Austria-Ungheria e mercato economico mondiale

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/12/1912

Austria-Ungheria e mercato economico mondiale

«Corriere della sera», 15 dicembre 1912

 

 

 

La mobilitazione finanziaria che sussegue alla mobilitazione dell’esercito: ecco il significato che fu concordemente attribuito alla notizia che l’Austria emetteva un prestito di 125 milioni di corone in America e l’Ungheria chiedeva altrettanto al mercato sotto forma anch’essa di buoni del tesoro. E poiché i buoni sono emessi a scadenza per metà di 1 anno e mezzo e per metà di 2 anni, e – pare – debbano essere offerti al pubblico al corso di 97,75 per cento, è facile calcolare, tenendo conto altresì delle provvigioni al consorzio bancario assuntore, che i governi austriaco ed ungherese pagheranno all’incirca un buon 7 per cento annuo d’interesse.

 

 

Il fatto che un governo di prim’ordine si assoggetta a queste condizioni sicuramente poco brillanti e ricorre fino agli Stati Uniti per avere credito; l’altro fatto, risaputosi subito, che alcune città della vicina monarchia sono venute in Italia a chiedere denaro offrendo il 5,50 e il 6 per cento, e finalmente la depressione persistente delle vendite 4 per cento carta austriaca ed ungherese cadute sino al corso di 83 corone, ossia sino a dare un frutto netto del 4,75 per cento, frutto che può considerarsi posteriormente pagato in oro, dato l’obbligo della Banca d’emissione di vendere divise estere ad un prezzo fisso, hanno fatto sorgere alquanta curiosità intorno alle condizioni dell’economia e della finanza dell’impero a noi unito da così stretti vincoli politici ed economici.

 

 

Dico subito che le condizioni del mercato austro-ungarico non sono in fondo diverse da quelle degli altri paesi del mondo nel presente momento; ma soltanto risentono alquanto più le conseguenze di talune fra le caratteristiche fondamentali del presente momento economico; sicché il paese, mentre ne gode i vantaggi, non può sottrarsi ai danni inseparabili da questa relativa accentuazione.

 

 

Volendo riassumere i tratti caratteristici dell’economia mondiale odierna, credo che non si vada lontani dal vero, asserendo che: – riparate le conseguenze della crisi economica del 1907, il mondo torna ora ad attraversare un periodo di grande prosperità economica. Al periodo delle sette vacche magre (non furono sette, ma tre o quattro gli anni necessari per curare le ferite del 1907) è successo nel 1910 e più nel 1911 un nuovo periodo delle vacche grasse. Noi siamo spinti all’insù dalla grande ondata della marea economica. La marea si ritirerà, come è fatale; all’attività febbrile dell’oggi succederà la reazione. Per ora la marea monta e noi saliamo verso l’alto trasportati con essa.

 

 

Caratteristica del salire della marea economica è l’ascesa dei prezzi. Il numero-indice dei prezzi, che nel quinquennio di base del 1901-905 era a Londra calcolato a 100, al principio del 1901 era salito a 115, alla fine del 1911 era arrivato a 117,50, ed ora (fine novembre 1912) è giunto a 125.

 

 

Il che vuol dire che i prezzi in media delle merci e derrate più importanti sono del 25 per cento superiori a quelli del quinquennio 1901-905. Quando i prezzi salgono, vi sono molti che si lamentano e sono effettivamente danneggiati; e sono coloro che vivono di redditi fissi (operai, impiegati, capitalisti creditori). Ma le loro querele si perdono nel clamore più fragoroso delle genti che corrono dietro alla ricchezza, la quale appare crescente. I profitti salgono i dividendi delle società anonime aumentano, l’agricoltura ottiene buoni prezzi e i valori delle terre salgono, i commercianti hanno un giro d’affari più ampio e lucroso, gli stessi operai veggono aumentare i loro salari monetari, spesso senza bisogno di scioperi, le cifre del commercio internazionale ed interno si gonfiano e toccano dei veri records. Dappertutto, in Germania, in Italia, in Egitto, nell’India, il 1912 segnala records nelle statistiche del traffico internazionale, dei trasporti ferroviari dei tonnellaggi marittimi. Le cifre degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Germania sono specialmente strabilianti. Negli Stati Uniti, citerò solo questa cifra: le importazioni dei primi nove mesi del 1912 segnarono 7 miliardi e 600 milioni di lire circa, contro 6.350 miliardi nello stesso periodo del 1911: ed alle esportazioni si ebbero 9 miliardi e 400 milioni contro 8 miliardi e 350 milioni.

 

 

Quando i prezzi ed il traffico aumentano, le imprese fanno appello al credito per nuovi impianti. Negli Stati Uniti, paese convulsionario per eccellenza, nel 1909 e 1910 i carri ferroviari giacevano inutilizzati sui binari.

 

 

Oggi i carri mancano. Siamo dinanzi nuovamente alla fame di carri. Onde ordinazioni di carri, locomotive, di rotaie. L’industria siderurgica, stimolata altresì da una attività straordinaria nei cantieri navali inglesi e tedeschi, riprende l’aire. Ferro, acciaio, rame, stagno sono grandemente richiesti e raggiungono prezzi elevatissimi. Ma rincara sovratutto il denaro. Gli impianti industriali e ferroviari nuovi costano miliardi; ed il risparmio non può fornire subito tutta la quantità richiesta di nuovi capitali; onde si fa più esigente. Le obbligazioni industriali in Svizzera fino ad un anno fa si emettevano normalmente al 4 per cento netto. La primavera scorsa accadde che un istituto di finanziamento di intraprese elettriche offerse ai suoi obbligazionisti di convertire anzitempo le obbligazioni al 4 per cento che sarebbero scadute fra un anno in obbligazioni al 4,50 per cento. Era un segno dei tempi. I dirigenti vedevano montare la marea economica e si premunivano contro un rincaro ancor più grande del tasso dell’interesse nell’avvenire. Oggi infatti istituti solidissimi nello stesso paese emettono obbligazioni al 5 per cento netto. Mentre crescevano i bisogni industriali, si acuivano i bisogni finanziari degli Stati. Non che i bilanci normali degli Stati stiano male. Quando i prezzi ed i profitti aumentano i bilanci degli Stati registrano continue plusvalenze. Le imposte sui redditi fruttano di più, perché i profitti, i guadagni ed i redditi monetari, sono cresciuti; ed un’imposta del 10 per cento frutta di più dei redditi salgono da 100 a 110. Le genti, persuase di guadagnare maggiormente, consumano vieppiù; onde le privative del tabacco e del sale e le imposte sui compensi danno brillanti risultati. Col crescere dei proventi si riesce però a far fronte solo all’aumento delle spese correnti. Nuovi servizi, miglior assetto dei servizi antichi, aumenti di paghe agli impiegati pubblici assorbono spesso tutto l’incremento del reddito. Rimangono fuori in tutto od in parte le spese in conto capitale. Stati e municipi debbono provvedere a nuovi impianti ferroviari o delle aziende municipalizzate; e, non potendo provvedervi con le entrate correnti, ricorrono al credito. Si aggiungano poi e sovratutto le guerre e le minacce di guerra: il Marocco, la Tripolitania, ed ora la guerra balcanica ed i preparativi per prevenire un possibile conflitto austro-serbo assorbono miliardi. Tutti gli Stati quale più quale meno, ricorrono al credito. Si calcola che, appena sarà conchiusa la pace e sarà dileguato ogni timore di complicazioni europee, vi sarà una vera corsa all’accaparramento dei mercati finanziari; 2.500 milioni di prestiti si annunciano, con più o meno fondamento di dati sicuri ma con probabilità grande, per quel giorno. Anche paesi all’infuori del teatro attuale delle complicazioni europee, elaborano programmi grandiosi di opere pubbliche: basti pensare ai prestiti della Cina, che variano di importanza, da quello dei 1.500 milioni di lire prima negoziato colle sei potenze al più modesto prestito dei 250 milioni contrattato, all’insaputa dei diplomatici, con outsider, il banchiere Crisp di Londra.

 

 

È in questo ambiente che si deve svolgere l’azione particolare dell’Austria-Ungheria. Paese laborioso, ma non abbondante di capitali; con un’agricoltura ricca, ma con industrie bisognose di nuovi impianti; con entrate finanziarie in aumento, ma non in aumento sufficiente a provvedere ogni quattro anni alle spese di una mobilitazione generale; vicinissimo all’Oriente ed ai paesi balcanici, e perciò atto a risentire per il primo i dannosi effetti della guerra di liberazione dalla Turchia. Che l’Austria-Ungheria abbia attraversato negli ultimi due anni un periodo economicamente favorevole, non v’è dubbio. L’agricoltura, senza la cui prosperità non si può pensare alla prosperità dell’industria e dei commerci si calcola abbia incassato, senza tener conto dei prodotti secondari, un’entrata lorda di 7.150 milioni di corone, circa 600 milioni di più che nell’anno precedente. Donde un rialzo nei prezzi delle terre, è l’imperversare di una vera fame di terre da parte dei contadini, i quali pagano la terra oggi il doppio di ciò che valeva dieci anni fa. Donde un incremento nelle operazioni di credito fondiario, indispensabile per il frazionamento della grande proprietà. La monarchia si giova altresì di un fenomeno somigliante a quello che allieta l’Italia; e come noi introitiamo 500 milioni di lire per rimesse di emigranti, così l’Austria incassa dalla stessa fonte da 250 a 280 e l’Ungheria da 200 a 220 milioni di corone all’anno. La prosperità dell’agricoltura ha reagito sul commercio e sull’industria. Il commercio internazionale nel 1911 è stato in complesso di 5.543 milioni di corone in Austria, in aumento di 272 milioni sull’anno precedente; e fu di 3.800 milioni in Ungheria, pure in incremento sull’anno precedente. L’affluire alle città di gente arricchita dalle campagne ha dato un grande impulso all’industria edilizia, specialmente a Vienna e a Budapest. A Vienna si sono nel 1911 costruite 1.000 case nuove contro 850 nel 1910; a Budapest 600 contro 473. Salvo i cotoni, i diversi rami d’industria si svilupparono fortemente: specialmente le industrie siderurgiche, le fabbriche di armi, i cantieri navali. Nel 1911 tra creazioni nuove ed aumento di capitale di antiche società anonime, si investirono nelle industrie e nelle banche ben 608 milioni di corone. Somma notevolissima per un paese in cui la formazione del risparmio nuovo è relativamente limitata.

 

 

La pressione sul mercato monetario nazionale si trovò accresciuta dalle richieste del Governo. I bilanci pubblici dell’Austria e dell’Ungheria salgono insieme alla cifra grandiosa di 4.300 milioni di corone. Nel 1911 il maggior gettito delle imposte fu alla sola Austria di 110 milioni di corone in confronto al 1910. Il popolo austro-ungarico, benché sia tra i più gravati di imposte d’Europa paga somme ogni anno maggiori. Tuttavia, sebbene il bilancio preventivo austriaco pel 1912 si pareggi nella cifra di corone 2.916.065.263, e quello ungherese nell’altra di 1.852,7 milioni di corone, rimangono ogni anno fuori bilancio somme non indifferenti, per spese così dette di investizione, ossia in conto capitale a cui bisogna provvedere col credito.

 

 

Nel 1911 furono emessi buoni del Tesoro e rendite per 450 milioni di corone, che vennero ad aumentare un debito che nel 1911 raggiungeva per l’Austria-Ungheria in comune la cifra di 5.171.058.855 corone, per l’Austria da sola di 6.908.411.839 e per l’Ungheria pure da sola di 4.881.027.792 corone, in tutto 16.960.498.386 corone corrispondenti a quasi 18 miliardi di lire nostre. Si comprende agevolmente come il concorso in un solo anno di richieste così forti come quella di 450 milioni di corone di prestiti dei due Stati; di circa 660 milioni di corone di nuove obbligazioni comunali ed ipotecarie, a cui si devono aggiungere i 608 milioni di azioni industriali e bancarie, abbia esercitato un forte pressione sul mercato nazionale di risparmio, forse impari a tanto sforzo. Ben è vero che l’Austria cercò insistentemente di farsi aprire il mercato di Parigi, per evitare almeno al mercato nazionale l’onere di dover provvedere anche ai bisogni dello Stato; ma ebbe ad urtarsi contro un reciso rifiuto, motivato sovrattutto da ragioni politiche. Cercò anche l’Austria di sottrarsi all’egemonia che, per le emissioni di titoli di stato, esercitava a Vienna il gruppo bancario costituito dalla casa Rotschild di Vienna e dal Creditaustalt Austriaco, affidando l’emissione dei suoi prestiti ad un gruppo capitanato dalla Cassa postale di risparmio; ma il successo fu mediocre. Ed il tentativo dovette ora essere abbandonato, quando si vide che il pubblico tendeva più a ritirare che a portar denari alle casse postali di risparmio; nel novembre ultimo furono ritirati 15,66 milioni di corone contro 11,3 nel novembre 1911, e furono versati solo milioni 8,67 contro 10,94. Onde, per l’odierna emissione di buoni del tesoro si ritornò a cercare l’appoggio del gruppo Rotschild-Creditaustalt, che ha procurato il collocamento dei 250 milioni di corone a New York presso la Banca Kuhn, l’Oeb and Co. e la National City Bank.

 

 

Il ricorso all’estero si imponeva se si voleva evitare al mercato interno una scossa troppo grave. L’ondata di prosperità mondiale ha avuto indubbiamente anche una felice ripercussione in Austria-Ungheria; ma ha condotto forse ad eccessi di speculazione e di impianti. Ho già indicato sopra come siano state notevoli le emissioni di nuovi titoli nel 1911: circa 1.700 milioni di corone tra titoli di stato, di comuni, di credito fondiario e di imprese industriali e commerciali. Pel 1912 non si posseggono ancora dati completi; ma la marea montante ha seguitato a produrre i suoi effetti.

 

 

Tutti i mesi di primavera e dell’estate sino alla vigilia del famoso sabato nero del 12 ottobre, la speculazione aumentista infierì vivacissima a Vienna ed a Budapest, con il solito codazzo di nuove emissioni, di lanciamenti di nuove intraprese con azioni emesse con premio fin dall’inizio. Tutto ciò aveva stancato i mercati; e fu la causa principalissima per cui Vienna fu, come spiegai altra volta, la piazza più colpita dalla crisi borsistica europea del 12 ottobre. Qualche fallimento di case commerciali assai interessate nei Balcani, in seguito alla moratoria decretata dai Paesi belligeranti, il suicidio del capo di una nota ditta bancaria sparsero diffidenza tra i capitalisti. Onde il persistere del marasma e le difficoltà di emettere prestiti e collocare titoli all’interno. Il denaro si rarefà e tutti cercano di farne provvista anche per costituire una riserva in vista delle eventualità di guerra che il popolo teme doversi verificare. Poche cifre comparative tratte dalle situazioni della banca austro-ungarica basteranno per dare un’idea della tensione del mercato monetario viennese. Al 7 dicembre 1912 la circolazione dei biglietti di banca ammontava a 2.569 milioni contro 2.323 nel 1911, 2.179 nel 1910 e 1.872 nel 1907; e la quantità di biglietti soggetta a tassa ossia eccedente i limiti normali era di 438 milioni al 7 dicembre ultimo, contro 93 il 7 dicembre 1911, 101 alla stessa data del 1910 ed un margine libero di 112 milioni nel 1909. In confronto al 30 settembre, la circolazione il 7 dicembre presentava nel 1912 un peggioramento di 207 milioni, contro un miglioramento di 137, 133, 106, 92, 32 e 78 milioni nei sei anni antecedenti. È manifesto che tutti cercano di far denaro, per costituirsi una riserva nei giorni torbidi che si presentano o per far fronte agli impegni, che giungono mano a mano a scadenza. A tale scopo la quantità della carta cambiaria presentata allo scopo aumenta: il portafoglio della Banca Austro-Ungarica che era il 7 dicembre del 1907 di 666 milioni di corone ed era ancora di 784 milioni alla stessa data del 1910 e di 1.029 nel 1911 e di 1.188 milioni il 7 dicembre 1912. Il portafoglio cresce nonostante che sino dal 16 novembre la banca abbia aumentato al 6 per cento il tasso ufficiale dello sconto, tasso, commenta la Neue freie Presse, che la nostra generazione ha visto due sole volte: 13 anni fa durante la guerra del Transvaal e 5 anni fa durante la crisi americana. Ed aggiunge la Neue Freie Presse che altre volte il tasso ufficiale di sconto del 6 per cento aveva provocato un aumento del tasso privato solo sino al 7 per cento, mentre stavolta le banche private scontano all’8 e 9 per cento e tre costruttori edilizi pretendono anche il 10 per cento. Crisi dunque di crescenza: un paese che progredisce e lavora; ma si slancia forse troppo impetuosamente sulla via della ascensione economica comune nel momento presente a tutti i paesi del mondo, mentre le sue disponibilità di risparmio, non sufficienti neppure alle nuove iniziative economiche richiedono di essere impiegate con grande parsimonia, e collo sguardo fisso alle gravi responsabilità imposte ai dirigenti la politica economica del paese dalla delicata situazione politica della monarchia.

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