Banche con aggettivi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/08/1924

Banche con aggettivi

«Corriere della Sera», 23 agosto 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 808-813

 

 

 

Esistono talune combinazioni di parole, le quali, appena pronunciate, fanno subito pensare che esse siano state messe insieme per artificio, sicché le parole così combinate si guardino in cagnesco e durino fatica a tollerarsi scambievolmente. Così è della combinazione «banca fascista» che si sentì poco fa pronunciare quasi fosse una innovazione urgentissima nel meccanismo economico e politico esistente oggi in Italia.

 

 

Nuova del tutto la combinazione non è, perché sono numerose in Italia le combinazioni aventi suono consimile di «banca cattolica» e non poche le banche le quali, senza portare nel titolo la traccia esteriore della propria fede, sono o furono in mano al partito socialista o ad uomini di questo partito. I socialisti avevano preferito mettere le mani su istituti bancari cooperativi di cui il capitale era prevalentemente fornito dallo stato o da enti semi – pubblici, soggetti alle pressioni statali; ma, talvolta, come a Torino, avevano anche fondato una Cassa di risparmio, alimentata da veri risparmi popolari, in seno alla propria alleanza cooperativa. Così facendo, avevano imitato le famose cooperative all’ingrosso inglesi e scozzesi, ognuna delle quali ha creato nel proprio seno un fiorente ramo bancario. Ed è vivace negli Stati uniti un movimento popolare il quale sprona gli operai a portare i proprii risparmi esclusivamente a casse create dalle leghe di lavoratori, cosicché i risparmi operai giovino non alle imprese capitalistiche, ma vengano adoperati per facilitare la creazione di cooperative di produzione o per fornire capitale circolante alle cooperative di consumo.

 

 

Tutto ciò è perfettamente lecito e può essere vantaggioso. Colui il quale ha una fede deve essere libero di usare tutti i mezzi a sua disposizione per far trionfare i proprii ideali. Se il cattolico vuol giovare a commercianti, ad agricoltori, ad industriali cattolici e non a quelli protestanti od israeliti od agnostici, porti pure i risparmi suoi alla banca cattolica; e così dicasi del socialista o del fascista.

 

 

Occorre por mente soltanto a talune condizioni. La prima delle quali si è che i socialisti sono bensì liberi di portare danaro alla banca socialista; e così i cattolici ed i fascisti; ma a nessuno sia lecito di far versare nella propria banca di parte i risparmi «altrui» colla forza della legge o colla prepotenza del governo. Fu un tempo in cui su queste colonne si criticarono i socialisti non perché avessero istituito casse di risparmio in seno alle proprie cooperative, ma perché erano riusciti ad agguantare, per la debolezza dei governi, i risparmi del pubblico generico e, attraverso a sedicenti istituti semipubblici, a farli convergere a favore di proprie imprese buone e cattive. Libero cioè ogni cattolico o socialista o fascista di depositare i proprii risparmi presso la banca del proprio cuore; vietato a tutti di servirsi dell’arma della legge o delle influenze di governo per impadronirsi dei risparmi di coloro che vollero depositare i proprii danari in una banca o cassa senza aggettivo.

 

 

Perciò assumo come premessa indiscutibile che la banca fascista, se sarà creata, riceva i depositi volontari dei proprii affiliati; ma non disponga neppure di un centesimo dei miliardi depositati presso la casse postali di risparmio ed amministrati dalla Cassa depositi e prestiti.

 

 

Entro questi limiti, il problema della banca fascista ha il valore di uno dei tanti esperimenti che si fecero e si fanno nel campo delle banche di partito. Ho l’impressione che le banche cattoliche o socialiste od operaie le quali non sono fallite o non sono state liquidate siano almeno tanto poche quante in genere sono poche le banche ordinarie «senza aggettivi» le quali sopravvivono nella difficile battaglia per acquistare una clientela attiva e passiva. L’arte bancaria è un’arte difficilissima; e l’aggiunta d’un aggettivo qualunque al titolo è atto, forse, soltanto a crescere difficoltà già per se stesse eccezionali.

 

 

Le difficoltà dell’arte bancaria sono eccezionali. Il capo di un’impresa industriale o commerciale la quale ha avuto successo, è, per fermo, senz’altro un uomo di valore. Non si crea e non si fa prosperare un’industria senza conoscere bene materie prime, metodi di lavorazione, mercati, maestranze, senza aver rischiato, lavorato, studiato, maneggiato uomini. Ma il banchiere non deve conoscere soltanto una industria, ma tutte quelle a cui fa fido, non un mercato ma molti mercati, perché da un qualunque punto della terra può venire la bufera che ridurrà od annullerà il valore dalla carta da lui scontata. Il banchiere deve conoscere non solo i prezzi di una o poche materie prime, di uno o pochi prodotti finiti, l’andamento dei salari in una industria. Tutti i prezzi lo interessano e tutti egli deve seguire; ed in aggiunta egli deve conoscere a fondo la struttura e la consistenza patrimoniale delle imprese a cui affida danari non suoi.

 

 

Egli dispone, è vero, oggi di sussidi ignoti ai suoi antecessori. Le grandi banche moderne hanno impiantato uffici studi ed uffici sviluppo, i cui archivi contengono dati preziosissimi, accumulati con pazienza, in seguito a rapporti riservati, su ognuno che possa aver bisogno dell’aiuto della banca. Quale felicità per uno studioso se riuscisse a leggere in questi archivi! Quale ampia messe di notizie ignorate sullo sviluppo economico dei vari paesi! Una banca nuova, la quale sorga oggi, dovrà durare gran pena di anni, forse di decenni per accumulare i tesori di esperienza e di notizie che le banche esistenti hanno messo insieme attraverso ad esperienze fortunate o disastrose. La nuova banca dovrà rifare le stesse esperienze, commettere gli stessi errori, prima di poter guardare con sicurezza l’avvenire. Ma tutto sarà vano – archivi bene ordinati, esperienza accumulata, personale esecutivo scelto attraverso setacci finissimi – se non si possederà il fattore primo di successo di una banca: l’uomo.

 

 

«Riceveva i clienti in piedi; li faceva parlare ed in quindici minuti li giudicava. Non accadde mai che si sbagliasse». Così, pochi giorni or sono, un italiano, che all’estero fa onore al suo paese, mi scolpiva il direttore di una grande banca. E così lessi sempre, quasi con le stesse parole, nei libri di memorie e di ricordi di banchieri. Ufficio del banchiere è invero quello di affidare danari altrui all’uomo capace e probo, il quale sappia farli fruttare a proprio vantaggio ed, al momento stipulato, li restituisca. Solo i fatui possono immaginare che questo sia un compito facile. Nel mondo economico non ne esiste altro più difficile. Tutti credono se stessi capaci; e tanto più ne sono persuasi quanto più farneticano di progetti scombinati, di invenzioni sballate, e quanto minore è la propria capacità direttiva. Tutti dichiarano di essere probi, specialmente quando si è portati a trovare poi pretesti per proclamarsi correttissimi e disgraziati se non si può restituire. Il banchiere invece ha un dovere solo: impiegare in modo sicuro il danaro dei propri fiduciari.

 

 

Se egli ha un momento di falsa pietà, se diventa inutilmente ottimista o fiducioso egli è perduto. E cioè sono perduti i danari dei depositanti. Anche un uomo medio, purché sia un uomo fino, attento e conoscitore dei proprii simili, può governare con successo una piccola banca o cassa di provincia. Ma poiché la banca fascista dovrà essere, suppongo, una banca nazionale, non potrà reggersi se non sia governata da alcuni uomini – uno solo non basta nelle grandi organizzazioni bancarie moderne – di primissimo ordine.

 

 

In qualunque paese questi uomini sono di una rarità estrema. Fortunate quelle banche le quali riescono ad assicurarsene i servigi!

 

 

In una banca di partito, sia cattolica o socialista o fascista, la difficoltà di trovare i proprii governanti cresce oltremisura in confronto alle banche senza aggettivi, per la necessità in cui essi si trovano di non dimenticare l’aggettivo ingombrante che parrebbe condizionare l’attività del loro istituto. Parlo, s’intende, delle grandi banche a carattere nazionale; non dei piccoli istituti, quasi interni, per dar credito a cooperative affiliate alla medesima organizzazione operaia.

 

 

Può accadere, nei paesi meno evoluti politicamente e bancariamente che anche le banche senza aggettivi debbano pagar taglia alla politica. Ma trattasi di un ramo inferiore o spurio della propria attività. O trattasi di ottenere sovvenzioni statali alle industrie connesse con la banca o di far star zitti gli importuni i quali minacciano interventi legislativi, o governativi, o giornalistici fastidiosi, c’è all’uopo, suppongo, lo specialista addetto a queste opere di bassa cucina. Tutto ciò non rende, ma costa. Nel capitolo delle spese generali si imposta una somma, la cui erogazione non spetta al banchiere, ma all’esperto assoldato all’uopo. Tutto ciò è deplorevole; ma non tocca l’ufficio essenziale della banca.

 

 

La banca con aggettivo, oltre questa percentuale di costo, assimilabile economicamente, sebbene moralmente più bassa, alla percentuale dei fallimenti, deve fronteggiare un altro rischio. Il dirigente deve lottare non solo contro gli uomini non capaci e non probi, desiderosi del danaro dei suoi depositanti, ma contro coloro che, non essendo né capaci né probi, gli chiedono danaro in virtù del proprio aggettivo, perché cattolici, perché socialisti o perché fascisti. Se egli per un istante cede, fatalmente, irrimediabilmente conduce la banca alla rovina. Le cronache dei giornali hanno narrato, anche recentemente, di banche cattoliche rovinate per tal causa. Il dirigente una banca con aggettivo ha dunque il dovere di ripudiare, innanzi ad ogni altra cosa, precisamente l’aggettivo di cui si fregiano gli uomini che lo onorarono della loro fiducia. Anzi questo ripudio deve essere una condizione essenziale della accettazione dell’ufficio da parte sua. Se egli non pone questa premessa preliminare, possiamo essere sicuri che egli è uomo dappoco, immeritevole del posto. Il dirigente deve essere pronto a compiere il suo lavoro di scelta della clientela fra cattolici, fra socialisti, fra fascisti, come se nel suo spirito fosse sempre presente un’altra parola: nonostante. Quando una banca fa credito ai soli cattolici, irresistibile è la tentazione in quelli che han bisogno di credito, di dichiararsi cattolici, anche se la loro fede è scarsa. E poiché chi assume il colore della parte a cui lo attraggono vantaggi materiali non è uomo probo, così il banchiere deve durare l’addizionale fatica di scernere, tra i molti postulanti, i puri, i convinti.

 

Facendo così, egli espone la sua banca al pericolo di dover lasciare inoperosi i proprii capitali. I puri, i convinti, gli entusiasti di un’idea non si reclutano per lo più tra industriali e commercianti, che, affaccendati nelle loro cose, hanno l’abitudine di non interessarsi troppo della cosa pubblica ed il torto di accodarsi a chi loro promette tranquillità presente. Di qui un’altra difficoltà per il dirigente della banca con aggettivi: quella di preferire tra gli aderenti all’aggettivo, quelli che aderiscono ad esso con indifferenza, così come aderirebbero ad un qualunque altro aggettivo, che promettesse loro sconti più favorevoli di quelli consentiti da altra banca.

 

 

Il che si riduce da ultimo a concludere che la banca con aggettivo avrà tanta maggiore probabilità di vita e di successo quanto più l’aggettivo sarà dimenticato ed affatto trascurato dai dirigenti e quanto più grande sarà l’abilità del banchiere nello scegliere, tra i postulanti con o senza aggettivo, solo gli uomini capaci e probi, deliberati a restituire le somme avute in prestanza. Il che si riduce a dire che, qualunque sia il loro nome, di banche buone ve n’è una specie sola e che vano è il tentativo di mutare, cambiandone il nome, la natura di esse.

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