi musei sociali del mondo inviano dei pellegrini in Italia a visitare non più chiese e ruderi antichi, bensì istituti usciti dalla fervida immaginazione del legislatore italiano nei momenti nei quali non si sa come impiegare gli avanzi di bilancio forniti dagli ahimè! troppo pazienti contribuenti italiani.

 

 

La fama dei mirabili nostri pensamenti oltrepassa gli oceani; in libri e riviste vengono magnificate leggi, che noi sappiamo benissimo essere rimaste sulla carta o ridursi ad una esteriore organizzazione burocratica; e un po’ per volta accade che, qua e là, sotto l’impulso dell’esempio italiano, parecchi Stati vogliano illustrarsi imitando quel che noi non abbiamo mai fatto sul serio. Se la campagna in ordine sparso dei banditori delle novità comparate non basta, soccorrono le società internazionali in cui si riuniscono tutti coloro che sono affetti dalla mania di vedere applicata una loro ricetta preferita. Queste società hanno per compito di squadernare continuamente, con insistenza fastidiosa, dinanzi agli occhi del legislatore l’elenco dei «progressi» che all’estero si fanno. Magari quel cosidetto «progresso» si verifica a balzi, or qui or là, nei paesi più spaiati, sicché ognuno di essi è «progredito» su un punto solo e per gli altri trovasi ancora immerso nelle tenebre del medioevo. Non monta; l’estero è un monolito granitico per il paese su cui la pressione si vuole esercitare; noi siamo «arretrati» rispetto all’estero, sebbene non lo si sia punto rispetto ad ognuna delle contrade che fanno parte dell’estero.

 

 

Così nasce e si rafforza buona parte della nuova legislazione; pianta esotica, trapiantata sul nostro suolo da terreni disparatissimi, la quale non è quindi meraviglia non sia destinata ad attecchire. Agli occhi dei nuovissimi comparatisti che cosa importa studiare minutamente, norma per norma, paese per paese, i precedenti, le regioni storiche, sopratutto gli effetti delle nuove leggi che si propongono? Men che nulla. Chi s’è dato la cura di studiare, almeno sul libri classici del Bodley, del Bryce, dell’Ostrogorski, gli effetti dell’introduzione del suffragio universale in Francia, Inghilterra e Stati Uniti? Chi si dà cura di studiare come di fatto siano applicate le leggi di imposta sul reddito in Prussia, Inghilterra ecc., e le circostanze economiche, storiche, sociali che consigliano quella tale applicazione? Oibò! Basta la legge scritta e stampata; e non occorre altro. Purché venga dall’estero.

 

 

Dopo questo preambolo, scritto a bella posta per dimostrare la mia profondissima noncuranza per ogni sfoggio di legislazione comparata e il nessun conto che se ne deve tenere quando non sia accompagnata da un’analisi particolareggiata dei precedenti storici, del funzionamento effettivo e dei risultati ottenuti dalle leggi scritte sulla carta, debbo riconoscere che Semper si sottrae in parte alle critiche sovra mosse ai maniaci del comparatismo. La sua non è un ollapodrida di esempi stranieri; ché anzi si limita alla Francia; ed un tentativo di dimostrazione degli effetti del regime doganale – coloniale francese è compiuto da lui quando si citano i dati del progresso del commercio delle colonie con la madrepatria sotto quel regime. Ma, per quanto limitata alla Francia, la sua parte generale è fin troppo vasta, perché le colonie francesi si estendono a climi, latitudini, paesi differentissimi, sono colonie le une di popolamento, sebbene non riuscito, le altre di carattere misto, le terze di piantagione. Neanche è data la dimostrazione che il progresso nelle cifre del commercio dell’Algeria della Tunisia con la madrepatria sia la conseguenza del regime doganale e non di altre circostanze da questo indipendenti; né si dimostra che quel progresso sia in tutto utile e non risulti da una costrizione dannosa ad almeno una delle due parti e quindi, alla lunga, ad amendue. Chi volesse, potrebbe dimostrare:

 

 

1)    che il progresso del commercio dell’Inghilterra con le colonie sotto il regime della porta aperta fu più segnalato del progresso del commercio coloniale francese sotto il regime della costrizione;

 

2)    che le preferenze concesse da alcune colonie inglesi alla madrepatria non giovarono a sviluppare il commercio relativo;

 

3)    che il commercio dell’Inghilterra con i paesi stranieri progredì di più del commercio coloniale, onde si può arguire non essere vero, anzi del tutto erroneo il vecchio dettato: il commercio segue la bandiera, mentre segue il buon mercato del comprare e del vendere;

 

4)    che la stessa cosa si può ripetere per la Francia, la quale non vanta i suoi migliori mercati nelle colonie costrette a provvedersi nella metropoli, bensì li ottiene in paesi stranieri, liberissimi di rivolgersi altrove, ecc., ecc.

 

 

Ma le cifre, a volerle interpretare bene, richiedono quel paziente lavoro di analisi, di cui sopra ho detto; altrimenti riescono a confondere le menti. Laonde sembrami preferibile enunciare alcune regole pratiche di condotta, che si ricavano dall’esperienza dei fatti accaduti all’estero e specialmente in quelle colonie francesi, così simili, alla futura nostra colonia, almeno nelle speranze degli italiani; speranze che io non saprei giudicare se siano fondate o no, sebbene tema che, come in Tunisia alle speranze concepite dai francesi intorno all’agricoltura scarsamente corrisposero i fatti, in piccola parte corrisponderanno nella Tripolitania le realtà alle speranze sconfinate di taluno.

 

 

Un primo insegnamento che la storia della colonizzazione ci fornisce è che le colonie hanno assoluto bisogno di redditi fiscali, e che questi redditi debbono in notevolissima misura essere forniti dalle dogane. Che sia vero il primo asserto è intuitivo.

 

 

Una colonia non può in perpetuo vivere soltanto di elemosine ricevute dalla madre patria. Presto o tardi la colonia dovrà cominciare a provvedere in parte da sé alle proprie spese; e dovrà finire per provvedervi del tutto, salvo una quota delle spese militari, le quali talvolta ancora dopo lunghissimi anni, forse dopo qualche secolo, seguitano a gravare sul bilancio della madre patria. Poiché il prelevare imposte nelle colonie è una necessità assoluta, giova conformarsi all’esperienza la quale ha dimostrato che due sono le imposte o, meglio, le entrate più adatte alle colonie nel lunghissimo loro periodo iniziale, finché cioè esse non siano divenute così ricche e potenti da dover essere considerate come uno Stato indipendente o parte integrante di uno Stato civile: le dogane e il prodotto della vendita dei terreni vacanti. Lasciamo stare da parte quest’ultima fonte di redditi. Tutti gli studiosi ragionevoli che hanno studiato l’argomento, ritengono che i terreni nelle colonie si debbono vendere e non regalare, nemmeno quando il regalo debba essere fatto ai soldati ed alle loro famiglie. Ma dubito assai che, per lunghi anni a venire, anche quando la Tripolitania sarà effettivamente conquistata e pacificata, lo Stato italiano possa vendere molta terra ai coloni italiani. I discorsi intorno all’esistenza di molta terra vacante e disponibile pel primo occupante, sono evidentemente, in un paese percorso da millenni, campati in aria. La terra buona, immediatamente coltivabile è, con ogni probabilità, tutta occupata; e se vorremo disporne, bisognerà comprarla, con molta avvedutezza, con moltissimo riguardo per le norme locali relative alla proprietà di famiglia o di tribù, con grande rispetto per le fondazioni pie mussulmane.

 

 

L’operazione richiederà molto tatto, alquanti denari e non pochi anni. Prima dovremo spendere capitali non indifferenti e solo in seguito potrà la colonia ottenere qualche incasso dalla vendita dei terreni divenuti demaniali. La terra vacante, aperta al primo occupante è, con uguale probabilità, capace di produzione solo dopo lavori di irrigazione e di sistemazione, i quali anch’essi, assorbiranno capitali non lievi. Onde possiamo concludere che il bilancio delle colonie, a differenza dei bilanci americani, canadesi, australiani, non potrà giovarsi in maniera importante del prodotto della vendita dei terreni. Sarà un reddito che verrà poi, e, quando verrà, conserverà proporzioni modeste.

 

 

Modesto altresì dovrà essere, se vorremo conciliare al nostro governo la popolazione araba, il prodotto delle imposte di capitazione, esatte per testa di abitante indigeno, e delle imposte fondiarie (decime, imposte sulle palme, sugli ulivi, sul bestiame ecc.); e perché, anche dopo la pace, il nostro dominio nell’interno dovrà essere per qualche tempo nominale, sarà buona arte politica non insistere troppo sul pagamento di tributi. Certe eccessive esazioni provocarono malcontento e rivolte tra i kabili d’Algeria; né è sostenibile la teoria, messa innanzi dai coloni inglesi dell’Africa del Sud, di imporre alte capitazioni o tasse sulle capanne allo scopo di costringere gli indigeni a lavorare. Il migliore modo di trarre dall’ozio – in quanto esista – gli indigeni è di trattarli bene e di pagarli convenientemente per il lavoro prestato.

 

 

Nemmeno potranno dar gran frutto le imposte fondiarie e mobiliari sui redditi dei coloni italiani. Quel che importa nella colonia è sovratutto di attirare capitali e uomini; al qual uopo assai giova non gravare di troppe imposte le imprese nascenti, anzi è d’uopo esentarle da ogni balzello per una non breve serie di anni. Da quel che se ne può sapere, la Tripolitania non possiede siffatte spontanee risorse naturali da promettere notevoli guadagni immediati ai colonizzatori. Pare che sia un paese tipico dai ritorni lenti, ottenuti con molta pazienza e copiosi impieghi di capitali.

 

 

Basti pensare che il ripristinamento dell’antica fertilità, se mai ci fu – cosa negata da scrittori autorevoli – nelle zone desertico – steppose ora abbandonate, è condizionato ad un buon regime di acque e al rimboschimento! Sono le condizioni tipiche in cui si impongono le esenzioni dai tributi per quei periodi ventennali e trentennali in cui dura al gran minimo il periodo tribolato e costoso della «costruzione» della terra agricola. Niente imposte fondiarie dunque, od imposte con ben scarso reddito iniziale. Rimangono le dogane.

 

 

Sono pressoché le sole entrate da cui sia possibile attenderci un reddito discreto nelle colonie. Ascoltiamo Leroy Beaulieu (in La colonisation chez les peuples modernes, libro farraginoso, ma fondamentale, di un economista entusiasta della colonizzazione e colonizzatore egli stesso, il quale, appunto per essere un uomo d’azione, oltreché il miglior economista «applicato» della Francia, non perde la testa quando discorre di colonie), che parla la voce del buon senso, se non della cosidetta giustizia tributaria. E tanto peggio per la scienza delle finanze se essa si trova in conflitto col buon senso! «Sono le dogane, insieme con la vendita delle terre pubbliche (ma vedemmo già come su queste non si possa fare molto affidamento nella Tripolitania), quasi le sole imposte che siano state applicate nelle colonie inglesi, ed è stato universalmente notato che, se l’assetto ne era buono e il tasso moderato, non producevano alcun effetto dannoso, e davano un reddito discretamente abbondante. I dazi all’importazione nelle colonie devono essere semplicemente fiscali e non avere alcun carattere protettore, perché in questo caso potrebbero diventare nocevolissimi; ma, imposti per tutte le merci, senza distinzione di provenienza o d’origine, in una misura non superiore al 5 od al 10 %, non hanno alcun inconveniente economico. I coloni li sopportano senza lagnarsene, ed i dazi sono incassati con la maggior facilità. Siccome infatti quasi tutte le colonie nascenti non sono abbordabili se non a traverso alcuni pochi porti, basta un numero limitato di doganieri stabiliti su questi porti per percepire il dazio sulle merci in entrata; non vi sono le vessazioni inquisitorie che rendono criticabile il dazio all’entrata nelle città. I dazi all’importazione incidono quasi tutti su articoli di consumo immediato, perché le colonie non importano materie prime per le manifatture» (secondo, 603).

 

 

La Francia ha sentito talmente l’evidenza di queste ragioni, che, persino nell’Algeria, dove in fatto di dogane esiste un pernicioso sistema protezionista, ha veduto la necessità di un istituto speciale detto l’octroi de mer. Sempre lo cita, ma senza spiegarne il contenuto. L’octroi de mer è un dazio consumo esatto, senza distinzione di nazionalità e di provenienza, sulle merci che entrano in Algeria attraverso i porti di mare. Esso colpisce le merci in generale, in proporzione non superiore al 15 – 20 % del prezzo, ma grava sopratutto sulle carni salate, sullo zucchero, sui vini, sull’acquavite, sui tabacchi ossia sulle derrate di consumo generale. Il ricavo ne viene distribuito, per la maggior parte, agli enti locali per far fronte alle loro spese. Il Leroy Beaulieu si augura che la colonia faccia altrettanto con le dogane, gravando col 10 % tutte le provenienze, anche quelle francesi. Il punto essenziale da ritenere nell’octroi de mer è infatti che esso colpisce indifferentemente ed ugualmente le merci francesi ed estere.

 

 

Poiché si citano i francesi, ricordiamoli non soltanto nelle pessime cose che hanno inventato (come la protezione feroce nelle colonie e la tariffa massima e minima, la cui moda dei resto pare vada oggi scadendo anche nel paese d’invenzione) ma anche nelle buone che hanno saputo, tra i tanti mostruosi parti di quella legislazione, conservare. Certa cosa è che l’Italia, se non vuole depauperare la colonia di entrate proprie, ha tutto l’interesse a conservare l’attuale regime doganale turco, che equivale ad un octroi de meer del 4 % su alcune derrate alimentari e dell’11 % sulle altre merci e derrate. È il regime ideale per una colonia nascente, questo che abbiamo ereditato dai turchi, o meglio dalle capitolazioni vigenti. È un anticipazione di quel sistema che ho ferma fiducia si realizzerà in un lontano avvenire quando le nazioni industriali riconosceranno la convenienza di venire a patti tra di loro per accettare od imporsi (sono due parole che si equivalgono e fanno vedere i due lati della medaglia) a vicenda l’uguaglianza di trattamento doganale. Sempre ha voluto distinguere fra Edoardo Giretti ed il sottoscritto a proposito del comune desiderio nostro di vedere adottare il regime della porta aperta. Giretti avrebbe detto cosa antipatriottica, perché desiderò che le potenze straniere imponessero all’Italia, nelle trattative di pace, l’accoglimento di quel principio, come lo impose la Germania alla Francia pel Marocco. Io avrei esposto un concetto discutibile ma ragionevole consigliando all’Italia di applicare nel suo interesse il medesimo principio. La differenza è puramente di vocabolario. I trattati internazionali implicano sempre una imposizione per tutte le parti contraenti.

 

 

Ognuna di esse deve studiare se nel proprio interesse le convenga soddisfare il desiderio ossia l’imposizione dell’altra parte. La Francia accettò «l’imposizione» della porta aperta e della cessione di parte del Congo; ma ebbe in cambio il protettorato sul Marocco senza il costo di una guerra. Pare un beneficio piccolo questa cosidetta imposizione? Poiché però innegabilmente la parola «imposizione» ha nel linguaggio comune un significato offensivo per la dignità nazionale, sarà opportuno scartarla senz’altro. Dirò che nell’interesse generale dell’economia mondiale, e nell’interesse particolare della Tripolitania sarà opportuno che l’Italia convenga nella necessità di obbligarsi a mantenere il regime della porta aperta. Il qual regime non significa – come pare intenda Semper – «assenza di dazi» ma anzi imposizione di dazi, purché uguali per tutte le provenienze. È il regime del Marocco, dell’Egitto, delle colonie inglesi. È il regime dell’avvenire. È inutile di voler negare l’esistenza del problema quando invece esso giganteggia e si impone. Sir Thomas Barclay in un interessante volume su The Turco – italian war and its problems (London, Constable, pag. 79) nota che l’esempio del Marocco fruttificherà in avvenire; e sulla adozione del principio della porta aperta si insisterà da parte delle potenze europee in tutti i casi di nuovi acquisti di territori coloniali, in cui esistevano prima interessi di neutri. Io credo e spero che ci si insisterà non soltanto in quei casi, ma che sotto questo regime verranno anche vecchie colonie, oggi tormentate dai sistemi di tortura ereditati dal regime coloniale. Il concerto delle potenze europee impose il regime della porta aperta allo Stato libero del Congo; e fu gran ventura.

 

 

L’Inghilterra ha spontaneamente riconosciuto il regime della porta aperta nelle sue colonie, sia perché ha veduto che questo era il suo beninteso interesse permanente, sia perché ha vivo il ricordo dell’esperienza nord – americana. Non volendo perdere, ma conservare le colonie, deve permettere ad esse di crescere in prosperità, comprando e vendendo dove alle colonie (e non alla madrepatria) sembra più opportuno. Che il regime della porta aperta, che vuol dire dei dazi fiscali, uguali su tutte le provenienze, italiane ed estere, sia il più utile alla colonia dal punto di vista fiscale è chiaro da quanto sopra si è detto. I dazi possono fruttare solo in quanto siano ugualmente pagati da tutti. Se le merci italiane fossero ammesse in franchigia nella colonia, questa tenderebbe alla lunga ad essere approvvigionata soltanto dalla madrepatria. Tenderemmo ad avere un regime simile a quello del Madagascar dove si importavano nel 1908 solo 3.931.153 franchi di merci straniere e franchi 25.982.117 di merci francesi o dell’Algeria, dove su 493.178.966 franchi di importazioni, 399.008.000 venivano dalla Francia e 94.170.966 dall’estero e dove, se non fosse dell’octroi de mer, esistente in ambedue i paesi, le finanze pubbliche rimarrebbero, per questo verso; pressoché a mani vuote. La massima parte delle importazioni non pagherebbe alcun dazio e la parte soggetta a tributo tenderebbe a scemare.

 

 

Ripeto, di che cosa vivrebbe il bilancio della colonia, se le merci italiane fossero ammesse in franchigia? Se consultiamo l’interesse dell’agricoltura, dell’industria e del commercio della colonia, si deve venire alla medesima conclusione: la conservazione del regime turco dei dazi del 4 e dell’11 per cento. Le proporzioni potranno essere variate secondo l’opportunità e gli insegnamenti della pratica, ma il concetto essenziale è che si tratti di dazi fiscalmente produttivi, epperciò tenui, epperciò ugualmente applicati a tutte le provenienze.

 

 

Non conosco la tariffa turca con precisione; ma, se essa colpisce tutte indistintamente le merci e derrate, sembra inutilmente vessatoria. Converrà, mettere le voci che fiscalmente poco fruttano nella lista delle esenti da dazio; esenti, s’intende, per tutti i paesi. Converrà esentare altresì i materiali da costruzione, le macchine, gli attrezzi che servono alle opere d’impianto; e, dopo avere semplificata la tariffa, si potrà magari aumentare al 15 – 20 per cento la tariffa sulle merci di consumo, sì da rendere il dazio una vera imposta sul reddito consumato, imposta esatta con quella semplicità e facilità che in ogni paese sono necessarie ma lo sono soprattutto in una colonia.

 

 

L’esistenza di dazi protettivi all’introduzione delle merci di consumo e degli strumenti di produzione nella colonia che effetto produrrebbe rispetto alla Tripolitania? Supponiamo, per fare un’ipotesi ispirata ad un protezionismo temperato e timidamente riguardoso delle ragioni fiscali (peggio sarebbe se si supponesse l’esclusivismo assoluto) che i prodotti italiani siano tassati con un dazio uguale al 10 % del valore della merce e i prodotti esteri col 20 % all’entrata nella colonia. È evidente che, in tutti quei casi nei quali l’industria italiana potrà approvvigionare il mercato coloniale e in cui i suoi costi di produzione non siano superiori di più, del 10 % ai costi dei produttori esteri, entreranno in Tripolitania soltanto prodotti italiani ad esclusione di quelli stranieri. Ed è evidente altresì che il fisco coloniale tenderà ad incassare perciò solo il dazio del 10 %; mentre i coloni pagheranno prezzi rincariti del 20 per cento. I produttori della metropoli, protetti invero dal dazio differenziale e sicuri che i concorrenti esteri non possono importare se non pagando il dazio del 20 %, non venderanno se non a prezzi aumentati appunto di quasi tutto il 20 per cento. È manifesto quale debba essere l’effetto per la colonia (indigeni e nuovi coloni) di codesto aumento di prezzi. È un vero rincarimento artificioso della vita nella colonia, provocato non a beneficio dell’erario coloniale (il che sarebbe corretto, quando i dazi fossero miti ed il prodotto fosse adoperato a vantaggio della colonia) ma a beneficio dei produttori metropolitani.

 

 

Gli indigeni che erano abituati a comprare le merci di consumo all’estero, rincarite solo del tanto necessario per la gestione del governo, dovranno vedersele apprezzate anche a beneficio d’altri; ed i coloni italiani, i quali indubbiamente daranno prova di coraggio non comune iniziando imprese che non siano quelle comuni e facili dell’approvvigionamento e dell’intossicazione alcoolica dell’esercito, dovranno tutto comprare più caro. Sembra questo un bel modo di incoraggiare la colonizzazione? I materiali da costruzione, specie in ferro ed acciaio, necessari per le grandi opere della civiltà – porti, ferrovie, tranvie, acquedotti, ecc. – dovranno essere pagati a prezzi artificialmente rincariti, e poiché una notevolissima parte di queste opere finirà di essere compiuta dal governo italiano o da concessionari dei governo, saranno i contribuenti italiani che dovranno pagare lo scotto del rincaro che per via della protezione subiranno i prezzi in Tripolitania. Io mi sono limitato a supporre una protezione del 10 %; ma poiché vi sono molti che richiedono l’estensione alla colonia della tariffa italiana contro i prodotti esteri, coll’ammissione in franchigia dei prodotti nazionali, è agevole vedere le enormi conseguenze a cui si andrebbe incontro: erario coloniale vuoto, vita rincarata per gli indigeni e i coloni in proporzioni variabili, ma che potrebbero anche andare in taluni casi al 100 e più per cento, dati i dazi che abbelliscono le tariffe nostre, e spesa dei contribuenti italiani nel compimento delle opere di civiltà cresciuta del cinquanta per cento e forse raddoppiata. O che questi sono propositi tollerabili?

 

 

Parmi siano propositi i quali, se attuati, partoriranno le seguenti conseguenze:

 

 

1)    malcontento della popolazione indigena. Vive oggi male, ma col regime di prezzi bassi dovuti a molte circostanze che inevitabilmente col tempo dovevano scomparire, ma di cui noi affrettiamo certo la scomparsa. Se al malanno dei prezzi alti aggiungeremo l’altro dei prezzi alti artificialmente per causa dei dazi, la cosa non potrà sfuggire alla classe intellettuale locale. Noi non abbiamo nessun interesse a dare alimento a querimonie da parte del futuro partito giovane – tripolitano. I giovani tunisini, i giovai indiani, i giovani di tutte le razze conquistate danno fin troppo filo da torcere ai governi metropolitani; e non c’è nessuna ragione di affrettarne la formazione anche presso di noi.

 

2)    Rincaro della vita, aumento del costo della casa, aumento del prezzo degli strumenti agricoli, delle macchine di ogni specie per i coloni italiani che oseranno avventurare capitali, lavoro ed intelligenza nelle colonie. Parmi debba essere proposito di governo ragionevole produrre gli opposti effetti. A che gioverà aver detto che la Tripolitania deve accogliere le falangi dei nostri emigranti se poi noi ci studieremo di rendere in ogni maniera grama la vita a questi coraggiosi? Quei pochi che andranno laggiù se ne ritorneranno scoraggiati in patria o riprenderanno la via dell’estero;

 

3)    rincaro del costo dei lavori pubblici, delle ferrovie, dei porti, degli acquedotti da costruirsi a spese del Governo italiano nella colonia. Per fare un impianto del costo sul mercato libero di 100 milioni, saranno necessari 110, 120 o 150 milioni. Li avranno i contribuenti italiani questi 10 o 20 o 50 milioni in più? O non avendoli, vorranno caricarsi di 10, 20 o 50 milioni di debiti di più, solo per permettere al governo italiano di fare le sue provviste ad un preso del 10, 20 o 50 % più caro del prezzo vigente sul mercato libero?

 

 

Questi punti vorrei che meditassero gli industriali italiani, i quali mi sembrano propensi a chiedere privilegi a favor loro nella Tripolitania. Essi forse non hanno pensato che, chiedendo privilegi, vengono in sostanza a chiedere che i capitali recati nella colonia dagli italiani abbiano una capacità di acquisto di 70, 80 invece che di 100, che il lavoro del colono italiano nella colonia renda ad esso 7 invece di 10, per il maggior costo degli strumenti di produzione e dei beni di consumo importati dal di fuori, che il contribuente italiano debba spendere 120, 150 milioni per ottenere lo stesso risultato che potrebbe essere ottenuto con 100. è un metodo attissimo a far iniziare alla colonia la corsa nel cammino della civiltà con un handicap pesantissimo e voluto, mentre potrebbe cominciarla sciolta da ogni peso che non sia dipendente dalle naturali condizioni – per sé stesse già abbastanza difficili – della terra e del clima.

 

 

Chiede l’Associazione fra gli industriali metallurgici italiani, in un brano citato da Semper, «che, secondo equità, i mercati coloniali, i quali tanti sacrifici costano al paese,siano sottratti quanto è possibile alla influenza straniera e riservati alla espansione commerciale della nazione». Io vorrei sperare che gl’industriali italiani si convincessero che l’equità comanda invece strettissimamente di non costringere i contribuenti pure italiani a sacrificare 150 milioni dove basterebbero 100; e che non solo l’equità ma il dovere impone di non far pagare ai coloni italiani che si recheranno in Tripolitania 10 lire le merci che potrebbero procurarsi con 7 od 8; che l’interesse consiglia di usare lo stesso trattamento agli indigeni, affinché questi, spinti dal malcontento, non rendano la vita impossibile e malsicura ai coloni nostri. Equità, giustizia, interesse consigliano concordi di non crescere artificialmente i sacrifici che l’impresa tripolitana imporrà all’Italia!

 

 

Se i dazi all’importazione nella colonia verranno applicati in misura eguale per tutti e se verranno tenuti moderati, ponendo nella lista dei prodotti esenti molte voci di materie prime, di macchine agricole e di beni necessari per le opere pubbliche, e colpendo con tariffe, graduate a seconda della merce, sino ad un massimo del 20 % le merci di consumo, non v’è dubbio che non si verificherà la creazione, auspicata dal marchese Cappelli, di grandi industrie manifatturiere nella Colonia.

 

 

Per sorgere, in una colonia nuova, le industrie manifatturiere richiedono protezioni enormi e tali da rendere impossibile di comprarne i prodotti ai disgraziati abitatori della colonia. Poco male, sembrami, se l’industria manifatturiera non sorgerà. Perché la colonia prosperi – ove naturalmente sia possibile la sua prosperità; su di che, ripeto, mi mancano cognizioni sufficienti -non è niente affatto necessario vi sorgano ad ogni costo le industrie che vogliamo noi. Basta che i suoi coloni possano attendere a quei lavori che essi riterranno i più produttivi, procurandosi arnesi, macchine, concimi, vestiti. materie prime ecc. ecc. al più basso prezzo possibile sul mercato da essi preferito. Se, una volta che siano loro offerte queste migliori opportunità, i coloni faranno soltanto dell’agricoltura, vorrà dire che l’agricoltura sarà la migliore delle industrie da essi saputa escogitare, molto migliore di quella che noi avremmo, legiferando o scrivendo articoli, saputa immaginare a loro preteso beneficio.

 

 

Se essi troveranno delle miniere di fosfati, tanto meglio; ma ricordiamoci bene che tanto più facilmente i coloni coltiveranno le miniere di fosfati e tanto maggior utile ne ricaveranno quanto meno noi avremo a loro rincarito con dazi protettivi le rotaie con cui essi costruiranno le ferrovie minerarie, le polveri necessarie per abbattere i massi, le macchine e gli attrezzi necessari per la coltivazione e quanto meno saremo stati invasi dalla fisima di far sorgere stabilimenti per la filatura e la tessitura del cotone, mettendoli in grado con una barriera doganale di vendere a caro prezzo i panni ed i barracani onde saranno vestiti i picconieri di quelle miniere.

 

 

Se la steppa desertica sarà dimostrata fecondabile, se si scovriranno miniere coltivabili, guardiamoci, per carità, dal rendere artificialmente infeconde quelle terre e incoltivabili quelle miniere rincarando ogni cosa di cui avranno bisogno imprenditori e lavoratori, col pretesto di voler favorire l’industria metropolitana o di voler far sorgere un’industria coloniale! Un po’ per volta, se agricoltura e miniere fioriranno sul serio, sorgeranno anche le industrie. Non ne hanno tutte le colonie, anche quelle situate nel periodo dell’infanzia?

 

 

E non era una delle principali cagioni di lagnanza delle colonie inglesi contro la madrepatria la pretesa che neppure un chiodo vi s’avesse a fabbricare? Quelle che vi sorgono da sé, sono però le più adatte; ogni agricoltura ed ogni coltivazione mineraria un po’ progredita fanno sorgere attorno a sé opifici, laboratori necessari per la prima manipolazione industriale dei prodotti, per le riparazioni di attrezzi, macchinari. In ogni città in sviluppo sorgono imprese di costruzione, fabbriche di mattoni, laboratori in pietre e in legnami, coi loro innumeri annessi.

 

 

Così sorge e fiorisce l’industria; e da modesti inizi prende lo slancio, ove sia possibile e conveniente, ad altezze maggiori. Voler far di più subito, è distruggere agricoltura, miniere ed industrie stesse. Altro è il problema del trattamento da fare alle merci e derrate coloniali all’arrivo in Italia. Ove si tratti di dazi fiscali, parmi non vi possa essere dubbio che le merci coloniali debbono essere sottoposte ai dazi generali. Altrimenti noi daremmo, a spese dell’erario italiano, ossia di nuovo dei contribuenti italiani, un premio alla coltivazione di quelle derrate.

 

 

Per fortuna finora nessuno ha detto che la Tripolitania sia adatta alla produzione di derrate, come il caffè, il tabacco, od alla estrazione di combustibili, come il petrolio, ecc. soggetti a dazi fiscali in Italia. Il caso più importante sarà quello di derrate che all’introduzione in Italia sono soggette a dazi protettivi per industriali od agricoltori della madrepatria: olio, vino, agrumi, bestiame. qui io sarei per concedere la libera entrata.

 

 

Perché avremmo voluto conquistare la Tripolitania, se poi le sbattiamo la porta in faccia, quando essa riesce a produrre qualcosa che possa servire ai nostri consumatori? A ragione spera Semper per l’olio e il vino che la disponibilità libera del prodotto coloniale possa avvantaggiare la medesima agricoltura nazionale. Di olio noi non produciamo abbastanza per servire al consumo interno e per esportare; ed i commercianti liguri già ne fanno venire dalla Spagna, dalla Turchia, da Tunisi quantità ingenti in importazione temporanea per tagliarle col nostro ed esportare tutto sotto nomi di olii della riviera o di Lucca. Operazione utilissima, in cui l’Italia guadagna fior di quattrini. Altrettanto potrà farsi coi futuri oli tripolitani.

 

 

Col vino, se ne farà, si potranno far tagli utilissimi agli stessi viticultori. Non parliamo del bestiame, di cui non si importerà mai abbastanza, in questi tempi di caro delle carni. L’unico pericolo in questa franchigia concessa ai prodotti coloniali è che i dazi contro i similari prodotti esteri siano così elevati da concedere un premio molto forte ai produttori interni e ai coloni ad essi assimilati, sì da provocare una produzione artificiale, destinata a sfasciarsi il giorno in cui in Italia si dovessero ribassare i dazi sui prodotti esteri. Contro il quale pericolo io non vedo che un rimedio: ribassare subito i dazi sui prodotti esteri all’entrata in Italia, cosicché la Tripolitania non goda più se non di un moderato vantaggio, tale da non costituire uno stimolo troppo artificiosamente forte all’estendersi della cultura. Io non credo del resto che i dazi sui vini, sugli olii, sul bestiame giovino in realtà all’agricoltura italiana, mentre, in tempi di prezzi cari inacerbiscono fortemente il caro della vita e fanno crescere dannosamente i fitti ed i valori della terra.

 

 

Io dico che questa è la politica doganale che in definitiva tornerà più vantaggiosa alla madrepatria. I fautori della porta aperta non parlano per sentimentalismo o per amore di formule ideali. Credono di parlare il puro e semplice linguaggio del buon senso e dell’interesse. Le colonie non sono create perché servano di sfogatoio ai prodotti sovrabbondanti delle industrie metropolitane.

 

 

Questa sì che è una teoria interessata e falsa per giunta! Impoverendo i coloni, obbligandoli a comperare a prezzi alti, noi li facciamo fuggire dalle colonie od impediamo che ci vadano, il che fa lo stesso. Per l’ingordigia di avere tutto il mercato per noi, impediamo che il mercato si formi. Lasciando invece i coloni comprare e vendere dove meglio loro aggrada, noi permettiamo ad essi, sempre quando ciò sia possibile, di arricchire; ed un mercato libero ricco o meno povero vale assai di più per la madrepatria di un mercato chiuso povero. Su questo mercato libero la madrepatria è sicura, senza uopo di restrizioni dannose, di farsi la parte del leone. Questa è la grande lezione dell’esperienza.

 

 

L’Inghilterra ha la parte preponderante nel commercio delle sue colonie, benché essa non vi goda di preferenza alcuna. Non l’ha al Canadà, sebbene volontariamente i Canadesi abbiano voluto concedere una preferenza doganale alla metropoli, perché sarebbe assurdo l’avesse, data la vicinanza di quel grande mercato di produzione e di smercio che sono gli Stati Uniti. Ma vi è sovratutto l’esempio vicino di Tunisi. Sino al 1897 i prodotti francesi erano sottoposti in Tunisia esattamente agli stessi dazi doganali dei prodotti stranieri. Malgrado ciò, più della metà delle importazioni in Tunisia era di origine francese. Sarebbe persino dannoso che la proporzione degli approvvigionamenti della colonia nella madrepatria in confronto alle compre fatte all’estero superasse troppo la metà.

 

 

«L’ideale di una colonia, dice ancora ed a ragione Paolo Leroy – Beaulieu, non è affatto che essa commerci solo con la madrepatria; è utilissimo al suo sviluppo ed al suo raggio d’azione che essa mantenga metà del suo commercio, se non di più, col resto del mondo”. Un figlio sequestrato da genitori troppo amorosi, sottratto al commercio con i coetanei e col mondo è un debole fiore di serra, che ben difficilmente darà frutti abbondanti quando sia giunto a virilità. Così è della colonia. Se compra all’estero avrà maggiore probabilità di vendere anche all’estero. I negozianti e le navi non vanno dove non sperano di far affari o di trovare noli di ritorno. Se non ci vanno, non ne conoscono i prodotti e se i prodotti sono conosciuti solo nella madrepatria, vi è molta probabilità che se ne possano vendere ossia se ne possano produrre molti di meno di quanto non sarebbe possibile».

 

 

Non dimentichiamo che, da quanto ho sentito dire dalle poche persone ragionevoli con cui ho potuto discorrere della Tripolitania, senza sentir fare discorsi stravaganti od esprimere speranze chimeriche, la colonia potrà prendere un certo sviluppo specialmente nella produzione di frutta e di verdure primaticcie. Sarà una cultura da giardinaggio e da frutteto, a cui potrà bastare una sottile striscia costiera. Ora questa cultura, se non vuole andare incontro ad una crisi di sovraproduzione, come ha ripetutamente ammonito il Valenti, sarà necessario si sviluppi con prudenza e trovi un mercato all’estero. Data la vicinanza della costa tripolitana e supposti rapidi mezzi di trasporto a Genova o Venezia’, l’iniziativa potrà anche col tempo fruttificare.

 

 

È evidente però che lo sbocco massimo di queste primizie deve essere l’estero. Se si trattasse di provvedere solo alle richieste italiane, non troverebbero lavoro se non pochi lavoratori! Dato ciò, pretendiamo forse che la Tripolitania riesca a vendere, senza mai nulla comprare all’estero? Tralasciando il fatto che ciò è impossibile, è inane supporre i tedeschi, gli svizzeri, gli austriaci così ingenui da non accorgersi che essi nella necessità della Tripolitana di vendere hanno una magnifica arma per chiedere ed ottenere che essa compri prodotti loro. L’arma la posseggono e faranno benissimo a valersene, nell’interesse della

colonia e quindi nostro. Contentiamoci dunque del 50 % del traffico, proporzionale che possiamo benissimo conquistare e conservare senza bisogno di tariffe preferenziali. Il legame dei costumi, e delle leggi, la comunanza di lingua hanno una grande influenza nel far preferire le merci provenienti dalla metropoli alle merci straniere.

 

 

L’amministrazione militare tende ad approvvigionarsi in patria; i soldati, i coloni vogliono i tipi a cui sono abituati nel paese d’origine. Le linee di navigazione più frequenti e comode tra la madre patria e la colonia rendono più facile approvvigionarsi nella metropoli che altrove. La metropoli gode di tali privilegi naturali che è inutile, dirò anzi dannoso aggiungere ad essi un monopolio artificiale imposto dalle leggi e destinato unicamente a rendere le leggi della madre patria odiosissime ad indigeni ed a coloni appena abbiano raggiunto la maturità politica. Il vantaggio commerciale che un paese deve cercare nelle colonie non è quello di ottenervi dei privilegi a danno dei coloni; ma di assicurarsi un mercato in cui non possono essere stabiliti dei dazi differenziali contro di lui. Fino a che sussista il legame coloniale, la madre patria è sicura di avere almeno tante possibilità legali di conquistare il mercato della colonia quante ne ha ogni altro paese.

 

 

E poiché essa ha dei privilegi morali, di fatto importantissimi, la vittoria non può mancarle. S’intende che non può mancarle ove i suoi produttori diano prova di abilità, di intelligenza, di potenza nel secondare i gusti dei consumatori coloniali. è una preferenza, quella naturale, che non si conserva senza fatica. Ed è utile, è necessario che sia così. Solo a questo patto i consumatori delle colonie possono essere serviti a buon mercato e l’industria metropolitana ha stimolo a progredire.

 

 

Certo è più facile conquistare il mercato di una colonia all’ombra di dazi preferenziali; ma è deleterio per la colonia (e su questo punto è inutile oramai ritornare) e contemporaneamente per l’industria metropolitana. «Gli enormi diritti proibitivi – mi sia consentito di citare ancora una volta Paolo Leroy Beaulien – che la Francia ha stabilito e mantiene al Tonchino ed al Madagascar sono condannabili al massimo grado; equivalgono ad un vero sequestro della colonia da parte della metropoli; addormentano i fabbricanti e gli armatori metropolitani e li mantengono nella routine; impediscono lo sviluppo della colonia; sono vivissimamente risentiti dalle popolazioni indigene, di solito povere o poco ricche, abituate a calcolare con minuzia la loro spesa e ne fomentano il malcontento».

 

 

L’Italia ha affermato di aver voluto la conquista della Tripolitania per compiervi opera di civiltà. Contraddiremmo a tale programma, solennemente proclamato in faccia all’Europa, se instaurassimo, dopo la pace, un sistema doganale siffatto da sfruttare economicamente la colonia. La grande industria italiana saprà dimostrare, io spero, che essa non è solidale con le aspirazioni egoistiche di pochi forse inconsapevoli della portata delle loro affrettate domande; e saprà proclamare alto che essa rifugge dal crescere i costi della vita dura che i coloni italiani dovranno condurre nei primi momenti della conquista del deserto, che essa non vuole crescere i sacrifici dei contribuenti italiani nel compiere le grandi opere della civiltà, e che essa fermamente vuole essere, superando sé stessa nelle sane e libere lotte della concorrenza, apportatrice di benessere, alleviatrice di fatiche, creatrice di ricchezza.

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