Appunti sulla riforma agraria

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Il Mondo

Data di pubblicazione: 01/05/1949

Appunti sulla riforma agraria

«Il Mondo», maggio 1949

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 258-264

 

 

 

Le considerazioni giuste qui fatte,[1] ed altre che si potrebbero aggiungere (una sola: a me, a mandare al pascolo le pecore, costerebbe denari; al mio vicino od al mio mezzadro, che fa lo stesso, non costa nulla, anzi il costo è negativo, perché i ragazzini, dai tre ai dieci anni, che vi attendono, si attruppano insieme da diversi fondi, si rincorrono, impiantano giochi, chiacchierano a perdifiato ad alta voce da un greppo ad un altro, laddove in casa se ne starebbero zitti e mogi, ed acquistano in sanità e sveltezza a rincorrersi ed a far correre, questo è il solo guaio, le povere pecore) avrebbero maggior efficacia se non fossero esposte a guisa di critica agli economisti agrari, i quali non si può credere non ammettano tutto ciò.

 

 

Ma esse non infirmano la esistenza di quello che il Ricchioni bene chiama il «luogo economico» della piccola proprietà. Ci deve pur essere qualche ragione per cui questa prospera in date zone e non in altre, per cui lo Jacini, che osservava bene, vedeva il trionfo della piccola proprietà in quella tale zona «ben limitata» della Lombardia e non altrove nella stessa Lombardia.

 

 

Il caso delle zone irrigue citato dal Lorenzoni per il Vercellese dovrebbe essere esaminato a fondo, per poterne estrarre tutto il significato. Le generalizzazioni in questa materia non hanno sapore; od, almeno, il mio palato non ne sente il gusto. L’amico Lorenzoni ha tante qualità; ma io ho assistito, sorridendo, a suoi interrogatori ai contadini. Parlavano linguaggi diversi. Egli interrogava con nella testa i questionari dei suoi maestri tedeschi, benemeriti senza dubbio, ma professori e tedeschi; ed i contadini ammiravano: come parla bene! Per fortuna, nei suoi libri, L. riporta anche risposte testuali dei contadini; e sono queste che contano.

 

 

Una mia impressione siciliana di questa primavera, a proposito degli esempi di risurrezione agricola, che anch’io ammirai, è questa: che non avessero torto i tecnici agricoli a dire che in certe condizioni “obiettive” la piccola proprietà non riesce (il che non vuol dire che riuscirebbe meglio il latifondo all’antica, ma riuscirebbero meglio la media e la grande impresa, col contento e coll’effettivo benessere anche dei contadini); ma avessero torto ad affermare che in quel luogo e in quel tempo esistevano le condizioni obiettive medesime.

 

 

Gli economisti agrari si dividono nelle due solite categorie di tutti gli economisti: coloro che hanno gli occhi per vedere le cose come sono e l’immaginazione per antivedere quelle che potrebbero diventare; e coloro che ripetono come pappagalli le nozioni apprese dai maestri, senza il freno del buon senso che sa applicare le nozioni ai casi singoli, con le dovute correzioni e limitazioni. Nelle inchieste, anche se ben condotte, il materiale umano degli inquirenti è quello che è: pochi eletti e molti ripetitori: («Souvenez vous que même le plus grand sot peut répondre, si on le consultait», scrive Galiani nei Dialogues, «mais il n’y a que le grand homme qui sache interroger»). Quindi se sui libri stanno scritte certe condizioni “obiettive”, l’economista agrario che ha gli occhi aperti ne tiene conto entro limiti corretti; il ripetitore copia, amplifica e trae conclusioni generali. Noi, che leggiamo, che cosa fare? Non perder tempo a confutare i ripetitori e trarre partito dalle osservazioni di coloro che han gli occhi per vedere, lasciando da canto quelli che li han foderati di pelle di salame.

 

 

Jacini, che non era uno scrittore di professione, ma scriveva per dir cose da lui vissute, nella Relazione finale dell’inchiesta agraria (ed. Sommaruga, 1885, pp. 144, che ieri mi misi in tasca in treno e rilessi con infinito gusto, dicendo tra me e me: come mai presumevo di averla letta!) fa queste osservazioni che ficco qui perché inopinatamente vedo confermato ciò che, sopra, il giorno prima avevo scritto io:

 

 

«Non c’è regione italiana, compresa la Sardegna, la Basilicata, le provincie di Caltanissetta, di Cosenza e di Catanzaro, che non sia in grado di presentare zone di insuperabile perfezione agricola, a fianco di vastissimi terreni suscettibili di produrre poco meno delle anzidette zone, ma ancora incolti. Né si voglia attribuire tali differenze che si verificano a contatto una dell’altra, alla salubrità od insalubrità rispettiva di quei luoghi o ad altre condizioni fisiche; imperocché tali circostanze appartengono tutte a quella specie che la volontà dell’uomo può modificare, e, per poco che si risalga indietro nelle ricerche, si scopre che se talune zone sono floride, ciò dipende appunto dall’esserne state modificate le condizioni sanitarie dalla volontà dell’uomo. Così pure non c’è regione, non esclusa la Lombardia, che è il giardino della valle del Po, e il Barese, che è il giardino delle Puglie, che non racchiudano tuttora una certa estensione di terreni pochissimo produttivi, mentre potrebbero produrre».

 

 

Se si legge, al lume di queste osservazioni, il bel paragone di Lorenzoni,[2] riprodotto nel manoscritto a p. 13, si è costretti a dedurre che il fattore «condizioni obiettive» addotto dai tecnici a dimostrare la impossibilità della diffusione della piccola proprietà è, nove volte su dieci, fandonia di ripetitori di schemi. Chi ha fatto, per qualche decennio, a proprie spese, esperienze agricole, come aveva fatto Jacini, sa che gli schemi sono adoperabili solo da chi sa per istinto i limiti della convenienza di adoperarli.

 

 

Ad un economista teorico non si chiede di aver fatto il banchiere o l’industriale (quantunque lo siano stati Ricardo, G. B. Say, e direi Pantaleoni, nonostante a questi sia mancato il successo); ma ad un economista agrario, che, se fa qualcosa di buono, fa economia applicata, bisognerebbe chiederlo davvero. Quando leggo un libro di un economista agrario, che non sia o non sia stato anche conduttore di terreni, mi vien sempre la tentazione di sbatterlo via: schemi, impostazioni libresche, scolastiche posizioni di problemi che non interessano nessuno. Si salvano invece i trattati di estimo, quando, anche qui, gli autori non si siano fissati in testa schemi tradizionali.

 

 

Il paragone di Lorenzoni mi tornava in mente trascorrendo la Sicilia in vettura per centinaia di chilometri da Agrigento a Selinunte e a Palermo. Ma aggiungevo: questo è un paese come i più progrediti d’Italia; giardini (di agrumi, carrubbi, mandorle), vigneti, terre a grano ed a sulla, boschi, possono stare fianco a fianco! Con un po’ di spinta (rimesse di emigranti, strade sicure e molte, scolo delle acque, scuole di agricoltura, rimboschimenti statali, ecc.) perché la Sicilia dell’interno non può diventare un paese nel quale, a gara, grandi medi e piccoli proprietari ottengano risultati mirabili? Qualche medio e grande proprietario pazzo (nel senso, detto altrove, di uomo dotato di immaginazione, disposto a lunga pazienza e rassegnato ad essere giudicato, da pari e da inferiori, provvisto di denari a lui superflui, quando forse li acquista al 5 o al 6 per cento) val di più, in qualunque luogo economico, a promuovere l’incremento della proprietà coltivatrice in ascesa, di tanti articoli di giornali agricoli, di tanti consigli di professori ambulanti e di tante provvidenze legislative!

 

 

Quando cominciai, nel 1917, a ricostituire, primo o tra i primissimi, vigneti su piede americano; e cioè a scassare il terreno a un metro, ed a fissare, senza concimi, senza letame, senza fascine, come lì si è sempre costumato, dei pezzettini di legno, con le radici tagliate corte, nel terreno nudo, i contadini passando si fermavano e sentenziavano: «ël professor äl’ä dï sold da sgaïrè» (il professore ha denari da buttare). Quando videro che io vendemmiavo ed essi fra pochi anni non avrebbero più, nonché vendute uve, neppure fatto vino da bere; e videro anche che quel qualcuno che ricostituiva vigneti alla moda vecchia, con i fossati, il letame e le fascine, aveva viti malinconiche e magre, e le mie erano forti e belle, tutti cominciarono a fare quel che io avevo fatto prima; ed ora la piccola proprietà è salva. Non per solo merito mio; ché altri, al par di me, aveva dato il buon esempio. Averci avuto un po’ di merito è una soddisfazione di cui non uso parlare, se non qui per portare un piccolo argomento a favore della tesi che, forse, i fattori personali valgono almeno quanto le più divulgate provvidenze legislative.

 

 

Ho sempre vivo in mente il colloquio, a cui accennai sopra, fra Lorenzoni e tre o quattro agricoltori sul serio, che io avevo scelto il giorno che L. era venuto tra noi per la sua inchiesta sulla piccola proprietà.

 

 

Quando dico coltivatori sul serio voglio dire gente che ha, colle proprie mani, arato campi, potato viti, solforato uve, comprato e venduto buoi e vitelli e vacche, che si è fatta una sostanza, che lavora con criterio e assiduamente, che non ha vizi. L. faceva domande senza fine: di che cosa avete bisogno, od hanno bisogno i contadini? Ci sono cooperative? Non credete farebbe bene una cantina sociale? La proprietà è troppo sminuzzata? I contadini perdono tempo a recarsi da un appezzamento all’altro? Il credito agrario da chi è esercitato? Il denaro è caro? I negozianti di vino sfruttano i piccoli viticultori? L’istruzione è diffusa in campagna? Cosa si legge? Non farebbero bene iniziative per diffondere nelle campagne telefono, radio?

 

 

Io stavo zitto, sorridendo. I miei bravi agricoltori non sapevano cosa rispondere, perché nessuno dei soliti problemi, di cui si legge nei libri e nei giornali, li interessava in realtà. (Se L., invece di capitar da me, che gli feci trovare agricoltori veri, si fosse recato in municipio od in parrocchia, lo avrebbero condotto da Tizio, di cui parlai sopra, e se ne sarebbe andato persuaso che i contadini in quel luogo chiedevano credito a buon mercato; erano entusiasti di cooperative e di cantine sociali; ed avevano capito l’importanza del bene di famiglia indivisibile.) Ognuno sa vendersi le uve o tenersele; vende bene o male il vino secondo vanno i tempi; nessuno si fa imprestare denari, se non è sulla china di mangiarsi il fatto suo per pelandronite; contemplare un bel vitello con cosce di gran resa al macello è soddisfazione che vale cento ascoltazioni di radio. Il bene familiare indivisibile neppure tra i figli maschi? Ma non è giusto. Perché al secondo ed al terzogenito non deve spettar la stessa parte che al primogenito? Per tirarli a dir qualcosa, L. concluse: che cosa chiedete al governo? Qui si guardarono, rifletterono, e il sugo fu: ci dia buone strade, non ci faccia pagare troppe imposte e lasci fare a noi.

 

 

Esiste un abisso tra i desideri degli agricoltori quali si leggono formulati dai loro rappresentanti e quali sono la spontanea vera espressione del pensiero genuino del contadino. Se per caso si incontra un contadino, il quale ripete qualcosa di quel che sta scritto oggi o stava scritto venti, trenta, quarant’anni addietro nei giornali, libri, riviste, discorsi dei cosidetti “competenti” in problemi rurali, gratta gratta, mettiti a discorrere senza averne l’aria, e finisci di scoprire che costui è quel che i suoi compagni chiamano un “avocat“, non già un laureato, ma uno che legge giornali e sa “parlare”, ossia ripetere quel che ha letto sui giornali. Costui un tempo sarebbe diventato consigliere comunale, oggi è fiduciario di sindacato. I compagni contadini un tempo gli davano il voto ed oggi ricorrono a lui per le pratiche legali; ma, in fondo, se benevoli, son persuasi che costui ha tempo da perdere; se diffidenti, come i contadini sono nove su dieci, pensano: chissà cosa guadagna!



[1] Al paragrafo 36 dello studio su La riforma agraria, di Ernesto Rossi, inviato in esame a E. da Ventotene e pubblicato poi, a Milano, nel 1945. Tale paragrafo sottoponeva a critica il concetto di «area di convenienza economica della piccola proprietà coltivatrice». Ai bilanci in moneta dei contabili, contrapponeva i bilanci psicologici dei coltivatori. Se non si tiene conto di molti elementi psicologici assai importanti nel determinare le scelte dei coltivatori, che pure non hanno alcuna valutazione oggettiva nei prezzi di mercato, «non si può comprendere come, cambiando il rapporto giuridico che lega il coltivatore alla terra, cambino radicalmente i criteri per l’impostazione del calcolo economico aziendale: dove segnava un meno quando lavorava alle dipendenze altrui, il coltivatore segna un più quando lavora sul proprio, e così chiude in avanzo un bilancio che al contabile, indifferente al mutamento, sembra in gravissima perdita». (N.d.C.)

[2] «Sulla nazionale fra Riesi e Gela, e precisamente a 15 km. dalla prima città, presso il bivio per Butera, vidi dinnanzi a me, sopra una collina, una vasta distesa di terreno nettamente divisa in due parti. Una verde, bene alberata, con viti, olivi, mandorli e qualche casetta rifugio; l’altra squallida di stoppie (era già avvenuta la mietitura) e di pascolo bruciato dal sole. Erano le due metà di un latifondo, una quotizzata, l’altra no, e mi parvero due mondi opposti, due pagine di un libro aperto: sull’una delle quali stesse scritta la gloria del lavoro, sull’altra il privilegio della proprietà oziosa». A p. 60 della Relazione finale di Giovanni Lorenzoni alla Inchiesta sulla piccola proprietà coltivatrice formatasi nel dopoguerra, Inea, Roma 1938.

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