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La Stampa

Antisemitismo economico

«La Stampa», 24 febbraio 1898

 

 

 

Quando la crisi dreyfusiana era giunta al suo punto più acuto, il signor Stead, l’intraprendente direttore della Review of Reviews spedì a Parigi due suoi redattori, incaricandoli di investigare la probabilità di una nuova notte di San Bartolomeo, diretta non più contro i protestanti, ma contro gli israeliti. L’ultimo numero della Review of Reviews reca i colloqui avuti dai giornalisti londinesi con Zola, Max Nordau e Drumont. Vi si raccontano molte cose che i giornali hanno già ampiamente narrato e che non importa riferire. Una cosa però colpisce il lettore: la straordinaria importanza che è data al carattere socialistico dell’antisemitismo francese.

 

 

Ascoltiamo Zola, il difensore degli ebrei: «Disgraziatamente è vero che il movimento antisemita ha profonde radici in Francia; ma non è esatto dire che il popolo ne comprenda il significato reale. Esso è accettato dalla massa come la forma più nuova di socialismo. Agli occhi degli ignoranti gli ebrei rappresentano i capitalisti, contro cui i demagoghi hanno sempre diretto le furie del proletariato. Invece di gridare: Abbasso i capitalisti, il popolo grida: Abbasso gli israeliti. I duci della campagna antisemita hanno indotto le masse a credere che tutti i capitalisti siano ebrei, che il capitale ebreo impieghi tutto il lavoro francese, che tutta la nazione sia umile vassalla della borsa usurale dei Rothschild, e simili sciocchezze. Sciocchezze che tuttavia il popolo ciecamente ammette. L’antisemitismo odierno francese è una forma ipocrita del socialismo. La spiegazione dei disordini e delle violenze recenti contro gli ebrei è semplicissima: ebreo significa pel proletariato ignorante il capitalista, il monopolista, lo sfruttatore, la sanguisuga».

 

 

Noi assistiamo oggi ad un’altra fase della lotta eterna, combattuta dal giorno in cui nacque la proprietà privata, fra coloro che hanno e coloro che non hanno. Max Nordau non intuisce nemmeno il carattere economico del movimento antisemita e crede si tratti di una gigantesca cospirazione del vaticano e dei gesuiti per sterminare gli israeliti della Francia.

 

 

Edoardo Drumont, il veemente giornalista che nella Libre Parole dirige la lotta contro gli ebrei, rivendica invece anch’egli all’antisemitismo l’onore di essere una rivolta economica dei poveri contro i ricchi: «Gli ebrei devono andarsene, non perché abbiano tradito la patria, non perché contino nel loro seno un Dreyfus, ma perché la loro permanenza significa l’asservimento del popolo francese ad un pugno di usurai e di speculatori. Numericamente gli israeliti sono il due per mille dell’intiera popolazione: pur tuttavia con mezzi leciti e disonesti essi si sono impadroniti di un quarto della ricchezza nazionale: venti miliardi su ottanta. Gli ebrei dominano la borsa, i mercati, le industrie e sono signori del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Ora che essi vogliono conquistare anche l’esercito, noi li scaccieremo. L’antisemitismo è una guerra economica, non religiosa. Nelle nostre file voi trovate uomini di tutte le credenze, perfino degli atei e degli agnostici. Io non credo che fra di voi si trovino dei gesuiti e dei dignitari ecclesiastici. Anzi l’alto clero ci si mostra contrario. I nostri amici ecclesiastici si trovano fra i curati dei villaggi, pagati miseramente e trattati come lacchè, i quali sono a contatto con le masse e ne interpretano i bisogni e le lagnanze. Sono questi i soli preti che siano antisemiti».

 

 

Nelle parole di Zola e di Drumont vi è molto di vero. Più che un carattere religioso, l’antisemitismo porta su di sé impressi i contrassegni della lotta economica. Esso è la manifestazione francese di quella malattia sociale che Liebneckt ha spiritosamente chiamato il socialismo degli imbecilli.

 

 

È inutile elevare alte lagnanze sulla vivacità rabbiosa di un sentimento che fino a poco tempo fa sembrava proprio dei paesi di civiltà arretrata, come la Russia, la Romania e talune regioni dell’Austria, e che ora si manifesta rigogliosissimo nella nazione rivoluzionaria per eccellenza e non risparmia nemmeno l’Italia. I mali si tolgono non colle geremiadi, ma col proposito deliberato di reciderne le cause.

 

 

Una delle cause principali dell’antisemitismo in Francia è la divergenza di carattere fra il francese tipico e l’israelita: quello leggero, volubile, rivoluzionario a scatti, buono a costruire una perfetta macchina burocratica che irreggimenti tutto il paese, coltivatore paziente della terra, dotato in grado massimo della buona ma passiva virtù dl risparmio; questo abituato da lunghi secoli di tirocinio a far girare il denaro e ad ottenere grossi profitti nelle speculazioni di qualsiasi genere. In una società siffatta, i meno astuti e scaltri cadono facile preda di coloro che conoscono i complessi e delicati meccanismi dell’economia contemporanea; gli scudi penosamente accumulati nei tradizionali bas de laine vanno a rallietare gli scrigni dei magnati dell’alta finanza, fra cui primeggiano i banchieri israeliti.

 

 

Perché nei paesi anglosassoni l’antisemitismo è ignoto a differenza della Francia?

 

 

Perché l’inglese, lo scozzese e l’americano sono altrettanto astuti e calcolatori quanto i loro connazionali israeliti. Nel mondo anglosassone degli affari, gli israeliti non posseggono nessuna qualità ereditaria che loro renda più agevole la riuscita di fronte ai loro competitori ed ivi la lotta economica non si complica di una lotta di razze.

 

 

Ma vi è qualcosa di più.

 

 

La rivoluzione del 1789, insieme a molti effetti buoni, ha prodotto in Francia un effetto cattivo: la scomparsa delle organizzazioni di famiglia, locali, professionali, che stringevano gli uomini in nuclei avvinti da forti legami storici ed economici. Ora la Francia è composta di atomi dispersi e tenuti insieme da un solo legame onnipotente ed onnipresente: lo Stato.

 

 

Ma lo Stato burocratico non basta ad impedire che nelle sfere dell’attività sociale lasciate alla iniziativa privata la vittoria spetti non agli atomi più degni, ma ai gruppi saldamente organizzati per una qualsiasi conquista.

 

 

Per chi conosce la solidarietà intima esistente fra gli israeliti torna agevole comprendere perché il nucleo sottile per numero, ma potente per coesione degli ebrei abbia potuto accumulare ricchezze smisurate in una Società dove i soli organismi vitali sono l’individuo impotente da solo contro l’azione concertata dei gruppi, e lo Stato, lento e goffo nei suoi movimenti. Si immagini invece una Società, come le anglosassoni, in cui lo spirito d’associazione sia potente, in cui gli individui abbiano imparato a coalizzarsi insieme per raggiungere uno scopo comune e per respingere le aggressioni degli altri gruppi ed in cui una serie infinita di organismi intermedii, spontanei e costrittivi, concorra a rafforzare la debolezza degli atomi sociali, ed a rendere rapida ed efficace l’azione collettiva dello Stato.

 

 

In una società siffatta mancano gran parte dei motivi che rendono così assorbente la solidarietà israelitica. Gli ebrei preferiscono ivi fondersi nei vari gruppi sociali già esistenti.

 

 

A Londra i sarti ebrei emigrati dalla Polonia o dalla Russia in breve ora sono assorbiti dalle «Trade Unions» inglesi, e per l’acuto loro ingegno spesso ne diventano i pionieri. Non sono rari gli israeliti la cui anima si è fusa talmente con quella di talune classi sociali, da diventarne gli esponenti più genuini. Disraeli fu l’apostolo fedele del vangelo della nuova aristocrazia conservatrice britannica e questa, riconoscente, lo ha compensato elevandolo alla dignità di membro della Camera dei lords e di primo ministro. Gli israeliti hanno avuto, nella società individualistica odierna, il grande merito di comprendere quale potenza sia nello sforzo collettivo e combinato; l’unico modo di tenere a segno le loro vittorie forse esorbitanti è di educare la massa della popolazione a valersi di quegli stessi sistemi che li hanno condotti così in alto: il paziente tirocinio educativo e la pratica della solidarietà.

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