Aumenti di imposte vecchie od imposte nuove?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/11/1913

Aumenti di imposte vecchie od imposte nuove?

«Corriere della Sera», 11 novembre 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 571-577

 

 

 

Una delle caratteristiche più singolari della finanza nel momento presente è l’annuncia, divenuto oramai frequentissimo, di nuove imposte. Non passa quasi giorno senza che i lettori dei giornali abbiano il compiacimento o la sgradita sorpresa, a seconda dei casi, di apprendere che in qualcuno degli stati del mondo il governo ha proposto ai legislatori l’approvazione di una «nuova» imposta. Sembra che le facoltà inventive tributarie, rimaste per lunghi anni dormienti, si siano d’un tratto risvegliate e diano frutti saporosi ed insperati, scoprendo vergini e fresche ed immacolate fonti tributarie, capaci di dare uno zampillo rallegrante e fecondo a pro delle esauste e riarse finanze degli stati moderni.

 

 

I governanti, in questa loro opera assidua e feconda di nuove fonti tributarie, trovano alleati in una schiera di persone, che fino a poco tempo fa erano ad essi nemicissime voglio dire gli studiosi di finanza. Una interessante e curiosa trasformazione è invero avvenuta nel contenuto dei libri e dei trattati di finanza; mentre prima vi si leggevano sovratutto critiche intorno allo eccesso dei tributi esistenti, alla necessità di mitigarli, di perequarli, di togliere le asprezze troppo dannose all’incremento della ricchezza nazionale; oggi vi si leggono specialmente le meraviglie che gli studiosi non si possono trattenere dall’esprimere vedendo che il legislatore del proprio paese non ha ancora osato applicare questa e quest’altra imposta, la quale all’estero ha dato sì mirabili frutti e che, essendo l’ultimo portato della teoria e della pratica finanziaria, è urgentemente imposta dai canoni più moderni della giustizia tributaria. Come due schiere di uomini, una volta irreconciliabili nemici, siano divenuti amicissimi non è facile spiegare. Constatiamo il fatto, il quale minaccia di essere fecondo di conseguenze non lievi per i contribuenti. I finanzieri teorici, stanchi di essere soltanto critici, hanno deliberato di voltarsi in ricostruttori; e si giovano delle loro abitudini raziocinative, della loro capacità di analisi e di scomposizione dei fatti, della loro conoscenza della legislazione fiscale di molti paesi e tempi per venire in soccorso alla fantasia oramai spenta dei finanzieri pratici.

 

 

Il frutto più singolare di questa alleanza della nuova scienza e della vecchia arte di governo è stato l’abbandono del sistema, caro agli antichi governanti, dei decimi addizionali o di guerra, aggiunti alle vecchie imposte. Era invero metodo usitatissimo, e ben noto anche in Italia, di aggiungere, quando s’aveva bisogno di nuove entrate, uno o due o tre decimi all’imposta originaria e principale. E così accadeva che le vecchie imposte, sorte coll’aliquota, relativamente mite, del 10%, progredivano, a furia di decimi aggiunti, al 12, 14, 16, 20, 24, 30 percento. Ogni tanto si operava un consolidamento, per cui i decimi, arrotondati per semplicità, venivano conglobati col principale; così da permettere ai governanti di ricominciar da capo, con un primo e poi con un secondo decimo e così via.

 

 

Oggi non più. Cotal pratica sembra antiquata ed irritante. È vero che ogni decimo, singolarmente considerato, è una piccola cosa in se stesso; ma, poiché, aggiunto al principale ed ai decimi preesistenti, dà talvolta un totale fastidioso, può sembrare difficile persuadere i contribuenti, i quali già pagano il 20 od il 30 percento, a pagare il 22 od il 33 percento. La gravezza dell’imposta complessiva salta agli occhi di tutti, sicché un’ulteriore pressione appare eccessiva.

 

 

La nuova arte finanziaria ha trovato il rimedio. Non più decimi aggiunti alle vecchie imposte; ma «nuove» imposte, mitissime, lievi, sapientemente dosate con i più sottili avvedimenti consigliati dalla «scienza» finanziaria, in guisa da rispettare i canoni della giustizia tributaria e da non recare alcun impedimento alla formazione della ricchezza.

 

 

La scoperta non è nuova; poiché tutti i governi passati hanno conosciuto la sapienza pratica del moltiplicare i nomi delle imposte, per rendere ognuna di esse più tenue e per persuadere i popoli che essi pagano assai, ma per motivi diversi, per oggetti differenti e per ricchezze svariate. Forse sono nuove le maniere eleganti e raffinate con cui i legislatori sanno mettere innanzi, sotto colore e nome di imposte nuove, i doppioni di ben noti antichi balzelli. La novità più recente ci vien di Francia e fu riferita da tutti i giornali italiani, alcuni dei quali si meravigliarono come da noi si lascino ancora esenti ricchezze e capitali che altrove si è appreso finalmente a colpire. Trattasi della nuova imposta sull’eredità globale od asse ereditario, diversa dall’imposta ordinaria di successione, che anche noi abbiamo, la quale colpisce le quote ereditarie.

 

 

Nella maggior parte dei paesi invero l’imposta di successione colpisce gli eredi, ciascuno in proporzione della somma – quota da essi ereditata e del grado di parentela col defunto. In Italia, ad esempio, si distinguono 7 gradi di parentela e la imposta, fino alle 50 mila lire di quota ereditata da ogni erede o legatario, cresce dall’1,60% per le eredità tra ascendenti e discendenti, al 4,50% tra coniugi, al 7% tra fratelli e sorelle, all’8,50% tra zii e nipoti, al 10% tra prozii e pronipoti, al 12,50% tra altri parenti sino al sesto grado, ed al 15% tra parenti oltre il sesto grado ed estranei. Inoltre l’imposta cresce, in ogni grado di parentela, col crescere della somma ereditata; cosicché il figlio, ad esempio, pagherà l’1,60% sino a 50.000 lire, il 2% per la parte della somma da lui ereditata che sta fra 50.001 e 100.000 lire, il 2,40% fra 100.001 e 250.000, il 2,80% fra 250.001 e 500.000, il 3,20% fra 500.001 e 1 milione ed il 3,60% su ciò che supera il milione di lire; mentre i lontani parenti e gli estranei pagano, rispettivamente, entro gli stessi limiti detti di sopra, il 15, il 16,30, il 16,60, il 19, il 20,50 ed il 22 percento. Tutto ciò, s’intende, aumentato del 2% per il terremoto di Messina e Reggio Calabria.

 

 

In Francia, sinora, avevano un sistema analogo. Le successioni divise in otto classi di parentela; ed ogni grado di parentela in 12 gradi di ricchezza ereditata, in guisa da far pagare ai genitori e figli dall’1 al 6,50% ed ai parenti lontani ed estranei – cito solo le aliquote estreme – dal 18 al 20 percento. Fu ripetutamente proposto di aumentare ancora queste aliquote; ma poiché paiono già gravi, sembrava difficile di potere andare più in su, essendovi anche nelle cose tributarie un pudore il quale vieta di dire apertamente che lo stato vuole assorbire la parte maggiore della ricchezza prodotta o trasmessa.

 

 

Venne in aiuto ai governanti francesi bisognosi di denaro lo studio della legislazione comparata. La quale insegnò loro ciò che da molti anni gli studenti italiani imparano sui manuali scolastici, ossia l’esistenza in Inghilterra di una imposta sul capitale complessivo abbandonato, in morte, dal defunto, oltre all’imposta sul capitale frazionato ricevuto dai singoli eredi o legatari. Sia un tale che, morendo lascia un patrimonio di un milione a dieci eredi, i quali si ripartono tra di loro 100.000 lire l’uno. Trattasi sempre di un milione solo; il quale può essere considerato dal punto di vista del defunto ed allora costituisce una massa unica, ovvero dal punto di vista degli eredi ed allora si distingue in dieci masse di 100.000 lire l’una. Nella maggior parte degli stati si usa colpire le dieci masse da 100.000 lire l’una, perché si ritiene che le imposte di successione debbano colpire gli eredi, i quali ricevono e godono l’eredità, non i defunti, i quali, purtroppo, non hanno modo di godere l’eredità e neppure di giovarsi dei servizi pubblici forniti dallo stato in cambio dell’imposta pagata. In Inghilterra, per ragioni sovratutto storiche, l’imposta colpisce in primo luogo l’intiera massa dell’eredità abbandonata dal defunto, con un tasso di imposta, il quale parte dall’1% per le eredità da 2.500 a 12.500 lire italiane e va sino al 15% per le eredità oltre 25 milioni di lire italiane. Accanto a questa principale imposta, vi sono poi alcune imposte le quali sono pagate sulle quote spettanti a ciascun erede e in ragione del grado di parentela, imposte che vanno dall’1 al 10% e così possono portare il totale dei massimi delle due imposte (15% sul defunto e 10% sugli eredi) al 25 percento; ed anche, in taluni casi speciali, che qui non mette conto di spiegare, al 27 percento. Notisi che il totale delle due imposte inglesi sul defunto e sugli eredi è inferiore all’ammontare della unica imposta francese sugli eredi. Ma ciò non ha molta importanza agli occhi dei governanti i quali, consapevoli di non potere accrescere l’imposta sugli eredi, già graduata dall’1 al 29 percento, propongono di istituire una nuova imposta sul patrimonio intiero abbandonato dal defunto, progressiva dal 0,50% per le sostanze sino a 10.000 lire sino al massimo del 4% per le sostanze superiori ai 5 milioni. Per ora, trattandosi di cominciare, le aliquote paiono da sole moderate; ma offriranno ben presto lo strumento di variazioni all’insù. O non c’è forse l’imposta inglese analoga, la quale comincia dall’1% e va sino al 15%? Perché l’aliquota che è tollerata in Inghilterra, dovrebbe essere insopportabile in Francia? Si dimentica che in Inghilterra la somma delle aliquote massime (15 + 10 + 2) sul defunto e sugli eredi dà il 27%; mentre in Francia aggiungendo al 29%, massimo della vigente imposta sugli eredi, il 4%, massimo della nuova imposta sui defunti, si giunge al 33% e si arriverà al 44%, quando il massimo della nuova imposta sarà spinto al 15%, che è l’ideale posto dall’esempio britannico.

 

 

Ben è vero che i sostenitori della moltiplicazione dei nomi delle imposte sostengono trattarsi di due imposte realmente diverse, e non solo immaginate diverse allo scopo di accrescere senza freno le aliquote. Dicono essi: è d’uopo che l’imposta colpisca anche il patrimonio abbandonato dal defunto, quasi a compensare lo stato delle minori imposte che il defunto pagò in vita, in confronto di quelle che lo stato avrebbe dovuto chiedergli, se avesse voluto far fronte con imposte prelevate sui vivi a tutto il suo fabbisogno. Invece di chiedergli ogni anno il 30% del suo reddito mentre è vivo, lo stato si contenta del 20% e per il resto benignamente attende che il contribuente muoia, ed allora lo preleva quando il contribuente non può più sentire alcun dolore per l’imposta eccessiva.

 

 

L’imposta di successione sul defunto – si osserva – è un’imposta posticipata ed è quindi logico che essa sia graduata in relazione all’intiero patrimonio abbandonato dal defunto e non in relazione alle singole quote ricevute dagli eredi. L’asse totale del defunto, secondo questi teorici, deve pagare in compenso di ciò che non fu pagato, mentre il contribuente era in vita; e gli eredi devono essere pure chiamati a pagare, perché essi ricevono un patrimonio nuovo e quindi hanno maggior ricchezza a propria disposizione.

 

 

Il che per fermo è un ragionare elegante. Purché non si dimentichi una verità, forse non elegante, ma certissima ed è che tutte le imposte, con qualunque nome sieno chiamate – sui redditi dei terreni, o fabbricati o ricchezza mobile, sul reddito globale, sui consumi, sulle successioni degli eredi, sul patrimonio del defunto, sui capitali trasferiti tra vivi, sugli incrementi dei patrimoni, ecc. ecc.- sono tutte pagate sul flusso nuovo di ricchezza che ogni anno si viene formando. È assurdo discorrere delle imposte sulle successioni o sui capitali o sui consumi come se fossero realmente pagate dalle successioni, dai capitali o dai consumi. In una società progrediente, in cui non si vuole cioè che scemi il capitale già formato, ed anzi lo si vuole crescere per provvedere migliori mezzi di vita alle nuove generazioni, tutte le imposte sono prelevate sul flusso nuovo di ricchezza che ogni anno si va producendo.

 

 

Se in Italia la ricchezza nuova ogni anno prodotta è di 12 miliardi di lire, e se si ritiene di non poter fare a meno di 1 miliardo di nuovo risparmio, per provvedere ai nuovi impianti industriali, commerciali, agricoli, ferroviari, ecc. ecc., rimangono solo 11 miliardi disponibili per il consumo dei privati, dello stato e degli altri enti pubblici. Il problema da risolvere è: quanta parte di questi 11 miliardi può essere assegnata in blocco allo stato perché provveda ai servizi pubblici? Il problema si risolve tenendo conto del numero degli abitanti, delle loro esigenze di vita, dell’apprezzamento che essi fanno dell’importanza rispettiva dei bisogni a cui provvedono direttamente (bisogni privati) e di quelli a cui provvedono per mezzo dello stato (bisogni pubblici), ecc. ecc.

 

 

Il problema invece non si risolve arzigogolando sulla possibilità di inventare nuovi nomi e nuovi titoli di imposta ed affermando che la nuova imposta è lieve perché va solo dal 0,50 al 4 percento. La pressione di ogni singola imposta è certo un dato importante; ma ben più rilevante è il problema della pressione totale di tutte le imposte. Solo dopoché si sia certi che la pressione totale non è siffatta da mettere in pericolo il soddisfacimento dei bisogni privati attuali e la formazione del nuovo risparmio destinato a promuovere il progresso del paese, solo allora si può affrontare l’altro lato del problema: come ripartire la pressione totale sulle varie classi sociali e sui singoli individui di ogni classe. Solo a questo punto, e solo a condizione che la pressione di tutto il sistema non sia eccessiva, possono diventare innocui gli arzigogoli sui vivi e sui morti, e tollerabili le eleganze della nuova terminologia tributaria, consigliata dalla scienza «nuovissima» ai governanti stupefatti di veder mutarsi in alleati coloro che un giorno erano i loro critici fierissimi.

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