Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Autonomie locali ed intemperanze socialiste

«Corriere della Sera», 7 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 97-99

 

 

 

Il congresso dei comuni socialisti si è inspirato ad un’idea fondamentale: che lo stato debba concedere la più larga, la più compiuta autonomia ai comuni. Non più vigilanza, non più tutela, non più limiti alle imposte ed alle spese. Liberi gli amministratori comunali di fare tutto ciò che essi credono, di assegnare a se stessi diarie ed assegni, di moltiplicare le funzioni del comune, di far debiti e di caricare di imposte i contribuenti. Il giuoco è chiaro e semplice. La conquista dello stato è per i socialisti una impresa più lunga e difficile di quella che poteva credersi dapprima. Invece molti comuni sono già conquistati: 2.500 su 8.500; e 25 provincie su 69. Se gli enti locali fossero autonomi, ossia gli amministratori locali fossero liberi di fare ciò che vogliono, sarebbe più agevole cominciar di lì l’esperimento socialista, e sovratutto sarebbe più facile di far vivere, spogliando i contribuenti, le numerose clientele del partito, le quali sono corse sotto le sue bandiere nella speranza di trovare posti e stipendi guadagnati e tenuti con poca fatica.

 

 

L’autonomia degli enti locali è tesi attraente, la quale si discute da mezzo secolo ed ha a suo favore parecchi buoni argomenti. Ma noi dubitiamo che la leggerezza, per non dire la fatuità incredibile, con la quale i cosidetti competenti del partito la vogliono attuare farà gran danno ad un principio, il quale entro certi limiti è buono e potrebbe condurre a risultati utili, ove si procedesse a tradurlo in pratica con moderazione. Ha cominciato lo Schiavi, il quale pure sa come sia difficile trovar credito per i comuni ed a quali altezze siano spinte l’imposta e le sovrimposte sui fabbricati, a proporre l’emissione di cartelle edilizie al 4%, ammortizzabili in 50 anni, per la costruzione di case popolari da parte di municipi ed enti autonomi. E siccome è agevole prevedere che neppure una di quelle cartelle troverebbe oggi acquisitori alla pari, così lo Schiavi le vuole affibbiare per forza ai proprietari di case esistenti per il bel pretesto che in tal modo sarà più agevole per essi ottenere il ritorno alla libera contrattazione degli affitti. Chi sarà mai che nei futuri comuni autonomi vorrà ancora costruire una casa, con la bella prospettiva di essere costretto a far mutui per forza ai comuni o di essere, a furia di imposte, espropriato del reddito per pagare gli interessi dei debiti contratti per costruire altre case? Tra lo Schiavi, il quale vuole stabilire imposte speciali sulle case per garantire il servizio dei mutui e l’on. Matteotti, il quale vuole abolito ogni vincolo alla sovrimposta, non si capisce più quale interesse potrebbero ancora avere i proprietari di case (e di terre) a conservare i loro patrimoni, divenuti tutti passivi. Bisognerà, come al tempo del basso impero, fare leggi per vietare ai detentori di beni immobili di disfarsene e sopperire col proprio lavoro al disavanzo inevitabile della loro gestione. L’on. Matteotti non si contenta però di perseguitare i proprietari. Il comune autonomo, secondo la sua concezione, non dovrebbe tollerare massimi e regole fisse: progressività dappertutto, estesa senza limite alcuno di tassazione, magari anche al 100%, all’agricoltura ed al debito pubblico; tassazioni speciali sui redditi di capitale e specialmente sui guadagni ottenuti con il commercio di oggetti dai socialisti ritenuti non necessari o socialmente dannosi; imposta di famiglia conservata ai comuni ed aumentabile a piacimento degli amministratori comunali.

 

 

La causa dell’autonomia comunale non potrebbe essere peggio servita da questi suoi difensori, i quali danno prova di leggerezza, o, poiché non può supporsi ignoranza in persone preposte a pubbliche amministrazioni, di leggerezza inscusabile. Lo stato non può e non potrà mai, se vuole conservare se stesso, consentire ad una autonomia così stravagante e pericolosa. Lo stato non può ignorare che tutte le imposte, sue, delle province, dei comuni e degli altri enti, provengono esclusivamente dal reddito dei contribuenti. Il contribuente non può dare più di tutto il reddito che egli ha. Se ha un reddito di 100, non può dare più di 100. Anzi il totale 100 è un massimo al quale solo un legislatore frenetico può arrivare: perché nessun contribuente produrrebbe o conserverebbe il reddito per il solo gusto di darlo all’esattore delle imposte. Bisogna al contribuente lasciar qualcosa: 20, 30, 40 o 50. Portar via, anche nei gradi più alti, più di metà del reddito, è una politica tributaria suicida. Una politica che distruggerebbe, per eccessiva impazienza ed avidità, la fonte medesima delle imposte. Se dunque 50 lire su 100 è il massimo che ragionevolmente può essere portato via al contribuente, siccome al banchetto fiscale delle 50 lire si assidono insieme stato, province e comuni, è chiaro che lo stato non può disinteressarsi della quota che si pigliano gli enti locali. Togliere i limiti, lasciar mano libera ai comuni ed agli altri enti equivale a dire: voi comuni potete prendervi tutto e lasciare me, stato, al verde. Nessun ministro del tesoro, nessun ministro delle finanze consentirà mai in Italia ad una siffatta aberrazione. Togliere i limiti alle imposte locali sarebbe non solo la espropriazione e la rovina dei contribuenti; sarebbe il fallimento dello stato. Tutto ciò è chiaro, noto, risaputo anche dai capi del socialismo e del comunismo. Perché dunque costoro fanno votare ordini del giorno senza senso?

 

 

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