Automi e uomini vivi

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1949

Automi e uomini vivi

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1949, pp. 233-238

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 316-319

Liberismo e liberalismo, RRicciardi, Milano-Napoli, 1957, pp. 185-190

 

 

 

Come per i singoli istituti sociali ed i diversi costumi, così esiste un punto critico, al di là del quale una società degenera e decade per esagerazione di uno dei suoi elementi. Una società di onesta gente ubbidiente, diventa presto vittima del tiranno o morta gora di impiegati e di mandarini, la cui carriera si svolge attraverso ad esami e concorsi, concorsi ed esami, gerarchie di gradi, di onorificenze e di stipendi. Chiamavasi “regola” quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri grandi fondatori avevano dato agli ordini monastici; così come oggi si chiamano “piani” o” programmi quelli che i consigli dirigenti delle società comunistiche formulano per la organizzazione del lavoro e la giusta ripartizione del prodotto totale sociale fra tutti i cittadini. La “regola” era fondata sullo spirito di rinuncia dell’individuo, sulla dedizione dei singoli al bene comune, sull’abbandono dei beni terreni per la conquista della felicità eterna.

 

 

Finché durò lo spirito di rinuncia, di dedizione, di abbandono, conventi e monasteri prosperarono; si dissodarono lande incolte, la vita materiale e spirituale risorse, attenuando la ferocia dei costumi barbari, furono coltivate le discipline sacre e profane ed i conventi diventarono fari luminosi di cultura in mezzo alle tenebre medioevali. Giunse tuttavia il momento in che i più degni, i fratelli maggiormente dotati dello spirito di carità, di rinuncia e di ubbidienza, riluttarono ad assumere le redini del convento e queste caddero in mano agli ambiziosi, agli ipocriti, a coloro che perseguivano ideali terreni. Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o meno, si assiste alla medesima vicenda: un padre guardiano, un priore il quale, per adornare meglio l’altare o per fare sfoggio di liete accoglienze ai potenti della terra, esige strettamente le prestazioni dovute dai villani dedditizi, i quali avevano donato sé, i familiari e la terra al convento in cambio di protezione; riduce il cibo ed i vestiti prima ai conversi e poi ai fratelli. La uguaglianza tra i fratelli ed i conversi è violata a favore dei cadetti delle grandi famiglie feudali; le cariche vengono attribuite a preferenza ai fratelli privilegiati e poi diventano ereditarie; sicché verso la fine del secolo XIV l’antica uguaglianza comunistica è venuta meno e sul convento impera l’abate commendatario, designato tra i cadetti della famiglia che forse in origine aveva dotato il convento di qualche terra. I redditi delle terre conventuali sono suoi; ed i frati vivono di queste e di elemosine. Trascurate le sacre funzioni, negletti gli studi, la vita trascorre uniforme nell’adempimento dei riti consueti ed in inutili maldicenze. Sinché i conventi furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano; e questi si dedicavano con entusiasmo a dissodar la terra, a leggere negli antichi codici, a predicare la parola di Cristo; e tra i migliori l’ottimo era, per consenso universale, eletto capo. Ma egli non aveva uopo di comandare, ché bastava il suo esempio e osservare spontaneamente da tutti la regola. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicar ad esso sé e la famiglia ed i beni, sicuri di ottenerne protezione e pace. Ma la ricchezza partorisce la corruzione; agli uomini del sacrificio si aggiungono i procaccianti, gli amanti della vita detta contemplativa perché comoda. I grandi destinano al convento i cadetti e questi ambiscono i posti di contando; e così ha inizio la decadenza.

 

 

Non diverso è il giudizio delle società comunistiche, dove si è oltrepassato il punto critico dell’equilibrio tra la sfera pubblica e quella privata; e tutti i mezzi di produzione sono divenuti pubblici. Se tutti gli uomini fossero nati all’ubbidienza e se esistesse un mezzo di selezione per cui i migliori fossero portati ai posti di comando, quella società potrebbe vivere e se non grandeggiare, render contento l’universale. Ma ridotta nelle campagne la sfera privata a quella d’uso, all’economia della casa dove la famiglia vive, dell’orto e del giardino, degli animali da cortile e di quell’unico grosso capo il quale può essere alimentato coll’erba del breve terreno circostante alla casa; scomparsa del tutto ogni sfera privata nelle città all’infuori delle poche camere d’abitazione, subito si vede quanto sia grande il potere di coloro che stanno ai posti di comando, là dove si compilano i piani della produzione e si sovraintende alla loro esecuzione. Ai posti di comando si delibera quanta parte dei fattori di produzione – terre, macchine, scorte, lavoro – debba essere destinata a produrre beni strumentali (risparmio investimenti) e quanta a produrre beni di consumo.

 

 

Se i dirigenti hanno l’occhio intento più al futuro che al presente, minore sarà la quota destinata a produrre beni presenti e più basso il tenore di vita della popolazione. Il lavoro, impiegato a costruire ferrovie nuove, a regolar fiumi, a contenere acque ed a renderle atte a produrre energia elettrica od a irrigar campi, non può essere contemporaneamente destinato a produrre frumento o carni o latte o vestiti o case.

 

 

Se i dirigenti paventano o desiderano guerra di difesa o di conquista, hanno il potere di destinare i fattori produttivi a creare mezzi strumentali di guerra invece che di pace. Per ciò che si riferisce ai beni di consumo, essi hanno il potere – e perché, avendolo, non lo userebbero? – di scegliere quei beni i quali, secondo il loro criterio, sono più utili ai consumatori. Al luogo della domanda volontaria, essi hanno la facoltà di porre un loro proprio criterio, il quale potrà essere oggettivo, scientifico, ad esempio, l’ottima dieta alimentare calcolata con i più perfetti metodi consigliati dalla fisiologia e dall’igiene, ma è diverso da quello che spontaneamente sarebbe adottato dagli uomini consumatori. Se trattasi di beni di consumo durevoli, gli ordinatori del piano hanno il potere di dichiarare preferenze per le vetture automobili, o per gli apparecchi radio o per quelli telefonici, o per una camera di più; e la scelta può essere determinata da ragioni economiche o politiche o propagandistiche. Chi, se non le autorità dei piani, deciderà quali classici debbano essere ristampati, quali correnti di idee diffuse nei libri, nelle riviste e nei giornali? Chi sceglierà, fra le innumerevoli proposte di invenzioni, quelle le quali meritano di essere sperimentate e poi attuate? Chi adotterà metodi, diversi da quelli usati, nel produrre, nel vendere, nel trasportare?

 

 

L’unico criterio il quale sembra essere accolto è quello consigliato, comandato dalla scienza. Il programma, se non è di umiliazione, come nei conventi, alla volontà di Dio, di rinuncia ai propri desideri a vantaggio altrui, non è nulla se non è razionale. Solo la ragione, guidata dalla scienza, decide le scelte che devono essere compiute dai dirigenti fra le tante vie le quali si presentano dinnanzi ad essi. La scienza di chi? La scienza teorica insegnata nelle scuole, accolta dagli scienziati più famosi; la scienza applicata con successo da tecnici accreditati, i quali hanno già fatto le loro prove; ovvero la scienza la quale si oppone ora ai principi accolti, che pretende di scuoterne le fondamenta astratte e le applicazioni concrete? I dirigenti del piano non possono arrischiare le risorse, sempre limitate, della collettività in esperimenti, i quali potrebbero riuscire male. Affideranno il nuovo, il mai tentato, l’innovatore ad un laboratorio studi, a un istituto universitario sperimentale. Frattanto, il metodo usato sarà quello già provato, già sperimentato. Una società a programma non può subito tentare il nuovo.

 

 

Che se, nelle cose riguardanti la materia, la produzione dei beni materiali, le invenzioni finiranno pur sempre, essendo apprensibili dalla ragione, con l’essere accolte, quali probabilità ci saranno che il nuovo e il diverso trovino accoglienza nelle cose dello spirito? Quale la sorte di colui il quale affermasse che, accanto ai libri indirizzati a spiegare ed a descrivere “il programma”, a dimostrarne la razionalità, a chiarire i vantaggi del consumare quei tanti grassi e proteine e vitamine le quali compongono l’ottima razione posta dai dirigenti a disposizione dei consumatori, devono essere pubblicati libri i quali cerchino di dimostrare la necessità di lasciare ai dirigenti il piano alimentare la mera facoltà del consiglio, non mai della decisione? Spettare questa decisione all’uomo singolo, al quale deve essere riconosciuto il diritto di non seguire i piani ottimi dei dirigenti, di mettere sotto i piedi i consigli più razionali della scienza; di preferire il pane di segala, se così gli talenta, a quello di frumento, pur maggiormente nutritivo, di mettere la polenta al disopra della carne; di non volerne sapere della radio o del telefono o dei giornali pubblicati col consenso dei dirigenti intellettuali; ma di volere invece dare opera a restaurare una cappella distrutta dagli atei o di voler acquistare un giornale straniero, il quale ogni giorno pubblica critiche dell’economie a programma ed insegna che i programmi consacrano l’onnipotenza dei dirigenti?

 

 

Come nei conventi, coloro i quali non credono nella “regola”, e discutono qualcuno degli articoli di fede su cui la regola è fondata, sono eretici vitandi e, scomunicati, sono posti al bando della comunità, così i ribelli ai principi medesimi del programma in una società comunistica sono corpi estranei, i quali non possono essere tollerati. Anche se si fa astrazione dallo sterminio dei milioni di eretici, presunti tali perché appartenenti ai ceti dell’aristocrazia o della borghesia o della vecchia intelligenza, anche se non si voglia, contro le offerte testimonianze , prestar fede ai processi contro gli eretici usciti fuori dalle file medesime dei comunisti, ma non ossequienti in tutto al comando dei dirigenti, è evidente che in una società programmata o comunistica il dissidente, colui che nega il diritto dei dirigenti di decidere al luogo dei singoli uomini nelle cose che li riguardano singolarmente, non può né ora né poi né mai essere tollerato.

 

 

In tempi divenuti più gentili, meno feroci per essere oramai il sistema saldo in arcione, l’eretico deve essere se non soppresso, messo al bando. L’ostracismo è la sanzione più tenue si possa immaginare contro il ribelle ai programmi.

 

 

La scelta dei nuovi dirigenti è fatta in ragione dell’ossequio prestato a coloro i quali già si trovano a capo dei corpi, dei consessi direttivi di programmi. Prima importa essere ammessi a dirigere; e poi si potrà dimostrare che la via seguita fino ad ora non è in tutto razionale, ma può e deve essere modificata in ossequio alla ragione. Il dettame della scienza deve, prima di diventare norma di condotta, passare attraverso la trafila degli organi costituzionali. Giova ciò al progresso della scienza e delle sue applicazioni? Anche se non si voglia risolvere il quesito, importa constatare che il metodo dei programmi applicato a tutta la vita, quella materiale e quella intellettuale, accentua il carattere di uniformizzazione, di livellamento, di adeguamento ad un metro comune che è proprio della civiltà moderna industriale e ne costituisce uno dei maggiori pericoli. In omaggio alla ragione, in ossequio alla scienza, la vita che è il nuovo, che è l’insolito, che è varietà, che è contrasto, che è dissidio, che è lotta, perde la sua medesima ragione d’essere.

 

 

Ancora una volta, con l’estendere il programma fuori della sua sfera propria, che è quella pubblica, alla sfera che è invece propria dell’individuo, della famiglia, del gruppo sociale, della vicinanza, della comunità, della associazione volontaria, della fondazione scolastica benefica educativa, tutti istituti coordinati bensì ed interdipendenti, ma forniti di propria vita autonoma, di propria volontà, noi abbiamo oltrepassato il punto critico. Siamo di fronte non ad una società di uomini vivi, ma ad un aggregato di automi manovrati da un centro, da una autorità superiore. Sinché in costoro non siano ancora spenti altri impulsi, altri sentimenti ereditati dalle generazioni passate, succhiati col sangue materno, appresi dalla tradizione degli avi, questi automi saranno dei magnifici soldati pronti ad ubbidire al comando di chi ordina loro di farsi uccidere; ma non sono cittadini consapevoli, non sono uomini, i quali a chi comanda di compiere un atto contro coscienza sappiano rispondere: no, fin qui comanda Cesare, al di qua ubbidiamo solo a Cristo ed alla nostra coscienza.

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