Apologia di Wilson

Tratto da:

Gli ideali di un economista

La Voce

Data di pubblicazione: 13/11/1914

Apologia di Wilson

«La Voce», 13 novembre 1914, pp. 34-41

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 113-122

 

Torino, 24 ottobre 1914.

Caro Prezzolini,

 

 

Perché lei è così ingiusto verso il presidente Wilson? Per chiamarlo «ipocrita» bisognerebbe dimostrare che egli ostenta sentimenti onesti, alti, umanitari ed agisce da egoista e da cialtrone; per dirlo «truffatore all’americana» occorrerebbe che egli avesse capito il voto degli elettori americani ed il favore degli ingenui europei promettendo, quando era candidato, di agire in un modo ed operando diversamente quando giunse al potere.

 

 

I fatti non consentono finora, di esprimere un giudizio di questo genere; ossia i fatti finora accaduti (di quelli che potranno accadere in futuro, non so nulla) mi persuadono che sulla scena politica nord americana non è comparso, dopo Lincoln, nessun presidente così sincero, fedele ai propri programmi, coraggioso e fervido nell’operare come Wilson. Ignoro se, dopo ed astrazion fatta da Cavour, in Italia sia sorto un uomo politico paragonabile al signor Wilson; né se l’Inghilterra possa vantare, dopo Roberto Peel e Gladstone, uomini da mettersi a pari di lui.

 

 

Qui non si tratta di simpatie, ma di fatti; ed i fatti sono quattro: riforma della tariffa doganale; riforma della circolazione monetaria; canale di Panama e Messico.

 

 

  • Riforma della tariffa doganale. – Da vent’anni la si aspettava; e da vent’anni tutti i partiti l’avevano messa nel proprio programma, salvo a non farne nulla quando giungevano al potere. L’ultima volta che i democratici furono al governo, col presidente Cleveland, – e vi erano giunti promettendo il ribasso delle tariffe doganali affamatrici – si vide questa vergogna indicibile: che il progetto originario, concepito nel senso di una maggiore libertà doganale, venne per l’influenza degli interessati, potentissimi nella stampa e nei corridoi della Camera e del Senato, imbrogliato in modo da cagionare un aumento della protezione. I due ultimi presidenti repubblicani non avevano osato affrontare il problema: Taft era debole e Roosevelt preferiva apprestarsi a fare, tra una presidenza ed una campagna elettorale, il domatore dei leoni ed il nemico, frattanto ed a parole, dei trusts, guardandosi però bene di minarne il piedistallo e cioè la tariffa doganale. Il signor Wilson, un semplice professore, arrivato da pochissimi anni nella politica, promise agli elettori che avrebbe ribassato le tariffe. E mantenne. Assunse l’ufficio il 4 marzo 1913 e nell’autunno del 1913 la tariffa era ribassata. Nessuno credeva che ci sarebbe riuscito. Dovette far star a segno il turbolento Senato minacciando e facendo eseguire inchieste sul modo con cui gli industriali protetti si procacciavano i voti dei senatori. La riforma di Wilson non è ancora il libero scambio puro; ma non lo erano nemmeno, da sole e in sul principio, le riforme di Huskisson, di Peel e di Cavour. È certo però che egli in pochi mesi ha fatto nel suo paese fare all’idea più cammino di quanto non avessero fatto più generazioni di politicanti.

 

 

  • Riforma della circolazione monetaria. – È un argomento tecnico, non facile a spiegarsi in breve; e su cui è inutile diffondersi qui. Basti dire che se la riforma tariffaria fu opera grande, questa fu forse ancor più grande. La legislazione monetaria nord americana era una cosa deplorevole. In tempi difficili, di guerra e di crisi economica, provocava il panico, demoralizzava le borse ed il commercio; arrestava la vita economica. Da anni, da decenni, tutti ne erano persuasi; tutti gridavano che bisognava riformare. Ma nessuno osava far niente. Il sistema vigente, dannoso ai più, era utile ad alcuni pochi.

 

 

Il signor Wilson promise di far qualcosa; e mantenne la parola. In questi mesi si stanno appunto già organizzando le banche di riserva, che egli riuscì a far votare dal Congresso e che sono il nucleo di tutta una nuova organizzazione bancaria e monetaria più agile, più perfetta, più adatta ai bisogni del paese. E tutti sono persuasi che senza la fermezza di volontà, la capacità di persuasione, la dirittura del carattere, la noncuranza di tutto ciò che è parlamentarismo, amore della vita tranquilla, politica di corridoio, che sono caratteristiche del signor Wilson, questa grande riforma non sarebbe un fatto.

 

 

  • Canale di Panama. – In virtù del trattato Clayton Bulwer del 1850 e del trattato Hay Pauncefote del 1901 gli Stati Uniti, in compenso di importanti vantaggi ottenuti dall’Inghilterra, si erano obbligati, qualora essi avessero costruito un canale attraverso l’istmo di Panama, a garantire uguaglianza di trattamento alle navi di tutti i paesi del mondo. Quando il canale era prossimo al compimento, il congresso americano votò ed il signor Taft sanzionò il 24 agosto 1912 una legge con la quale si concedeva un trattamento di favore alle navi americane. Era una manifesta violazione del trattato, violazione operata nell’interesse del naviglio americano ed a danno della bandiera inglese, tedesca, francese, italiana ecc. ecc. Ma, purtroppo, non v’era rimedio. Nessuno poteva costringere gli Stati Uniti a rimangiarsi la legge. L’Inghilterra protestò per via diplomatica, invocò un arbitrato; ma erano proteste platoniche. Gli Stati Uniti non hanno nulla da temere dall’Europa; e se vi è cosa certa al mondo, è questa; che mai e poi mai l’Inghilterra oserà mettersi in contrasto con gli Stati Uniti. Sarebbe la rottura sicura dei legami teorici che l’avvincono ancora al Canadà.

 

 

Era però uno scandalo che gli Stati Uniti mancassero così sfrontatamente alla parola data. Ma era uno scandalo voluto. Il signor Taft aveva trovato gli opportuni protesti legali; la maggioranza del Senato – che in materia di trattati internazionali è, in virtù della costituzione, onnipotente – gioiva di aver potuto fare un dispetto all’Inghilterra; i protezionisti trionfavano; l’opinione pubblica strepitava al pensiero che gli stranieri (inglesi, francesi, italiani e via dicendo) potessero passare attraverso il canale alle stesse condizioni degli americani che ne erano i costruttori ed i legittimi proprietari. Il signor Wilson pensò invece che qui si trattava della firma del suo paese e di un debito d’onore. Gli Stati Uniti avevano promesso parità di trattamento a tutte le nazioni del mondo. Gli Stati Uniti potevano infischiarsi della parola data e ridere sul muso ai diplomatici protestanti. Nessuno avrebbe torto un capello ad un solo americano. Appunto poiché nessuno poteva pretendere il mantenimento della parola data ed appunto perché la maggioranza della stampa, della cosidetta opinione pubblica americana, dei gingoisti ecc. ecc. plaudiva al bello scherzo fatto agli stranieri, il signor Wilson presentò un disegno di legge per revocare la legge Taft. E riuscì a farlo approvare. Oggi, grazie a lui, le navi italiane, che passeranno attraverso al canale di Panama, pagheranno le stesse tariffe di passaggio delle navi nord americane. Una rivista inglese (non una rivista americana) commentando questo straordinario risultato, conclude: «Pagare i debiti d’onore è stato sempre fatto rarissimo tra gli Stati sovrani. Colla revoca della legge Taft l’America ha dato un esempio di condotta onorevole e diritta al mondo civile».

 

 

  • Messico. – Che cosa avrebbe fatto un altro al posto di Wilson? È impossibile negare che il Messico, quando il signor Wilson venne al potere – ella non vorrà chiamarlo responsabile degli atti dei suoi antecessori ed avversari – era, rispetto agli Stati Uniti, un vicino più fastidioso della Serbia per l’Austria, del Marocco per l’Algeria, del Transvaal per la Colonia del Capo. Gli abitanti di un paese, solo perché vi son nati dentro, non possono pretendere di malversare i doni naturali che la provvidenza ha voluto largire alle loro terre ed essere una ragione perenne di pericoli e di disturbi per i paesi vicini, i quali vorrebbero conservare con quel paese pacifiche relazioni di commercio e di industria. Che cosa avrebbe fatto uno Stato Europeo potente che si fosse trovato vicino ad uno Stato più debole e turbolento, con l’assoluta sicurezza di non incontrare nessuna opposizione, neppure verbale, da parte di nessun altro Stato potente? Sarebbe saltato addosso, colle buone o colle cattive, con la forza o con l’astuzia, allo Stato debole e se lo sarebbe annesso o ne avrebbe fatto un suo protettorato. È quasi certo, date le idee dominanti nelle classi politiche europee, che la stessa sorte sarebbe capitata al paese debole, anche se questo fosse stato un modello di ordine, di buona amministrazione e di competenza nei rapporti internazionali, sempre fatta l’ipotesi della certezza dell’impunità.

 

 

Che cosa avrebbero fatto Taft e Roosevelt, se si fossero trovati al posto di Wilson? Avrebbero colto, senza scrupolo, i frutti della loro precedente politica rispetto al Messico. Che io mi sappia, non fu il Wilson a provocare la caduta di Porfirio Diaz nel Messico e le susseguenti rivoluzioni. Non fu egli ad incoraggiare i trust americani ed i soliti banditi della finanza internazionale ad impiantare industrie nel Messico per avere il pretesto d’invocare le protezione degli Stati Uniti. Come si è sempre costumato dal governo nord americano e dai governi europei, scoppiati i torbidi, gli antecessori di Wilson sarebbero intervenuti per chiedere enormi indennità e per trovare un pretesto di intervento e di protettorato nella incapacità del Messico a pagare senz’altro tutto ciò che i nord americani chiedevano.

 

 

Che io sappia, il signor Wilson non ha fatto nulla di tutto questo. Prima di essere eletto, egli aveva proclamato che la politica nord americana di tutelare ed appoggiare le pretese dei suoi connazionali nei paesi stranieri era falsa e dannosa; ed aveva avvertito gli elettori che l’intervento doveva avvenire secondo principi diversi. Gli Stati Uniti non dovevano cioè farsi i paladini dei loro nazionali nella richiesta indennità per pretesi malefici sofferti. No, i nord americani dovevano sapere che andando al Messico, nel Venezuela, nel Costarica correvano i rischi del paese: ossia correvano il rischio di governi cattivi, di magistrature pessime ecc. ecc. Sapendo tutto ciò, non potevano pretendere dal loro paese alcuna tutela contro le conseguenze inevitabili di circostanze che dovevano valutare prima. L’unica ragione di lagnanza che potevano avere i nord americani nei paesi arretrati era quella di non essere governati indigeni regolarmente nominati secondo le leggi del paese. Di qui l’origine del contegno che il Wilson tenne in confronto al Messico: il rifiuto di riconoscere un governo che non fosse eletto secondo le norme della costituzione messicana. Egli non appoggiò Carranza contro Huerta, perché il primo fosse suo amico ed il secondo no. Lo avversò perché Huerta non era un presidente eletto; ed egli voleva avere a che fare con un presidente eletto secondo le norme del paese.

 

 

Se si guarda bene, questo contegno non solo era conforme ai principi posti nel suo programma elettorale, ma è contegno diametralmente opposto agli interessi dei fautori dell’intervento nel Messico. Almeno agli Stati Uniti lo interpretano così; ed a ragione. I trusts nord americani, i quali avevano provocato e fomentato la rivolta nel Messico, speravano che il Presidente intervenisse e proclamasse il protettorato od in altro modo riducesse il Messico alla sua mercé, allo scopo di poter pretendere indennità d’ogni sorta, concessioni (di petrolio) a favore proprio e revoche di concessoni agli inglesi.

 

 

Invece il Wilson ai fautori dell’intervallo disse e dice ancora: io posso chiedere e chiedo solo un governo regolare. Se poi questo governo regolare non vi darà le indennità e le concessioni che desiderate, amministrerà una giustizia antipatica, è affar vostro. Io non c’entro. Non dovevate andare in un paese, che sapevate non essere governato come il paese vostro.

 

 

Che io sappia, questo è il linguaggio del Wilson ai gruppi capitalisti del suo paese. Le truppe nord americane finora non si sono messe da Vera Cruz, dove sono scese per protestare contro un sfregio alla bandiera nord americana. Il Messico non è una colonia degli Stati Uniti; la guerra non è scoppiata; e non vi è probabilità che scoppi. Proseguono le trattative pacifiche per regolare il governo del paese. Indennità non sono state chieste né date ai privati industriali per danni arrecati alle loro intraprese.

 

 

Può darsi che la politica del signor Wilson rispetto al Messico muti in avvenire. Se stiamo però ai fatti finora accaduti, essa non può essere giudicata né ipocrita né truffatrice. Gli imperatori ed i re ed i presidenti europei, che avevano l’amore della pace al sommo della bocca ogni altro giorno, hanno scatenato una guerra terribile; il signor Wilson che ha forse firmato qualche trattato di arbitrato, ma non ha redatto troppi telegrammi pacifici, finora ha cercato di non fare la guerra al Messico, non ne ha distrutta la indipendenza ed ha fatto tutto il possibile per promuovere la formazione di un governo messicano solido e stabile e perciò capace di resistere alle pressioni dei futuri presidenti nord americani.

 

 

Lei potrà dire che il principio di Wilson è ingenuo, è inattuabile, non che il Wilson non abbia fatto ogni onesto possibile sforzo per attuarlo. I lanzichenecchi della finanza in America dicono che il Wilson è un professore, il quale si è fisso in capo di applicare le sue teorie anche al Messico. Tutti coloro, i quali vogliono cacciare le grinfie nelle tasche altrui, se trovano un uomo di Stato, deciso ad impedire le loro male fatte, dicono che è un professore ed un teorico. Come se in parecchie parti del mondo, non fossero precisamente i professori a fare d’ogni erba fascio, appena arrivano al potere. Io dico che nei riguardi del Messico il Wilson applica una teoria utile alle grandi masse nord americane, ai veri lavoratori, commercianti ed industriali degli Stati Uniti.

 

 

Quando egli dice di desiderare un governo onesto e regolare pel Messico, perché ciò darebbe la pace e la ricchezza ai messicani, possiamo anche credere che egli ripeta un luogo comune, il quale fiorisce sulla bocca di tutti i conquistatori: anche nei proclami odierni dei russi, degli austriaci e dei prussiani. Ma quando egli afferma che tutte queste cose egli le vuole nell’interesse della grande maggioranza inconsapevole e silenziosa dei suoi concittadini, dei coloni, degli industriali, dei commercianti nord americani e le vuole in contrasto alla piccola minoranza, potente e rumorosa, dei cacciatori nord americani di concessioni e di privilegi, noi dobbiamo ammettere che qui si inizia uno sperimento nuovo nella storia dei rapporti degli Stati potenti con gli Stati deboli e semi organizzati. Finora tanto il governo nord americano come i governi europei hanno creduto che fosse dovere strettissimo della diplomazia e delle armi di difendere coloro che in Turchia, in Cina, nelle repubbliche del centro e del sud America, nell’Africa avevano per fas o per nefas ottenuto concessioni di miniere, di ferrovie, di porti, di foreste, identificando l’interesse di costoro con l’interesse del proprio paese. Viene Wilson e dice: non so se l’interesse di costoro sia la stessa cosa dell’interesse degli Stati Uniti. Od almeno so che i due interessi coincidono solo in quanto i concessionari non pretendono privilegi e protezione per sé (capitolazioni in Turchia), ma si limitano a voler vivere sotto un governo regolare, il quale amministri secondo le leggi del paese. Questo è il solo interesse degli Stati Uniti. Se i governi indigeni non piacciono ai miei concittadini, se ne vadano via dal Messico. Se vogliono restarci, procurino di agire dal di dentro, migliorando i ceti governati e le leggi indigene. Finché i governi sono eletti nelle maniere costituzionali, io riconoscerò i governanti indigeni e non mi lagnerò del modo da essi tenuto nell’amministrare le leggi del paese.

 

 

Chi parla ed agisce così, non può essere chiamato un ipocrita. Potrà diventarlo in avvenire; ed io non faccio nessun pronostico al riguardo, tanto più che è vivissimo negli Stati Uniti il malcontento di gruppi potenti contro il Wilson per la sua condotta e potrà darsi che egli non sappia e non possa resistere sino alla fine alla loro pressione. Comunque vada a finire, lo sperimento è degno della massima attenzione e del maggiore rispetto. Non sembra anche a Lei?

 

 

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