Annuari statistici ed Italia economica

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/08/1912

Annuari statistici ed Italia economica

«Corriere della sera», 25 agosto 1912

 

 

 

La statistica ufficiale, dopo il periodo di splendore vivissimo goduto sotto la guida sapiente di Luigi Bodio, s’era per ristrettezza di mezzi finanziari e per la conseguente mancanza di uomini fatta un po’ dimenticare. Poche e rade pubblicazioni si susseguivano: sicché gli studiosi dovevano andare a cercare i fatti di cui avevano bisogno in certi vecchi annuari, antiquati prima di venire alla luce. Un’iniziativa privata dei signori Pinardi e Schiavi di un annuario periodico dell’Italia economica, simigliante a quelli che esistono la Germania, Inghilterra, Francia, non aveva avuto, dopo due tentativi promettentissimi fortuna.

 

 

Oggi le cose paiono mutare. L’on. Nitti divenuto ministro di agricoltura, volle dare impulso a questo ramo di servizio; ed aiutato dal nuovo direttore generale della statistica, Prof. G. Montemartini, è riuscito già a darci il primo volume di una seconda serie rinnovellata degli Annuari statistici. L’Annuario statistico italiano del 1911 si presenta, pure nella sua veste esteriore, allettevole per la bella legatura, per il moderato numero di pagine (347), per i numerosi cartogrammi a colori che ci fanno apparire l’Italia sotto i diversi aspetti della sua vita materiale. Intellettuale e morale variabili a seconda delle provincie, per il diligente indice, per la impressione nitidissima delle tabelle. Io credo che il ministro farebbe bene, oltreché a regalarlo con signorile larghezza ad uffici pubblici, a giornali ed a studiosi, a metterlo in vendita a favore dei privati a modico prezzo, distribuendolo largamente ai librai, in guisa da diffondere nel pubblico il gusto e la conoscenza dei dati statistici riflettenti la vita italiana. Sono molte le persone che vorrebbero intorno a questa nostra vita sapere qualcosa di preciso e non sanno a chi far capo e spesso dai librai non ricevono lume e guida. Se fosse esposto nelle vetrine, consultabile sul banco dei librai, l’Annuario statistico italiano troverebbe compratori non pochi; e gli on. Nitti e Montemartini diventerebbero viemmeglio benemeriti della diffusione della cultura economica e statistica. Mentre così si perfeziona la statistica ufficiale anche quella privata riesce ad affermarsi. Per la terza volta il prof. Riccardo Bachi, bibliotecario del Ministero di agricoltura, industria e commercio, pubblica col titolo: L’Italia economica nell’anno 1911 un suo pregevolissimo annuario della vita commerciale, industriale, agraria, bancaria, finanziaria e della politica economica in Italia. La pubblicazione è fatta sotto gli auspici della mia rivista «La Riforma Sociale», ai cui abbonati l’annuario Bachi è dato in dono[1]. Esso è come l’indole sua privata comporta, una diversa dall’annuario statistico ufficiale. Questo, per la quantità delle tabelle che deve pubblicare, non può ingombrarle con delucidazioni soverchie; e l’indole sua ufficiale gli vieta di far commenti. Invece lo statistico privato può restringere le tabelle a quelle che giudica più necessarie, e dilucidare i dati statistici con spiegazioni e commenti. I commenti sono sobri e rivolti non a dar giudizi sui fatti, ma a spiegare i fatti medesimi, in guisa che il pubblico possa farsene un giudizio per sé medesimo. Per coloro che non immaginano quante cose interessanti si possono leggere negli annuari statistici dirò che l’annuario statistico italiano del 1911 descrive – s’intende in cifre; ma non è meglio sapere in numeri precisi piuttosto che in descrizioni vaghe? – il territorio e la popolazione italiana ne studia l’igiene e la sanità, la beneficenza e l’assistenza pubblica, l’istruzione e la stampa, le Camere legislative ed i Consigli elettivi locali, la giustizia, le carceri e i riformatori, l’agricoltura, le industrie, i prezzi, i consumi, il commercio estero, la navigazione marittima, la marina mercantile, i servizi postali e commerciali marittimi, la viabilità, le poste, i telegrafi e telefoni, il lavoro, la previdenza, la monetazione e il credito, la Cassa depositi e prestiti, le finanze dello Stato, il fondo per il culto, le finanze comunale e provinciali, l’esercito e la marina militare. Alcuni di questi capitoli sono nuovi, come quello delle Cassa depositi e prestiti e le parecchie tabelle sulle assicurazioni, sui valori dei titoli delle società per azioni, gli impianti elettrici, le spese per l’istruzione elementare ecc. ecc.. Tutti insieme risparmiano all’indagatore la fatica di ricorrere ad una infinità di documenti ufficiali, non sempre agevoli a rintracciarsi.

 

 

Anche la materia dell’Italia economica nell’anno 1911 del Bachi è vastissima. Dopo uno sguardo all’andamento generale dell’annata economica nel mondo, e un riassunto, in vecchi statistici, dei principali aspetti della vita economico italiana nell’anno 1911 in confronto col decennio precedente, studia il commercio con l’estero, il movimento bancario, il mercato finanziario, i prezzi delle merci e delle derrate, la produzione agricola ed industriale, i trasporti e le comunicazioni, il lavoro, la previdenza, la finanza dello Stato. A questa parte espositiva della situazione economica del paese segue una parte in cui in un quadro di tutti i provvedimenti governativi e municipali e dei movimenti di classi di gruppi, di organizzazioni relativi alla politica economica. Questa seconda parte è una vera storia o cronaca economica del 1911: essendovi studiata la politica commerciale, industriale, agraria, i provvedimenti relativi al credito, alle assicurazioni, al lavoro, alla cooperazione, alle abitazioni, ai consumi, ai trasporti, alla finanza. Accade spessissimo di dover ricordare quando fu presentato e che cosa disponeva un disegno di legge; quale programma finanziario di un Ministero o di un partito; quale le deliberazioni di un Congresso. L’Annuario Bachi anno per anno dà risposta a questi quesiti; e nell’appendice aggiunge un elenco delle pubblicazioni degne di nota, governative, comunali, provinciali e private, riflettenti materie economiche, sociali, finanziarie venute alla luce nel 1911.

 

 

Se vogliamo, sulla scorta di questi Annuari e specialmente del secondo, il quale riferisce considerazioni e confronti internazionali, esprimere per somme linee quale sia stato il significato economico dell’ultimo anno statistico conosciuto, e cioè del 1911, saremmo tentati a dirlo un anno di attesa. Le serie statistiche segnalano il più spesso la continuazione del progresso cominciato in genere dal principio del secolo, ma v’è qualche arresto qua e là, qualche intoppo che ci dice essere stato l’anno 1911 un anno di aspettazione.

 

 

Il fenomeno non si può dire italiano; che anzi fu caratteristico sovrattutto dei due paesi che oggi tengono il primato nello sviluppo industriale: gli Stati Uniti e la Germania. Negli Stati Uniti il rincaro della vita esagitò i popoli e gli uomini politici contro le grandi organizzazioni economiche che hanno nome di Trust; in Germania l’affare del Marocco pesò come un incubo sul secondo semestre. Sull’Inghilterra pesarono poi i grandi scioperi o già avvenuti o in preparazione. Dopo tutto, il commercio internazionale non si risentì se non mediocremente di questa inquietudine diffusa. L’importazione segna quasi dappertutto aumenti: del 15,70% nel Canada, del 15% nell’Egitto, del 13,76% nella Francia, del 10,78% nell’Austria-Ungheria, del 10,55% nelle Indie britanniche, dell’8,87% nel Giappone, del 7,35% nella Russia, del 6,88% nella Germania, del 6,70% nella Spagna, del 5,07% nel Belgio, del 3,45% nell’Italia, del 3,08% nella Svizzera. Ma l’aumento nelle importazioni diventa minimo, appena dello 0,58% nell’Inghilterra e negativo addirittura, ossia di meno 1,91% negli Stati Uniti. Trattandosi di due grandi paesi ciò vuol dire o minor capacità di acquisto delle masse o rallentamento nelle provviste delle materie prime da parte dell’industria. Le esportazioni segnano aumenti meno copiosi: del 12,54% negli Stati Uniti, del 9,32% nella Russia, dell’8,39% nella Germania, del 5,94% nelle Indie britanniche, del 5,14% nella Svizzera, del 5,10% nel Belgio, del 4,29% nell’Italia. Per contro il Canada diminuisce le sue esportazioni dello 0,15%, l’Egitto dell’1,19 per cento, l’Austria-Ungheria dell’1,47 per cento, la Francia dello 0,99 per cento, la Spagna dello 0,47 per cento, il Giappone del 2,66 per cento, la Gran Bretagna del 5,55 per cento. L’Italia tiene così una posizione intermedia. Il suo commercio internazionale, che all’importazione era progredito dal 1901 al 1909 a passi accelerati da 55,23 a 100, dal 1909 al 1911 progredisce più lentamente da 100 a 107,92; mentre l’esportazione dopo essere passata nel primo periodo da 73,62 a 100, più velocemente ancora passa nel secondo e più breve periodo da 100 a 116,19.

 

 

Passando ad altri indici della vita economica, notiamo un grande sviluppo nelle operazioni di sconto e di anticipazioni presso gli istituti di emissione; gli sconti passati da 3.762 milioni nel 1910 a 4.013 nel 1911 e le anticipazioni da 776 a 860 milioni. Percentualmente, gli sconti che erano progrediti da 72,28 a 100 negli otto anni dal 1901 al 1909, aumentarono da 100 a 126,20 nei due anni dal 1909 al 1911; mentre le anticipazioni passavano da 54,90 del 1901 a 100 nel 1900 ed a 144,46 nel 1911. In due anni si fece altrettanta strada come nell’ottennio precedente. Le stanze di compensazione compensavano 24.490 milioni di partite nel 1901, 44.630 nel 1909, 18.064 nel 1910 e 61.312 nel 1911. L’aumento fu in percentuali da 54,87 a 100 nel 1901-1909 e da 100 a 137,38 nel 1909-1911. Più lento è l’incremento nel credito dei depositanti presso le casse postali di risparmio, che dopo essere salito da 719 milioni (45,41 in cifre percentuali) al 31 dicembre 1901 a 1.585 milioni (100) alla fine del 1909 ed ad 1.773 (111,89) milioni alla fine del 1910 crebbe ancora a 1.872 milioni (118,14) alla fine 1911. La formazione del capitale nuovo si è forse un po’ rallentata, almeno se si guarda alle vicende del capitale delle società anonime. Negli ultimi tre anni l’aumento netto fu solo di 119 (1909), 173 (1910) e 163 (1911) milioni di lire. L’aumento sarebbe stato maggiore, di 294,2 milioni nel 1909, di 363,6 nel 1910, e di 310,9 nel 1911, se non si fossero disciolte società o se non fosse stato diminuito il capitale delle esistenti di 174,6, 190,6 e 147 milioni di lire. È probabile però che una parte delle diminuzioni non sia reale, ma dovuta alla necessità di impedire il recesso dei vecchi soci in occasione degli aumenti di capitale, e che delle società disciolte non tutto il capitale sia stato distrutto. Nel qual caso l’aumento della capitalizzazione sotto forme di società anonime sarebbe indice confortante di quel maggiore aumento che verrebbe in chiaro, ove il sistema fiscale non scoraggiasse i capitalisti dall’investire capitali in questa forma. Dato il sistema fiscale vigente, il capitale prende piuttosto la via degli investimenti in imprese individuali e sovrattutto in miglioramenti agricoli, consigliati dai prezzi altamente remuneratori raggiunti dal frumento, dalle carni, dal vino, ecc.. Ma di questa maniera di capitalizzazione non è dato avere notizie precise. Se dai dati «capitalistici» passiamo ai dati «umani» due sovrattutto attraggono la nostra attenzione e con essi finiremo questa che non ha voluto essere nemmeno una affrettata rassegna, ma un invito a leggere e a tenere a portata di mano questi vademecum dello studioso, dell’uomo politico, del finanziere, dell’industriale, del commerciante, dell’organizzatore operaio: voglio accennare agli scioperi ed all’emigrazione. La scioperosità, come la chiamano Nitti e Montemartini è in Italia in aumento sui due anni precedenti; non su quelli anteriori. Il numero degli scioperi «industriali» (degli agrari le notizie giungono al 1910) fu nel 1911 di 1.107 contro 1.021 nel 1910 e 931 nel 1909; ma era stato di 1.459 nel 1908; di 1.882 nel 1907, di 1.299 nel 1906. Il numero degli scioperanti industriali fu 252.853 nel 1911, contro 172.969 nel 1910 e 141.988 nel 1909; ma era stato di 326.099 nel 1907 e di 264.029 nel 1906. Onde non si può dire che la tendenza a scioperare sia in deciso aumento. L’esito degli scioperi fu al solito, assai misto: il 18,9% degli scioperi fu coronato da completa vittoria, il 15,9% da vittoria prevalente, il 15,6% ebbe esito medio, il 14,1% esito in minima parte favorevole ed il 32,2% completamente sfavorevole. Son cifre che cambiano poco da un anno all’altro.

 

 

L’emigrazione è notevolmente diminuita. Sono oramai passati gli anni in cui l’emigrazione transoceanica tendeva al mezzo milione e precisamente aveva raggiunto i 440.338 nel 1906. Già nel 1907 cadiamo a 397.704 persone e precipitiamo a 179.223 nel 1908 in seguito alla crisi nord-americana che respinge gli emigranti meridionali dagli Stati Uniti. Dopo, l’ascesa ripiglia e giungiamo a 357.850 nel 1909; ma nel 1910 discendiamo a 348.741 e nel 1911 cadiamo a 227.569. Di questa diminuzioni due furono le cagioni: lo stato di incertezza nell’economia degli Stati Uniti, a cui si accennò sopra e che ridusse la nostra emigrazione verso quel paese da 222.235 persone nel 1910 a 155.835 nel 1911; e il divieto di emigrazione verso l’Argentina che fece scadere il numero degli emigranti al Plata da 95.249 a 37.666. Mentre l’emigrazione scemava, crescevano nel 1911 i ritorni di emigranti: 139.696 invece di 92.947 nel 1910 dagli Stati Uniti e 51.483 invece di 42.888 dal Plata. A questo punto si presenta una domanda: Quali provvedimenti si debbono adottare per crescere la domanda di lavoro ed apprestare guadagni ai nostri figli che riedono alla madrepatria? Problema forse il più grave della politica economica prossima italiana e che appresterà argomento di dispute tra noi liberisti i quali sosteniamo l’efficacia della concorrenza a crescere l’industria paesana ed i protezionisti che invocheranno nuove provvidenze governative di esclusione della concorrenza straniera. Nel qual dibattito oggi non voglio entrare, pago di aver messo in luce alcune delle fonti a cui si potrà ricorrere nella sopravveniente controversia.

 



[1] La riforma sociale esce a Torino, presso la Società Tipografica Editrice Nazionale; L. 15 all’anno. Separatamente il volume del Bachi, in ottavo grande di pagine 265, si vende al prezzo di lire 4,50 presso tutti i librai e presso il prof. Riccardo Bachi, via delle Isole, 27, Roma.

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