Aneddoti protezionisti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/12/1921

Aneddoti protezionisti

«Corriere della Sera», 24 dicembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 485-487

 

 

 

Ogni giorno crescono le prove dell’intralcio gravissimo che la nuova tariffa doganale pone allo sviluppo commerciale ed industriale del paese. Da alcune recenti lettere rilevansi fatti singolari.

 

 

Parrebbe che il rifiuto della fabbricazione dovesse essere daziato meno del prodotto principale. Orbene, dal cacao in grani si ricava il prodotto principale «burro di cacao», il quale serve per la fabbricazione della cioccolatta ed il prodotto secondario «polvere di cacao», il quale è la parte legnosa (crusca) del prodotto, con qualche traccia di burro, e serve per bevande ed altri usi di cucina. Orbene il cacao in pani, pregiato sovratutto per il suo contenuto in burro, è tassato in lire 30 oro, mentre il rifiuto paga lire 120 oro, equivalenti, a seconda del cambio a circa 520 lire-carta. Perché i cioccolattieri italiani, importatori di cacao in grani, vogliono impedire alle famiglie consumatrici di provvedersi di polvere di cacao dove loro meglio aggrada? Quale industria si avvantaggia, rincarando in tal modo esorbitante, con un dazio superiore al prezzo d’origine, un prodotto gradevole delle cucine modeste?

 

 

In Liguria, scrive un altro, la più gran parte della piccola e media industria sta ferma per la mancanza d’acqua. Le officine elettriche non possono soddisfare alle domande del consumo. Molti industriali sarebbero desiderosi di importare motori a gas Diesel, con cui provvederebbero a far funzionare i loro laboratori. Non lo possono, perché un gruppo a gas povero della capacità di 50 HP., che pesa circa 130 quintali, paga 32.000 lire di dazio, somma che la maggior parte dei medi e piccoli industriali non è in grado di pagare. Eppure la sola ditta la quale in Italia produce tali motori, chiede mesi e mesi di tempo per la consegna; mentre in poco tempo i motori stessi si potrebbero far venire dall’estero. Molti bravi piccoli industriali, che qualche mese prima del luglio avevano ordinato nuovo macchinario all’estero ed avevano pagato un terzo in anticipo, ora non sono in grado di pagare la dogana e corrono rischio di perdere la caparra e restare senza macchina. Come possono costoro pagare 32.000 lire di dazio per una macchina acquistata all’estero per lire 22.000?

 

 

La nuova tariffa si rivela davvero una terribile macchina di distruzione dell’avvenire del paese. Si è tanto cianciato di ricostruzione economica del dopoguerra. Ma come ricostruire, quando gli strumenti materiali della ricostruzione sono spaventevolmente rincarati dalla follia protezionistica?

 

 

La burocrazia, spaventata dalle grida dei difensori del popolo, si ingegna, come può, a crescere il malanno della tariffa con sue aggiunte arbitrarie. Altra volta fu accennato qui alle enormità dei divieti di importazione dei colori. Guardisi ora ai divieti di esportazione. Pare che, per ubbidire ai cenni di chi non vorrebbe lasciare uscire dal paese neppure un chilogramma di derrate alimentari, sia stata proibita la esportazione dei fagioli. O buon’anima dell’abate Bandini, che nel secolo diciassettesimo provasti, prima di Adamo Smith, che i divieti di esportazione facevano rincarare in paese i prodotti; e che il mezzo più sicuro per far scendere i prezzi era di spalancare le porte all’esportazione! I fabbricanti di decreti-legge ed i pubblicisti loro sobillatori nulla leggono e nulla vogliono imparare dall’esperienza passata; e così i fagioli non possono uscire dall’Italia, salvo concessione graziosa della direzione generale delle gabelle al ministero delle finanze.

 

 

Ora accadde che talun intraprendente agricoltore italiano si persuase che certi terreni di pianura nell’Alta Italia sono mirabilmente adatti alla cultura di date varietà di fagioli, pregiatissime per uso di semina dagli inglesi. E si arrabattò e strinse preliminari di contratto con quegli inglesi, obbligandosi a fornire loro 300 quintali di detti fagioli per consegna nel 1922. Chiede poi il permesso al superiore ministero, il quale dichiara imperturbabile di poter dare qualche concessione solo per l’ultimo trimestre del 1921. Non potersi impegnare per il 1922, dovendo vedere allora quali saranno le circostanze, ossia se ci sarà qualche articolo di giornale o qualche interrogazione di deputato contro gli avidi speculatori i quali fanno, esportandoli, salire su il prezzo dei fagioli, derrata necessarissima al consumo popolare, ecc. ecc. Naturalmente siccome le piante di fagioli non hanno l’abitudine di nascere, svilupparsi e fruttare in un mese, la conseguenza fu che il contratto per la fornitura dei 300 quintali di fagioli è andato in fumo, che una coltura nuova non si può intraprendere, e che nulla esporterà ed incasserà il paese perché nulla avrà prodotto.

 

 

Frattanto, mentre con le tariffe proibitive e con i vincoli all’esportazione si distrugge il commercio internazionale, i ministri per l’industria e per l’agricoltura si fanno promotori di convegni a vantaggio dell’esportazione. Non sarebbe meglio che lasciassero fare coloro che hanno voglia e mezzi di importare e di esportare?

 

 

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