Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Avvertenza
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 9-12

 

 

 

Ripubblicando, senza alcuna variante che non sia meramente verbale o di punteggiatura, queste lettere inviate dal 3 luglio 1917 al 17 ottobre 1919 al direttore del Corriere della Sera – a cui il volume è offerto in testimonianza di amicizia e di ringraziamento – continuo a rendere omaggio a quel sentimento del dovere che mi aveva indotto a dettarle. Scritte sotto l’impressione degli avvenimenti quotidiani, queste lettere ebbero per iscopo di dimostrare l’infondatezza di concetti e di frasi che nel tempo della guerra e poi in quello di pace corsero tra il plauso universale. Le scrisse uno spettatore qualunque, curioso per suo compiacimento di meditare sulle pagine di scrittori politici da uno dei quali, celeberrimo in Inghilterra, trasse, per meglio annullare la propria individualità, lo pseudonimo apposto alla fine di esse; e le scrisse al solo scopo di indurre i lettori a riflettere sul contenuto di quelle che per il momento avevano colore di verità incontroverse. Perciò, quando la xenofobia imperversava, rivendicò il grandissimo merito del codice civile italiano di aver parificato lo straniero al cittadino (pag. 101) e ricordò sentenze eterne, antiche e nuovissime, di giudici britannici in difesa dello straniero ribelle o nemico (pag. 102 e segg.). Del pari, a più riprese, quando tutti plaudivano alla società delle nazioni, cercai di chiarire come questo fosse un concetto privo di contenuto dottrinale ed effettuale (lettere VII, XI e XII); quando molti speravano che il rinsavimento della Germania potesse provenire dal suo passaggio al tipo di governo parlamentare, misi in luce che la Germania, come l’Italia, era stata costruita da una famiglia e che, se gli errori dell’ultimo suo rappresentante dovevano necessariamente condurre alla scomparsa degli Hohenzollern, non potevano però farci concludere all’eccellenza del nostro tipo di governo su quello germanico (lettere II e X). Quando gli intellettuali, prima pedissequi di ogni cosa tedesca, negavano ai tedeschi persino le qualità di uomo, affermai che la Germania era il nostro solo nemico degno (pag. 123) e riservai il mio dispregio verso quella maschera di stato che noi distruggemmo a Vittorio Veneto.

 

 

Le date apposte agli articoli possono altresì in qualche lieve misura spiegare le ragioni per cui credetti non inutile raccogliere in un volume le lettere prima sparse in tre annate di un ospitale quotidiano. L’inanità del concetto della società delle nazioni (5 gennaio 1918) fu poscia infatti il tema di un volume scritto da un grande industriale torinese e da un acuto economista (Giovanni Agnelli ed Attilio Cabiati, Federazione europea o società delle Nazioni? Torino, Bocca, 1918); il tradimento della scuola italiana al suo datore verso la patria (18 novembre 1917) procurò ad un insegnante coraggioso contumelie iraconde in un congresso di professori secondari tenutosi in Pisa; ed in questa medesima collezione fu pubblicato uno studio di un economista germanico (Max Weber, Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania – Bari, Laterza, 1919), in cui si dichiarava che il gran torto della dinastia e dei politici tedeschi era stato quello di non aver consentito a quelli che si erano dimostrati degni di partecipare attraverso il parlamento al governo del paese (lettere II e X, 3 agosto 1917 e 16 ottobre 1918).

 

 

Queste ed altre verità furono detto nelle lettere che qui si ripubblicano forse prima che da altri pubblicisti quotidiani in Italia; non prima però che esse non fossero già patrimonio comune ed accettato tra gli uomini che appartengono alla compagnia dei curiosi della scienza politica.

 

 

Se le lettere avessero dovuto essere riscritte e rifuse, l’autore avrebbe probabilmente corretto qualche suo giudizio. Non correggerebbe quello su Wilson, la cui figura rimane tuttora gigante per ciò che tocca il titanico sforzo compiuto per far intervenire gli Stati Uniti nelle cose d’Europa (lettera IX), mistica per l’ostinazione posta nell’attuare il concetto irreale della società delle nazioni (lettere IX ed XI), e dirittamente loica epperciò antistorica, nel trarre da quel concetto illazioni antitaliane nella questione di Fiume (lettera XII). Aggiungerebbe invece, laddove si parla (pag. 93) delle aspirazioni nord – americane a trasformare la teoria di Monroe in una supremazia politica degli Stati Uniti sull’intiero continente americano, essere augurabile che gli Stati Uniti siano costretti ad indirizzare ad altra mira la loro potenza, in particolar modo assumendo, insieme con l’Inghilterra, una parte vie maggiore nel governo del mondo anglo-sassone, sicché ai popoli latini sia consentito un raggruppamento di forze, il quale da Trieste e da Tunisi e Tripoli giunga sino al Messico ed al Cile. Correggerebbe altresì il suo giudizio sullo stato maggiore italiano (pag. 48), segnalando come gli uomini da lui idealizzati fossero quelli che sapevano far sangue del proprio sangue le pagine di Nicola Marselli (pag. 171), non i figli della borghesia cercanti nella milizia un collocamento sicuro e tranquillo (pag. 176). Ma le mutazioni di giudizio che, rileggendo le cose scritte dianzi, parvero all’autore intervenute nel suo modo di vedere i fatti politici recentemente trascorsi, sono così lievi, che dalla loro pochezza egli si fa ardito a concludere che qualcuno, tra coloro a cui la presente silloge capiterà tra mano, possa ritenerla non del tutto sommersa dalla corrente impetuosa degli avvenimenti politici, i quali ad ogni ora sopraggiungono a fornire nuova cagione di stupore e di inquietudine agli uomini.

 

 

16 novembre 1919.

L’AUTORE.

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