Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Attorno all’imbandigione

«La Stampa», 4 marzo 1901[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 325-329

 

 

I disordini di Palermo sono gravissimi sia in se stessi sia come indice di perturbamento sociale e morale nella capitale della Sicilia.

 

 

I moti si rannodano alla questione del cantiere navale siciliano.

 

 

A Palermo si è recentemente fondato, per iniziativa del Florio, un cantiere navale nell’intento di fruire dei vantaggi stabiliti dai premi alla marina mercantile e delle eventuali ordinazioni della marina militare.

 

 

Quando, per non condurre alla rovina le finanze dello stato, si sospese l’applicazione della legge sui premi alla marina mercantile e si palesò chiara l’intenzione di abolire del tutto i premi od almeno di ridurli alla cifra massima prima di 10 ed ora di 8 milioni di lire all’anno, una vivissima agitazione nacque in Palermo nel ceto industriale ed operaio. E l’agitazione crebbe quando da un discorso dell’on. Tittoni, prefetto di Napoli, si poté arguire che delle ordinazioni per la marina militare nulla sarebbe toccato al cantiere di Palermo.

 

 

Dell’agitazione si fece eco appassionata sovratutto il giornale «L’Ora», da cui articoli vogliamo riferire qualche brano per mettere in chiara luce a chi spetti l’immediata responsabilità degli eccitamenti che hanno condotto gli operai di Palermo a sanguinoso conflitto colla pubblica forza.

 

 

«La Sicilia è dunque dimenticata! – scriveva «L’Ora» del 27 febbraio. – A Palermo si è fatto un trattamento speciale; ma per escluderla da tutti i beneficii goduti e da godere da altre regioni! Agli opifici di Napoli e di Genova l’assegnazione di grandi lavori. A Palermo nulla! Il materiale ferroviario, che poteva affidarsi agli operai di Palermo, è costrutto all’estero, perché l’ispettorato generale delle ferrovie apre in modo le gare da favorire più l’industria estera che quella nazionale. Nelle leggi e nelle disposizioni la dimenticata è sempre la Sicilia, mentre la crisi nell’isola è più intensa che altrove, mentre negli stabilimenti di Palermo il lavoro è sospeso da molto tempo. Migliaia e migliaia di operai mancano di lavoro, mentre a Genova ed a Napoli si assegnano ad un tempo lavori per decine e decine di milioni. La calma, lo abbiamo detto, è apparente. La fame è cattiva consigliera».

 

 

Il giorno dopo, 28 febbraio, il medesimo giornale, dopo aver ricordato che i nuovi fondi per ordinazioni della marina da guerra ammontavano ad 80 milioni, dei quali neppur uno era assegnato agli stabilimenti della Sicilia, aggiungeva: «Decisamente la nostra isola non deve più far parte del regno d’Italia!»

 

 

Il giorno successivo, quando lo sciopero degli operai era già scoppiato, le parole dell’«Ora» erano ancora più energiche.

 

 

«Anche la rassegnazione ha i suoi limiti, e, bisogna dirlo, la rassegnazione degli operai siciliani è stata infinita; tale da meritare un premio, se i premi fossero sempre destinati alla virtù».

 

 

Che meraviglia se gli operai, sentendosi sostenuti dai giornali e dagli industriali, abbiano creduto che il miglior mezzo per ottenere lavoro fosse di protestare pubblicamente contro il governo, accusato di lasciar morire di fame i lavoratori di Palermo, mentre pure trovava 80 milioni per i cantieri delle altre parti d’Italia?

 

 

Agli operai si unirono presto i malviventi ed i facinorosi, sì che la dimostrazione degenerò tosto contro l’ordine pubblico ed in atti di vandalismo contro le proprietà private.

 

 

Contro i vandali ed i rivoltosi non vi era null’altro da fare che impiegare energicamente la forza pubblica. È solo da lamentarsi che la forza pubblica sia forse stata impiegata troppo tardi e che per parecchie ore le strade di Palermo si siano lasciate scorrazzare da una turba avida di distruzione e di schiamazzo.

 

 

Il problema non si limita però alla tutela dell’ordine pubblico, ed ha una portata ben più ampia. Che cosa si dovrà fare poi? Qui è il punto che deve essere risoluto.

 

 

Purtroppo ogni risoluzione conforme a giustizia corre il pericolo di essere condannata in Sicilia per spiegabili motivi di indole regionale. I siciliani sono persuasi di essere sempre stati trascurati dallo stato: trascurati nelle spese civili, scolastiche, negli appalti, nelle ferrovie; lesi nell’equa distribuzione dei beneficii arrecati dalle spese pubbliche.

 

 

Non si lamenta soltanto «L’Ora», che potrebbe essere sospetta come portavoce della casa Florio, ma tutti i giornali accusano il governo di trascuranza e di incuria verso l’isola.

 

 

Il «Sole», giornale clericale, così scrive nell’ultimo numero: «Noi abbiamo inteso declamare alla tribuna della camera contro lo stanziamento dei premi della marina mercantile, qualificandoli come un privilegio e per poco come un dono gratuito che le casse dello stato son condannate di fare a qualche potente società. Ebbene, noi non abbiamo alcuna esitanza a proclamarlo: in questo nostro paese, nel quale non vi ha attività, commerciale o industriale, i capitali di casa Florio sono anche, in pratica, i capitali della ricchezza dell’isola. Ebbene, quel che il governo non ha potuto comprendere finora dalle troppe speculative discussioni della camera, lo comprenda ora, tardi, ma sempre in tempo, quando la voce minacciosa degli operai echeggia per le strade di Palermo. E sappia il ministero che infine esso non si troverà di fronte gli operai né gli stabilimenti industriali, né gl’interessi del cantiere, né casa Florio, ma tutta la capitale di Sicilia, senza distinzione di classi, coalizzate tutte nel doppio movente dei suoi veri e più diretti interessi materiali, come dei suoi interessi morali, che sinora, sono stati colpiti con l’incuria e la negligenza sistematica del governo».

 

 

Noi abbiamo plaudito ripetutamente alla tendenza recentemente affermatasi di ridurre e di abolire i premi alla marina mercantile. Ed abbiamo plaudito perché riteniamo ingiusto che i contribuenti siano chiamati a pagare imposte affinché si possano concedere dei premi a taluni industriali od a taluni gruppi di industriali privilegiati.

 

 

Le imposte devono essere pagate esclusivamente allo stato per scopi di pubblica utilità. Quando si esca da questa norma fondamentale di giustizia tributaria e quando si pretenda togliere agli uni per dare agli altri, si cade nell’arbitrio, si cade in tutti gli infiniti malanni che sono la conseguenza funesta del protezionismo esercitato dallo stato a beneficio di alcune regioni o di alcune industrie.

 

 

I fatti di Palermo non sono altro se non una delle dannose conseguenze del sistema protettivo. Quando lo stato si assume il compito – estraneo alle sue funzioni, – di distribuire premi ai privati, nasce naturalmente lotta acerba fra tutti quelli che vogliono partecipare alla imbandigione. Liguri e toscani, napoletani e lombardi, piemontesi e siciliani vogliono tutti giungere ad ottenere una più larga porzione del dono largito dallo stato; e quando il governo – per paura di far fallimento – restringe i cordoni della borsa, quelli che sono arrivati tardi – e nel caso nostro gli ultimi arrivati furono i siciliani – si lamentano contro l’ingiustizia di cui essi sono vittima in confronto di quelli che arrivarono prima e che poterono assidersi alla mensa, quando la mensa non era ancora sparecchiata.

 

 

L’unica via regia per troncare queste disgustose contese regionali è di sopprimere le imbandigioni governative. Il governo non dia più premi ad alcun industriale. L’industria deve vivere da sé. Quell’industria che per sostenersi ha bisogno dei denari dei contribuenti è un’industria di rapina e deve essere abbandonata senza rimpianto alla sua sorte.

 

 

Purtroppo però lo scegliere la via della giustizia non è sempre in facoltà degli uomini. Quando una ingiustizia si è fatta col concedere premi ai cantieri di una regione, può sembrare conveniente da un punto di vista politico e di equilibrio regionale di concedere un compenso alle altre regioni, sotto forma di equivalenti premi.

 

 

E può sembrare conveniente anche per permettere agli operai, che furono tratti ad impiegarsi nell’industria protetta, di non rimanere improvvisamente sul lastrico e di potere lentamente passare ad altri impieghi senza crisi troppo dolorose.

 

 

Sembra a questo proposito che il governo voglia accettare la clausola del progetto sulla marina mercantile già presentato al parlamento, secondo cui al cantiere di Palermo si concederà un minimo di sei navi.

 

 

Si dian pure le sei navi, ma coll’avvertenza che saranno le ultime e che di poi dalle casse dello stato neppure un centesimo verrà regalato né ai liguri, né ai lombardi, né ai piemontesi, né a siciliani, quando questo centesimo non sia il compenso di un vero servizio reso allo stato.

 

 



[1] Con il titolo Dopo i disordini di Palermo. Attorno all’imbandigione [ndr]

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