Attizzatori di discordie agrarie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/09/1921

Attizzatori di discordie agrarie

«Corriere della Sera», 16 settembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 357-361

 

 

 

Come i socialisti nelle città, i popolari pare si siano proposti l’intento ben fermo di aprire il vaso di Pandora della discordia civile e scaricarlo nelle campagne. Ministro popolare e deputati suoi correligionari non fanno che parlare di «pacificazione sociale»; ma in realtà tutti i loro atti hanno per effetto di spargere sulla terra i germi della lotta. Lodi per la proroga dei contratti agrari, decreti ministeriali, i quali accolgono, estendono e si sovrappongono a questi lodi, lodo di Soresina: ecco altrettanti strumenti di regresso agricolo o di inasprimenti degli odi fra agricoltori e contadini.

 

 

Per quanto tocca le proroghe degli escomi agrari, l’on. Mauri pare sia arrivato oramai a concederle in 30 province su 69, che era il massimo previsto, a quanto ho veduto scritto, dal suo predecessore. Chi non voglia credere che tutta Italia sia in istato di guerra agraria, cosa che sarebbe manifesta calunnia, deve sperare che il brutto esperimento non venga esteso ulteriormente. Ma i deputati popolari non sono soddisfatti. Ecco, ad esempio, in provincia di Torino, la commissione arbitrale concedere la proroga ai mezzadri della collina di Torino e di Moncalieri. Mezza collina è in vendita, perché i proprietari prevedono che, grazie al diritto del colono di rimanere sul fondo, essi a breve andare saranno di fatto espropriati, se non si affrettano a vendere prima. Ma l’on. Stella, deputato popolare, non è contento e vorrebbe che la proroga fosse estesa dalla ristretta zona collinare a tutta la pianura della provincia torinese. Il che di fatto vuol dire l’espropriazione, senza quasi indennità, dei proprietari a favore di una delle classi sociali la quale più si è arricchita durante la guerra. Ad un proprietario di quella zona capitò un giorno di dover far da paciere tra due suoi affittavoli, i quali si erano divisi amichevolmente un unico fondo, con l’intesa che di anno in anno si sarebbero divisi i terreni, in proporzione del numero dei membri delle rispettive famiglie. Essendo variato appunto cotal numero, litigavano acerbamente poco addietro i due affittavoli sul passaggio di un po’ di terra dall’uno all’altro. Il proprietario, stupefatto dell’accanimento posto dall’uno nel chiedere e dall’altro nel rifiutare il passaggio di una «giornata» di terreno – equivalente a 3.800 mq ossia a meno di quattro decimi di ettaro – chiese la ragione del disparere. Silenzio e reticenza. Alla perfine, nell’ira del dibattito, l’uno di essi, quegli che doveva rinunciare, si lasciò scappar detto: «Capirà, a rinunciare ad una giornata di terreno, io ho un danno di 1.000 lire all’anno !» E costui pagava tra 50 e 60 lire di fitto all’anno al proprietario, soggetto all’onere di imposte e sovrimposte! Questa è l’equità di cui, per ragione di accalappiamento di voti, si fanno paladini i deputati popolari, quando difendono le proroghe a vantaggio di chi lucra 1.000 e non paga proporzionatamente imposte o quasi, contro chi lucra 50 e le vede falcidiate da balzelli d’ogni specie. È agevole comprendere come gli espropriandi reagiscano e la face della discordia sia attizzata dal vedere ministri, deputati, commissioni muoversi a difesa dell’arricchito ed a danno del debole. In qualche zona agricola però – a quanto posso giudicare dalle lettere ricevute – la biscia sta per mordere il ciarlatano. Finché si trattava di espropriare, con le continue proroghe, la vecchia borghesia proprietaria, la cui funzione benefica all’agricoltura ingiustamente si svaluta dagli interessati dottrinari, passi. Nessun partito si commuoveva. Oggi, però, la vecchia borghesia ha venduto o sta vendendo a rotta di collo. Chi compra sono i contadini ed i migliori tra essi: quelli che, avendo guadagnato, hanno avuto il merito di non spendere tutto il guadagno e di investirne in terra la maggior parte. Costoro hanno creduto di poter comperare terra franca di vincoli e di poterla coltivare liberamente; e si trovano di fronte ai vecchi coloni muniti del diritto di proroga. È probabile che sia maggiore il numero dei contadini che vogliono e non possono entrare nei fondi, del numero di quelli i quali hanno, per favore del partito popolare e del loro ministro, il diritto di rimanere. Indubbiamente questi ultimi sono i meno laboriosi e meno capaci; perché quale affittuario o mezzadro non ha guadagnato a sufficienza da comprarsi un appezzamento di terreno Bisognava fosse poltrone o dedito al bere, al gioco, ai mercati ed alla politica per non riuscire a pagare un terzo od una metà del prezzo dei beni acquistati. Ecco la lotta, grazie ai decreti di proroga, spostarsi da lotta fra vecchi proprietari e coloni, a lotta fra contadini e contadini; fra coloro che hanno conquistato la terra col risparmio e quelli che la vogliono tenere, benché infingardi, con la violenza e con l’intrigo politico.

 

 

Non meno contrastate sono le glorie nuovissime di cui i popolari hanno magnificato la grandezza nelle zone in cui, per sostituire una classe ad un’altra, hanno fatto ricorso ai metodi cosidetti moderni della cooperazione e della partecipazione. Il lodo di Soresina, sottoposto all’occhio indagatore dei competenti di cose agricole, si sta dimostrando grave di altre ragioni di discordia, oltre a quelle che già ebbi ad indicare su queste colonne.

 

 

Qual ragione v’è, ad esempio, di ripartire gli utili e le perdite secondo criteri differenti? Se, per un fondo di 1.000 pertiche, il capitale necessario alla conduzione è di 300.000 lire, e di questo i contadini abbiano conferito il massimo ad essi consentito, ossia la metà, il totale dei salari annui dei coloni partecipanti si elevi a 100.000 lire e quello dei fittavoli sia di 9.400 lire, come porta il lodo gli utili eventuali si dividono così:

 

 

  • al fittuario in ragione della somma di 12.000 lire (8% sul capitale suo di 150.000 lire) più il suo stipendio di 9.400 lire. Totale 21.400 lire;
  • ai contadini in ragione della somma di 12.000 lire (come sopra l’8% sul capitale di 150.000 lire conferito dai contadini), più i salari in 100.000 lire. Totale 112.000 lire;
  • al fittuario spetta il 16,11% ed ai contadini l’83,89% degli utili.

 

 

Se si tratta invece di ripartire le perdite, le cose vanno ben diversamente:

 

 

  • il fittuario deve sopportarle in ragione del capitale ossia 150.000 lire ed i contadini pure. Ossia ognuno paga il 50 per cento. Non più, come per gli utili, in ragione del rispettivo apporto di capitale e lavoro: ma nella pura ragione dell’apporto di capitale.

 

 

L’esempio scelto è il più favorevole ai contadini. Se costoro invece di versare il massimo si contentano di versare il minimo di 4.000 lire a testa, ove essi siano 15, hanno versato un capitale di sole 60.000 lire. Fatti i conti, ad essi tocca il 78,45% degli utili ed il 20% delle perdite; ed ai fittuari il 21,55% degli utili e l’80% delle perdite.

 

 

Ciò è manifestamente iniquo. Lo stesso criterio deve essere applicato per la ripartizione tanto degli utili quanto delle perdite. Altrimenti, tanto vale dire che il contratto di società è una finzione e che esso è solo un pretesto per la spogliazione di una parte a vantaggio dell’altra.

 

 

C’è di peggio. I contadini hanno l’obbligo di versare entro due anni fino a 4.000 lire di capitale; ed hanno facoltà di integrare tali versamenti fino a metà del capitale di esercizio per tutta la durata del contratto. La conseguenza sarà che, se le cose vanno male, i contadini si limitano al minimo, che essi in dati casi non è neppure necessario reintegrino per far fronte alle perdite. Se gli affari vanno bene, i contadini possono aspettare sino alla fine dei 9 o dei 12 anni della locazione; e poi, versando il completamento fino a metà del capitale, acquistano il diritto di appropriarsi della massima parte degli utili. Una qualunque banca cattolica o socialista fornirà i fondi per pochi giorni o mesi per esercitare l’elegante procedura di espropriazione dei frutti del rischio corso da altri. Nessun contratto equo di società si fonda su basi tanto allegre: limitare al minimo il rischio delle perdite e crescere al massimo la partecipazione ai lucri quando si è ben sicuri che il lucro esiste.

 

 

La composizione del collegio arbitrale, il quale deve giudicare di casi gelosissimi, non affida gli agricoltori. Ed a ragione. Accanto ai due membri, rappresentanti delle parti in lotta, il presidente, ossia il vero arbitro e despota delle contese, è nominato dal ministro di agricoltura. Creda chi vuole nella imparzialità del ministro; ma certo non vi crede neppure un agricoltore in tutta Italia. Oggi è un popolare, che dà sempre ragione ai più facinorosi politicanti tra i contadini vogliosi di impadronirsi della terra altrui secondo ricette sedicenti cristiane; domani sarà un socialista, che lascerà occupare le terre dalle leghe e dalle cooperative. Se sarà un agrario, non affiderà i contadini.

 

 

Certo, la giustizia perfetta non è di questo mondo, ma almeno è necessario attuare quel minimo di giustizia che giovi a rendere meno irrequieti i contendenti. Un tempo si usava deferire le nomine degli arbitri ai presidenti delle corti d’appello o di cassazione. Perché abbandonare un’abitudine saggia e rassicurante?

 

 

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