Arrotondamenti e differenze

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/12/1923

Arrotondamenti e differenze

«Corriere della Sera», 25 dicembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 513-517

 

 

 

Da qualche giorno la «Gazzetta ufficiale» pubblica, uno dopo l’altro, decreti di riordinamento dei pubblici tributi. Alcuni, anzi la più parte, sono ottimi; come quelli i quali regolano quelle che un esperto funzionario delle ragionerie centrali, il Possenti, chiamò le briciole del bilancio in un interessante studio sulla «Riforma Sociale» del maggio – giugno di quest’anno. Il Possenti, che è un innamorato lettore di quegli amabilissimi libriccini che sono gli stati di previsione ed i conti consuntivi dello stato – ho avuto l’impressione, discorrendo con lui, che essi siano i suoi livres de chevet – da anni era scandalizzato nel vedere che tutti i ministri si occupavano delle cose grosse e seguitavano a martoriare gli stessi contribuenti; ma nessuno si occupava delle briciole. Se i fitti dei terreni e delle case di proprietà demaniale erano talvolta ridicoli; se i diritti metrici erano aumentati appena di un terzo dal 1890, se le cavalle pagavano troppo poco per la monta negli stabilimenti di stato; se i diritti di inserzione sui bollettini e gazzette ufficiali eran ancora spesso quelli di 40 anni fa; se i concorsi e rimborsi di spese da parte di province e comuni non rimborsavano più niente allo stato; se un’infinità di piccoli diritti erano pagati in lire piccole nella stessa misura con cui prima si pagavano in lire buone, ciò pareva assai poco interessante a chi perseguiva i miliardi dei sovraprofitti di guerra o dell’imposta patrimoniale o dei grandi nuovi monopoli di stato. Indubbiamente, è merito dell’on. De Stefani di aver veduto che anche le piccole cose possono rendere; e il meritato guiderdone sarà un incremento di entrata che potrà anche essere dell’ordine di grandezza delle centinaia di milioni. Forse, l’occasione sarebbe stata buona anche per abolire la vegetazione parassitaria che era cresciuta attorno a queste briciole del bilancio. Ci sono tasse e tassette che fruttano poco e recano noia grandissima ai contribuenti. Il fatto che esse esistono, non è una buona ragione per mantenerle. Obbligare tanta gente affaccendata a fare domande, che non hanno senso, non è ragionevole: si esigono, è vero, 0,60 o 3 lire, ma la perdita di tempo arrecata al privato vale dieci volte di più. Nel complesso, tuttavia, lo sforzo fatto è singolarmente degno di lode.

 

 

Accanto ai decreti di riordinamento delle briciole di bilancio, la «Gazzetta Ufficiale» pubblica altri decreti, i quali prestano il fianco ad alcune osservazioni. Accenno a due decreti dell’11 novembre, di riforma delle tasse di assicurazione e di quelle di surrogazione del bollo e registro. Non che non si sia fatto bene a riformare. Il nuovo regime è certamente più semplice e chiaro dell’antico: non più principale ed accessori e centesimi di guerra e mutilati e via dicendo. Una aliquota unificata, specificata in poche categorie ben nette. Fin qui non c’è che da plaudire.

 

 

Resto dubbioso sul punto dell’arrotondamento e su quello dei favoritismi tributari a pro di talune forme di investimento contro altre.

 

 

Speravo che l’on. De Stefani avesse saputo sottrarsi al vizio degli arrotondamenti. È noto in che consista questo bruttissimo vizio, che i funzionari delle finanze hanno, sorridendo, elevato a teoria. Ve la spiegano, se ne siete curiosi, con un’aria che più ingenua non si saprebbe immaginare. E non si persuadono, a nessun costo, della vostra meraviglia per quella che essi reputano teoria pacifica, accettata, universale.

 

 

La teoria dice: se si istituisce un’imposta del 2%, si comincia, a scrivere nella relazione della legge o del decreto, che il contribuente non si può lamentare del nuovo tributo, così tenue, così evanescente, di appena il 2%. Dopo qualche anno, appunto perché il 2% è poco, ci si appiccicano prima due e poi tre decimi. L’aliquota diventa del 2,40 e del 2,60%. Ma il 2,60%, ohibò! è una cifra incomoda per i calcoli. Non è meglio arrotondare al 3%? Arrotondata l’aliquota è troppo rotonda ed invitante per non richiedere qualche aggeggio. Orsù: che cosa sono due centesimi per il terremoto calabro-siculo, un centesimo di guerra, che viceversa non è un centesimo ma un’altra cosa, 5 e poi 15 centesimi per i mutilati? Arriviamo al 3,51 o al 3,77%. Che cifre bislacche! Non è meglio arrotondare al 4%? Così dicono i direttori generali al ministro; ed il ministro, a cui fa piacere ottener milioni e scrivere che si vuole solo risparmiar calcoli ai contribuenti, arrotonda. Non passa un anno, che il gioco ricomincia. Tutto ciò confessano, come se si trattasse della sublimazione di ogni arte tributaria, i funzionari tributari; e per questa via sdrucciolevole l’imposta di ricchezza mobile è giunta dall’8% originario agli attuali 22 e 25% e, con gli addizionali e le complementari svariate al 30-33%; e ugual via hanno percorso l’imposta terreni, quella fabbricati e tant’altre. Con jattura grandissima della finanza e dei contribuenti. Bisogna pur confessarlo, fu questa gentile, sorridente, innocente teorietta degli arrotondamenti che ha dissestato il nostro sistema tributario, ha spinto a poco a poco le aliquote agli attuali limiti dissennati, ha costretto i contribuenti alla frode ed ha fatto perdere ai finanzieri il filo logico da indurli a scrivere che da questo o quell’arrotondamento si spera un aumento di tanti e tanti milioni. Ma no; ma no: dagli arrotondamenti non c’è nulla da sperare se non vantaggi illusori, a scapito di quei ben più grandi che si sarebbero certamente ottenuti fissando l’aliquota ad un punto ragionevole e facendola variare all’insù o all’ingiù, a norma delle esigenze del tesoro e dello stato del paese. Dobbiamo a questa sciagurata teoria degli arrotondamenti la persuasione in cui vivono gli italiani da sessant’anni che le imposte rialzano sempre e non diminuiscono mai. Persuasione, di cui non si saprebbe immaginare altra più deprimente per il progresso della economia pubblica. Perché l’on. De Stefani, che talune imposte ha pur saputo ridurre e persino abolire, ha messo la sua firma sotto a relazioni in cui si torna a parlare di piccoli modesti invisibili arrotondamenti?

 

 

Sembra roba da poco portare il 2,40 al 2,50 e il 4,20 al 4,50; ma, guardate nel complesso quadro tributario – le imposte di cui si parla sono una sola delle svariatissime che colpiscono gli stessi enti e cespiti ed in totale giungono a cifre spaventose – hanno la stessa precisa figura del minuscolo granello sotto cui alla perfine quel paziente famoso della favola stramazzò a terra.

 

 

Una seconda osservazione debbo fare a proposito delle tasse di negoziazione. Queste continuano ad essere del 2,50 ed hanno per ogni mille lire di valore capitale (badisi capitale e non reddito, il che vuol dire in media del 5% sul reddito, aggiunto al 25, al 30 o a non si sa quanto per cento delle altre imposte) delle azioni, obbligazioni e altri titoli nominativi emessi da società, e del 4,50 per mille per i titoli al portatore.

 

 

La differenza tra i titoli nominativi e quelli al portatore ha una – una sola – ragion d’essere ed è quella di spingere i portatori di titoli a iscriverli al nome, affinché la finanza possa conoscere i possessori dei titoli per tassarli con le imposte personali: successoria, patrimoniale, futura complementare. Tale scopo si vuole raggiungere anche con l’altra imposta, vero duplicato, sotto questo aspetto, di quella di negoziazione, del 15% sui dividendi ed interessi dei titoli al portatore. Altre ragioni della differenza di trattamento non ci sono, né bianche né nere, né di nessuna specie.

 

 

Tutto ciò poteva avere una logica, quando si ambiva di rendere universale la differenza di trattamento: quando cioè si intendeva arrivare a tassare di più tutti i titoli al portatore e di meno tutti i titoli nominativi. Solo allora lo scopo, l’unico scopo, del trattamento differenziale si sarebbe ottenuto: solo quando cioè anche i titoli di stato fossero assoggettati allo stesso regime.

 

 

Ma ora, abolita la nominatività obbligatoria dei titoli, e ben si fece ad abolirla, qual è la finalità della differenza? Qual è, specialmente, dopoché con il presente decreto la differenza tra il 2,50 e 4,50 è riservata esclusivamente ai titoli privati, esclusi persino i titoli emessi da province, comuni ed enti morali, per i quali l’imposta è sempre del 2,50 siano essi nominativi od al portatore? Qual è, dopoché con altro decreto le società furono liberate dall’obbligo di far sentire ai possessori di titoli la differenza tra il 2,50 e il 4,50, cosicché a questi non interessa che il titolo sia dell’una o dell’altra specie, essendo l’imposta pagata dall’ente, a carico di tutti ugualmente gli azionisti? Lo scopo tributario è scomparso, definitivamente scomparso. Che cosa importa alla finanza conoscere come sono ripartiti alcuni miliardi di azioni quando non sa nulla del modo con cui sono ripartiti tanti miliardi di titoli comunali e provinciali e sovratutto gli 85 miliardi di titoli di debito pubblico interno?

 

 

Non si può attuare la progressività conoscendo una piccola parte del tutto. Disperato di prelevare equamente, su tal base claudicante, la successoria, il De Stefani la abolì; né, finché si trovino basi migliori, la patrimoniale potrà essere considerata equa e la futura complementare sul reddito nulla più di un mostro. Perciò sostengo che, in assenza di nominatività, in Italia deve preferirsi l’imposta sulla spesa.

 

 

Escluso il fine tributario, qual è il risultato della limitazione ai titoli privati della differenza di trattamento tra i titoli nominativi e quelli al portatore? Questa: che l’imposta agisce come un premio a favore dei titoli di stato e comunali ed a danno degli investimenti privati.

 

 

La differenza incoraggia il pubblico a comprare titoli di stato o comunali, perché sono esenti da trattenuta (titoli di stato) o la pagano uguale (titoli comunali e altri simili) sia che il titolo sia al portatore o sia nominativo. Mentre se il titolo è privato e non lo si mette al nome, c’è la taglia del 15% sui dividendi. La cosa, ridotta a questi termini, ripugna profondamente allo spirito della finanza dell’on. De Stefani. Egli non vuole far debiti e perciò non ha interesse ad incoraggiare gli impieghi in titoli di stato più di quanto comportino le ragioni della necessità. Egli vuol costringere i comuni a fare economia e perciò non vuole offrire ad essi facilitazioni a contrarre prestiti. Egli vuole favorire lo sviluppo economico del paese e perciò non deve volere la conservazione di un sistema che oramai non serve ad altro che ad allontanare il risparmio dalle imprese industriali. A nient’altro.

 

 

Dunque, è nella logica della finanza ripetutamente esposta dal ministro delle finanze far piazza pulita di tutte queste differenze e ristabilire l’uguaglianza di trattamento di tutti i cespiti di fronte all’imposta. Non abolire il gettito, ma distribuirne ugualmente l’onere su tutti.

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