Attorno ad una spiegazione della disfatta dei partiti socialisti

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/11/1934

Attorno ad una spiegazione della disfatta dei partiti socialisti

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1934, pp. 712-714

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 364-366

 

 

 

Socialism’s New Start. By Miles, translated from the German «Neu Beginnen». Preface by H.N. Brailsford. George Allen and Unwin Ltd, London, Museum Street. (Un vol. in 16° di pag. 144. Prezzo 3 s. 6 d. net.).

 

 

L’editore londinese, nel foglio di copertina, fa merito agli anonimi autori per avere «spietatamente e freddamente esposto le ragioni della rovinosa caduta del socialismo, del sindacalismo operaio e del comunismo in Germania»; ed a questa aggiunge altra lode «per il coraggio dimostrato nel riadditare al socialismo una via d’uscita».

 

 

Non spetta al lettore, il quale vuole, recensendo, soltanto meditare sulle ragioni delle vicende umane, dar consigli agli uomini politici. Spontaneamente, tuttavia, la meditazione si trasforma nella domanda: perché Hitler, il quale è certo desideroso di togliere quella qualunque forza che essa ancora possegga alla propaganda socialistica, non spenta del tutto in Germania, sebbene ridotta a servirsi di mezzi clandestini, non diffonde a milioni di copie il libro qui recensito? Forse sarebbe difficile impresa riuscire a tanto, trattandosi di letteratura adatta per filosofi, sociologi e studiosi. Certo, il governo hitleriano, che è governo d’ordine, autoritario, sostanzialmente conservatore non può augurare alla propria causa nessun migliore alleato di così fatta impenitente letteratura.

 

 

Codesti giovani socialisti tedeschi sono fierissimi critici della socialdemocrazia e del comunismo, i quali hanno, a lor detta, consegnato la massa operaia in mano agli hitleriani; disprezzano la borghesia democratica o liberale, la quale non ha capito nulla delle esigenze accentratrici dello stato moderno. Arrivati al punto di esporre il proprio programma, essi non sanno tuttavia far altro che rimasticare vecchi numeri del tempo felice dell’immediato dopo guerra, la non attuazione dei quali sarebbe stata la vera causa della sconfitta del socialismo: occupazione delle grandi imprese industriali ed in particolar modo delle ferrovie, delle linee di navigazione marittima ed aerea, dei servizi postali, delle industrie elettriche, siderurgiche, meccaniche, chimiche e degli armamenti; dei grandi possessi fondiari, delle banche e dei servizi municipali. Sorpassata la prima fase durante la quale il capitale privato sarà rispettato nelle impresi minori, assodata la dittatura proletaria, si darà inizio alla costruzione della nuova società socialistica. Le minori imprese private dell’industria e dell’agricoltura saranno conservate solo perché e sinché giovino a guisa di esempio e di controllo all’industria di stato. Compiuto il loro ufficio, anch’esse saranno assorbite dall’industria statale. I caratteristici insuccessi sovietici determinati dalla mania di sbalordire il mondo con colossali impianti tecnici consigliano i nuovi socialisti tedeschi ad insistere sulla necessità di dare soprattutto impulso alle industrie produttrici di beni di consumo invece che a produrre beni strumentali. Ma son sfumature occasionali. La sostanza sono il vecchio gergo marxistico, le solite domande: quale ragione d’essere ha il capitalismo privato quando tutta la produzione è opera degli operai e dello stato maggiore tecnico commerciale che lavora, dirige e decide?

 

 

A tratti pare che un raggio di luce illumini l’intelligenza offuscata dal grossolano materialismo tecnico economistico che ha reso vana la propaganda secolare del socialismo marxistico: la rivoluzione “borghese” – così i marxisti denominano il lento rivolgimento delle idee, dei costumi, delle istituzioni politiche ed economiche accaduto tra il 1200 ed il 1900 – consiste «nell’adattamento della organizzazione politica della società alla

struttura economica e sociale di essa, quale si è andata evolvendo inconsciamente e necessariamente» ed è «il risultato di un processo economico sociale ideologico naturale inconsapevole di trasformazione e di differenziazione della società durato per secoli» (pag. 78). È inspiegabile come uomini i quali scrivendo le definizioni ora riportate dimostrano implicitamente di aver capito che la rivoluzione francese non è contenuta negli anni dal 1789 al 1800, ma fu l’opera della monarchia e dei suoi uomini di stato da Luigi XI a Napoleone, attraverso Sully, Richelieu, Colbert, Luigi sedicesimo, Turgot e tanti altri, attribuiscano valore di realtà storica ad una rivoluzione proletaria violenta, la quale sia essa «il punto di partenza di una consapevole trasformazione economica sociale e perciò anche ideologica della società» e sia determinata non dalla mutazione lenta e cumulativa delle idee dei costumi e della struttura sociale ma da un mito detto «nuova organizzazione e politica della società».

 

 

Finché il regime hitleriano sarà minacciato da untorelli di questa fatta, i quali immaginano di riuscire, dopo aver rovesciato l’organizzazione sociale esistente con un colpo di mano politico, a fondare stabilmente una nuova società su principi socialistici, esso può dormire sonni tranquilli. I socialisti del continente europeo, sia quelli dei paesi come l’Italia, la Germania e l’Austria, nei quali essi sono stati spazzati via, sia quelli dei paesi come la Francia, nei quali si danno un gran da fare per farsi mandare a spasso, non hanno ancora capito che “il capitalismo” è una irrealtà, uno schema partorito dalla loro scarsa cultura storica e dalle loro rudimentali attitudini psicologiche; e quindi, essendo un meccanismo tecnico, una costruzione meramente amministrativa e contabile, può essere rivoluzionato o riplasmato più o meno in meglio od in peggio, senza grandissime difficoltà. La società tollera chiacchiere socialistiche più o meno interessanti e consente talvolta che in nome di ideali socialistici si compiano ai margini sperimenti più o meno costosi intesi a tener quiete le moltitudini. Ma le chiacchiere e gli sperimenti non devono andare oltre un certo segno; non devono toccare istituti che hanno nell’animo umano radici ben più profonde del capitalismo: la proprietà della terra, della casa, dell’opificio, il risparmio, la famiglia, la eredità, la tradizione, la religione.

 

 

Se una collettività teme si vogliano offendere le istituzioni secolari, le quali la fanno essere viva ed operosa, si rivolta. Si rivoltano per i primi gli operai ed i contadini, attaccatissimi al proprio risparmio, al proprio posto, al proprio brandello di terra. Se gli strumenti normali politici, se il suffragio universale, il parlamento, la stampa sono stati accaparrati dai discorritori, dagli agitati, da coloro che concepiscono la società come un meccanismo che, a guisa di un orologio, si possa smontare e rimontare per guardar dentro come è fatto e rifarlo meglio, la società abbatte gli antichi strumenti legali e crea nuovi organi che la tengano in vita. Blum in Francia, colla politica della guerra ai borghesi e di conquista politica del potere, Sir Stafford Cripps ed il prof. Laski in Inghilterra, con la campagna per la abolizione della camera dei signori e per i pieni poteri immediati per la instaurazione del socialismo, sono nei rispettivi paesi magnifici alleati e profeti e sostenitori dei nuovi regimi che, sorti in Italia, si vanno estendendo, sotto forme variabilmente adattate alle diverse contrade, un po’ dappertutto. In Inghilterra il capo dei fascisti Sir Oswald Mosley trova ancora un osso duro da rodere non perché i socialisti puri non facciano tutto il possibile per agevolargli la strada: ma perché lassù i socialisti puri sono ancora pochi ed il partito laburista è numeroso di uomini attaccatissimi chi alle cooperative di consumo, chi alle leghe operaie con i relativi fondi di aiuto ai disoccupati, di viaggio agli operai in cerca di lavoro, di soccorso agli operai scioperanti, chi alle società costruttrici di case e casette, chi alle numerose massonerie operaie, che in sostanza lassù sono società di mutuo soccorso per le malattie, i funerali, gli infortuni, chi alla propria setta religiosa. Finché ogni tanto in qualche pezzo grosso del partito laburista si scopre il predicatore domenicale di una setta non conformista, wesleyana, quacchera o battista, il trono e l’altare sono sicuri e con esso sono rispettati i vecchi comandamenti del non rubare donne e roba altrui. Se però un giorno le antiche assise politiche si accasciassero dinanzi agli attacchi della Socialist League, anche in Inghilterra qualcuno sorgerebbe a creare la nuova assisa capace di salvare la società dal disfacimento.

Torna su