Andiamo in Piemonte!

Tratto da:

Il Ponte

Data di pubblicazione: 01/08/1949

Andiamo in Piemonte!

«Il Ponte», agosto-settembre 1949, pp. 907-909

 

 

 

«Andiamo in Piemonte!» diceva il vecchio contadino nell’atto di attraversare il Tanaro per recarsi ad uno dei mercati o delle fiere che ogni giorno dell’anno si celebrano nell’uno o nell’altro dei borghi posti sull’altipiano fra Mondovì, Cuneo, Fossano e Saluzzo; e la esclamazione, abituale ancora un cinquant’anni or sono, mi rimase sempre fitta in mente a testimonianza della lentezza del processo di formazione storica del concetto di «Piemonte».

 

 

Come quel concetto sia sorto e si sia affermato sarebbe una ricerca storica non priva di interesse; che, se qualcuno la intraprendesse, forse si paleserebbe erronea l’impressione dei non piemontesi ed anche, fra i piemontesi, dei nati dopo il 1900 che l’idea di Piemonte sia nota e popolare ab immemorabile. Certamente quel langarolo di mezzo secolo addietro reputava per conto suo ovvio di non essere un piemontese, sebbene fosse nato e sempre vissuto in un borgo posto sui confini fra i territori di Mondovì e di Alba, piemontesissimi fra i paesi dell’antico Piemonte.

 

 

Che cosa fosse il vecchio Piemonte si può dire, meglio che con descrizione positiva, per esclusione. Pur mettendo da parte, s’intende, i paesi d’oltremonte della Savoia, di Nizza, di Oneglia, di Tenda e del Varo; chi oggi ricorda che non facevano parte del Piemonte vero ed antico né il ducato di Aosta, né quello del Monferrato? Era pura cosa diversa dal Piemonte il marchesato di Saluzzo – e quel già ricordato bravo langarolo ricordava confusamente che un tempo il suo borgo apparteneva ad un ramo cadetto dei marchesi di Saluzzo e nel ricordo l’avrebbe confortato lo scatto di Vittorio Emanuele II a sentire che qualcuno gli proponeva di far rivivere il titolo di marchese a pro di un ramo collaterale dei Saluzzo: «’l marches d’ Salusse son mi!» – e così pure quelli di Susa, d’Ivrea e di Ceva; insieme con le contee di Asti, di Alessandria, di Novara, di Tortona, di Vigevano e di Bobbio; né erano parte propria del Piemonte le signorie di Vercelli, di Pinerolo, della Lomellina e della Valle Sesia; oltre a tutta la minuzzaglia dei feudi imperiali, i quali sino al 1748, per non pagar taglia a nessuno dei due e per esercitare a lor danno contrabbando lucroso, si protestavano indipendenti dai signori genovesi e dai Savoia, e vassalli ligi al Sacro romano impero; pronti però a non pagare un soldo all’imperatore ed anche a cacciar via senza letto né cena il missus dominicus che Vienna si fosse attentata qualche rara volta in un secolo a mandare a riscuotere i diritti spettanti alla Camera imperiale.

 

 

Che cosa era dunque il Piemonte? Lo dice la parola stessa: una striscia di irregolare di terreno, situata a piè dei monti, massimamente sul piano e sull’altipiano che da Biella per Santhià, Chivasso, Torino, Moncalieri, Carignano, Carmagnola, Bra, Cherasco, Savigliano, Fossano arrivava a Cuneo ed a Mondovi, con punte sulle colline del Chierese e con ampi protendimenti sulle montagne verso Savoia, Nizza ed Oneglia, appartenenti da gran tempo ai domini di casa Savoia. Il Piemonte era un paese così mal congegnato da non avere neppure un titolo di quelli consueti nelle nostre parti. Non essendo né ducato, né marchesato, né contea, né signoria lo si era detto, al par di Oneglia, principato. Non è mai esistito un regno piemontese; ché i savoia divennero re in, non del Piemonte, solo quando, dopo lunghe schermaglie intorno al diritto, affermato a causa dei fantomatici regni di Cipro e di Gerusalemme, che tanti altri regnanti includevano medesimamente nell’elenco dei loro domini, al titolo di Altezza reale, riuscirono nel 1713 ad ottenere la effettiva corona regia in Sicilia, trasferita nel 1721, con gran dispetto dei piemontesi, alla Sardegna. Il povero piemonte non poté mai aspirare ad essere promosso da principato a regno; ché le promozioni non si usavano in questa materia se non rarissimamente; né gli imperatori del sacro romano impero di nazione germanica, né i papi, ai quali soltanto la consuetudine attribuiva il diritto di crear regni, si arbitravano di metter al mondo re nuovi, timorosi, come erano, di suscitare invidie e proteste e risse furibonde, accompagnate da pesantissimi volumi in foglio, fra gli aspiranti al medesimo onore. La moltiplicazione dei regni si ebbe con Napoleone, desideroso di elevare e remunerare fratelli, cognati e vassalli con bei titoli altisonanti.

 

 

Fu anche Napoleone che, senza forse volerlo, diede nuovo lustro e nuova dignità al vecchio Piemonte. Non abbastanza dotto nei segreti della progressiva formazione dello stato sabaudo e scarso estimatore delle differenze fra i ducati, principati, marchesati, contee e signorie formanti il conglomerato statale dei Savoia di qua dai monti, egli ne formò un tutto unico che chiamò divisione militare, a sua volta ripartite in provincie. La divisione fu quella piemontese e province rimasero quelle che con ugual nome componevano il vecchio Piemonte, più i ducati e marchesati che ne erano fin allora quasi corpi separati.

 

 

La unificazione fu agevolata dalla circostanza che già la lingua italiana a poco a poco aveva finito per diventare la lingua ufficiale di quasi tutto il territorio di qua dai monti. Ireneè Lameire ha descritto nei volumi su la Theorie et pratique de la conquete dans l’ancien droit (Paris 1902) la lenta conquista della lingua italiana su quella francese nei secoli XVII e XVIII. Senza alcuna costrizione governativa, a poco a poco, uno dopo l’altro, i consigli comunali deliberano di sostituire nella redazione dei processi verbali delle proprie sedute la lingua nostra a quella primamente usata, perché questa non era più compresa dai borghigiani né era più ad essa familiare. Il francese che un tempo si parlava quasi sino ad Ivrea si ritira a Point Saint Martin tra i monti della valle d’Aosta; e così pure nelle valli del Pinerolese e in quelle della Maira e della Varaita assistiamo al lento recedere dell’uso della lingua francese verso i monti; e, se non fosse intervenuta la presuntuosa boria fascistica, la convivenza, pur vantaggiosa, delle due lingue sarebbe oggi dappertutto universalmente gradita entro i limiti della utilità economica e culturale.

 

 

Caduto Napoleone, rivissero i titoli delle diverse parti di cui si componevano i domini sabaudi; ma, se i re della vecchia dinastia tornarono ad intitolarsi re di Sardegna, duchi di Aosta, del Monferrato, principi di Piemonte, marchesi di Saluzzo. ecc. ecc.; nell’uso pratico le sole distinzioni rimaste furono quelle tra piemontesi, liguri, nizzardi e savoiardi; e piemontesi e liguri si sentirono sovratutto italiani. Se una consapevolezza tra piemontese ed antipiemontese si affermò dopo il risorgimento, ciò fu in parte dovuto all’apparenza di conquistatori che per breve tempo ebbero l’esercito e gli impiegati piemontesi, ed agli attriti inevitabili durante la unificazione della macchina statale dopo il 1860. Per un po’ si continuò nelle altre regioni d’Italia a parlar di piemontesi dominanti nelle cariche e negli impieghi governativi; così come oggi, disertandosi sempre più da piemontesi, lombardi e liguri gli uffici burocratici statali, in Piemonte si usa talvolta, specie tra il popolo, accennare agli impiegati statali come ad italiani. Ma son piccole punture, innocue e benevole.

 

 

Nello stesso modo come non ho più sentito dai contadini dei miei paesi dire: «andiamo in Piemonte!» così da nessuno ho sentito parlare di «andare in Italia» per recarsi in qualche città o borgo al disotto della linea gotica. L’unificazione dei piemontesi nell’allargato Piemonte e di questi cogli altri italiani è ormai un fatto compiuto.

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