Opera Omnia Luigi Einaudi

Arti e scienze Ancora l’istruzione commerciale a Torino

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 17/08/1899

Arti e scienze

Ancora l’istruzione commerciale a Torino

«La Stampa», 17 agosto 1899

 

 

 

Abbiamo dimostrato in un numero precedente della Stampa come sarebbe opera sconsigliata il voler creare un nuovo grande istituto di istruzione commerciale, sia perché non se ne sente affatto il bisogno nel nostro paese, sia perché altri istituti potrebbero vantaggiosamente, ove fossero meglio sorretti, impartire l’istruzione necessaria a formare lo stato maggiore direttivo del commercio e dell’industria piemontesi. Torino non deve far altro se non proseguire nella via coraggiosamente e brillantemente iniziata a vantaggio del Museo Industriale. Grazie al nuovo impulso datogli dalla Direzione, grazie alla operosità dei suoi amministratori e dei suoi insegnanti, e grazie anche in gran parte al cospicuo concorso pecuniario della benemerita Camera di commercio di Torino, il nostro Museo Industriale si avvia a diventare uno dei più fiorenti istituti di ingegneria esistenti nell’Europa.

 

 

Per una regione come la nostra, cosparsa di opifici e di fabbriche, importa formare un ceto intelligente e colto di capitani d’industria, i quali conoscano bene non solo il lato tecnico della organizzazione industriale moderna, ma altresì ne sappiano degnamente valutare il lato economico. Oggidì il direttore di uno stabilimento industriale non deve risolvere soltanto dei problemi attinenti alla produzione tecnica della merce o del servizio da lui venduto, ma deve risolvere altresì problemi, talvolta difficilissimi, relativi alla maestranza da lui impiegata e allo smercio dei suoi prodotti.

 

 

I modi di vincere i concorrenti esteri, di conquistare nuovi sbocchi alla industria nazionale, di eccitare il consumo, di prevenire gli infortuni degli operai, di risolvere le contese e gli scioperi sorgenti periodicamente nella fabbrica, di istituire Casse di previdenza, fondare case operaie, ecc., sono tutti problemi i quali rientrano nell’ambito dell’insegnamento che deve essere fornito agli allievi ingegneri del Museo Industriale, perché essi saranno chiamati a risolvere questi problemi altrettanto sovente quanto i problemi di costruzione di macchine, di tessitura di stoffe, ecc..

 

 

Il Museo Industriale sotto questo rispetto ha avuto la fortuna non solo di possedere l’insegnamento di economia e legislazione industriale, che anche altre scuole hanno, ma di potere addestrare i suoi allievi nella conoscenza pratica di quei problemi grazie all’aiuto porto dal Laboratorio di economia politica, fondato e diretto dal professore di economia all’Università ed al Museo, S. Cognetti De Martiis. Secondo la nuova organizzazione del Laboratorio, questo è annesso contemporaneamente all’Università ed al Museo Industriale per fornire agli studenti di amendue gli istituti quella istruzione economica che è loro necessaria secondo gli scopi diversi della loro vita!

 

 

L’opera è stata felicemente iniziata, e noi rendiamo la dovuta lode ai Ministeri dell’agricoltura e dell’istruzione ed alla presidenza del Museo Industriale per avere concorso a sussidiare in modo permanente questa istituzione, unica nel suo genere in Italia, la quale ha contribuito nel passato e contribuirà ancora meglio nel futuro a fornire ai futuri direttori di aziende industriali e commerciali quella cultura economico- sociale, senza di che è impossibile possano oramai ottenere durevoli vittorie nelle incalzanti lotte internazionali.

 

 

Se si pensa poi come in Italia una fortissima percentuale dei direttori di Banca, di istituti di assicurazione, di amministratori di aziende industriali escano dalla Facoltà di legge, si comprende quanto giovamento possa l’alta coltura commerciale ritrarre dalla esistenza del Laboratorio di economia politica. Esso permette ai futuri avvocati di possedere un’ampia conoscenza dei fatti economici e della vita reale in mezzo a che dovrà svolgersi in seguito la loro attività.

 

 

A questo proposito è strana la noncuranza in che è lasciata la Facoltà di legge della Università di Torino, come delle altre città, dai nostri ceti industriali e commerciali. Ho già accennato – e conviene ripetere – come la funzione della Facoltà di legge non sia ristretta, come nelle epoche passate, soltanto a costituire dei giuristi di professione, dei magistrati, degli avvocati, procuratori e notai.

 

 

A poco a poco l’ambito suo si è andato allargando; ed ormai la laurea in legge è divenuta un requisito indispensabile per penetrare in molte Amministrazioni governative e municipali, nelle Opere pie, nelle Banche, nelle grandi Società finanziarie ed industriali per la parte direttiva e commerciale, nel giornalismo, ecc.

 

 

Molti industriali fanno prendere la laurea in legge ai figli, pur avendo l’intenzione che essi conservino la professione avita. Sennonché a questo allargamento della cerchia d’azione della Facoltà giuridica non ha corrisposto, non dirò il desiderio da parte del ceto insegnante, ma la possibilità materiale di fornire tutta quella istruzione maggiore e più varia, la quale non può impararsi solo dalla cattedra, ma deve essere immedesimata cogli ammaestramenti e colle esercitazioni di gabinetto, in guisa del tutto simile alle esercitazioni della Facoltà di medicina o di ingegneria.

 

 

Alla parte economico-sociale di questa nuova funzione provvede egregiamente a Torino il Laboratorio di economia politica già menzionato; ed alla parte giuridico-amministrativo-politica provvede non meno egregiamente l’Istituto giuridico esistente anch’esso nella Facoltà di legge. Sennonché amendue gli istituti si veggono tarpate le ali dalla scarsità dei mezzi, non possono comprare materiali costosi, e non possono fare esercitazioni per mancanza di denari, di assistenti remunerati, ecc., ecc. I Ministeri centrali ed il Consorzio universitario hanno già fatto qualcosa per assicurarne la esistenza; occorrerebbe che gli enti locali, alcuni dei quali spendono somme insigni per la carità, la beneficenza e la istruzione, si persuadessero della convenienza di concorrere a che istituti come quello giuridico e quello economico potessero meglio svolgere la loro azione, la quale, come ci lusinghiamo di aver dimostrato, può riuscire di grandissimo vantaggio alla auspicata formazione di abili capitani d’industria e direttori di aziende commerciali.

 

 

Le stesse cose si devono ripetere rispetto ad un altro istituto che è anch’esso onore e vanto di Torino: l’Istituto Internazionale Italiano, e specialmente l’annessa scuola di commercio. L’idea che ha informato quest’istituto è veramente originale, e non una copia di istituzioni esistenti altrove.

 

 

La questione coloniale è oramai tanta parte delle discussioni quotidiane, che tutti sono persuasi dell’importanza che hanno per noi assunto le colonie libere, sovratutto dell’America. L’Istituto Internazionale ha in mira di stringere i vincoli fra la madre patria e le colonie, educando in Italia i figli dei nostri emigrati ed impedendo che almeno la classe dirigente nelle colonie non perda l’uso della lingua italiana, la conoscenza della nostra cultura, l’amore alla madre patria. In modo speciale la Scuola di commercio che vi è annessa è un prezioso mezzo per formare un ceto di commercianti che sappia comprendere ed attuare le necessità novissime della nostra espansione all’estero. Essa ha educato e può educare giovani i quali, per le loro relazioni famigliari, siano in grado di attuare una corrente continua di traffici proficui fra l’Italia e le nostre colonie.

 

 

Troppi altri istituti si dovrebbero ricordare a completare la lista dei mezzi di che può giovarsi Torino per la formazione dei direttori o coadiutori di imprese industriali e commerciali.

 

 

Torino possiede, infatti, uno dei più fiorenti istituti tecnici del Regno. La sezione commercio-ragioneria, insieme colla Scuola preparatoria pratica di Commercio, contribuisce già molto bene, grazie ad una perfetta organizzazione amministrativa e didattica, non eguagliata in altri istituti tecnici del Regno, a formare dei provetti commercianti e ragionieri, e potrebbe contribuirvi ancora maggiormente ove più larghi mezzi le consentissero spese maggiori per assistenti e gabinetti relativi all’insegnamento della ragioneria, contabilità ecc.

 

 

Il Circolo filologico, coi suoi corsi serali di lingua, di diritto, di contabilità e di ragioneria, permette agli impiegati, che durante il giorno non possono attendere agli studi, di potere perfezionare alla sera la loro cultura e mettersi in grado di salire nella via gerarchica delle Amministrazioni pubbliche e private.

 

 

Anche qui i maggiori mezzi permetterebbero di potere sviluppare i germi fecondi che già esistono e di riuscire a dare una vera e completa istruzione commerciale serale. Tutte le città possiedono, più o meno bene organizzate, delle scuole di commercio, delle Università, degli istituti tecnici, ecc.; ma difficilmente, come a Torino, si può trovare un complesso di istituti che, come il Museo Industriale, l’Istituto giuridico, il Laboratorio di economia della Facoltà di legge, l’Istituto internazionale colla annessa scuola di commercio, l’Istituto tecnico Sommeiller, il Circolo filologico, siano in grado di fornire una istruzione sufficiente ad agguerrire bene, nella lotta per la vita, l’ingegnere direttore di fabbriche, l’avvocato amministratore di Società o di Banche, il direttore o redattore di giornali, il commerciante desideroso di iniziare traffici promettenti colle colonie, il ragioniere capace di dirigere aziende importanti, l’impiegato ed il commesso voglioso di innalzarsi nella gerarchia dirigente della propria amministrazione.

 

 

A rendere questi istituti capaci di adempiere meglio al loro scopo non sarebbero necessarie le 70-100 mila lire indispensabili per la creazione di una inutile Scuola superiore di commercio. Poche migliaia di lire messe insieme da un Consorzio di enti locali, come la Città, la Camera di commercio, l’Opera pia di San Paolo, la Cassa di risparmio, ecc., ecc., potrebbero giovare a raggiungere lo scopo. Certo l’azione dei varii istituti dovrebbe essere coordinata per non produrre sprechi; ma a ciò dovrebbe pensare la direzione del Consorzio. Perché questi benemeriti enti locali, di cui alcuni, specie i primi due, hanno già fatto molto, non potrebbero prendere l’iniziativa, del resto poco costosa, del rinnovamento dell’istruzione commerciale nella nostra città?

 

 

Certo le poche migliaia di lire che si spenderebbero sarebbero meglio spese che non le molte necessarie ad istituire una Scuola superiore di commercio e forse anche che non le somme impiegate nel fare dell’elemosina a casaccio in che qualche istituto torinese sembra divertirsi.

 

 

Aumentare la capacità organizzatrice e la iniziativa economica delle nostre classi dirigenti è una delle forme migliori non di carità, ma di giudizioso impiego di capitali; soltanto anche in questo caso occorre scegliere i mezzi migliori e meno costosi per giungere allo scopo.

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