Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Baraonda regolamentare universitaria

«Corriere della Sera», 20 gennaio[1] 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 97-100

 

 

Gli echi dell’amministrazione dell’on. Nasi non si sono ancora dileguati. Molti giornali hanno discorso dei gravi inconvenienti del nuovo regolamento universitario emanato da lui abusivamente in articulo mortis, regolamento che veniva a sovrapporsi ad altri esistenti, creando grande confusione. In proposito noi riceviamo quest’articolo da un professore di uno dei maggiori nostri atenei, che spiega e stigmatizza uno stato di cose a cui è urgente che l’on. Orlando ponga riparo, senza debolezze o troppi riguardi personali.

 

 

Il ministro Nasi sembra abbia voluto lasciare nelle cose della pubblica istruzione un seme di agitazione e di malcontento perenni. Di questi giorni – dopoché già i membri giuristi del consiglio superiore si erano presentati all’on. Orlando per fargli presente la urgenza di modificare gli ultimi decreti stessi – si stanno radunando i consigli delle facoltà di giurisprudenza delle università di Roma, Torino, Napoli, Pavia, Padova, ecc., per protestare energicamente contro alcuni attentati che d’improvviso sono venuti a compiersi contro il carattere scientifico degli studi giuridici e le più elementari norme di buon andamento didattico. La causa della nuovissima agitazione sta nel regolamento universitario, che, sebbene emanato il 26 ottobre e pubblicato il 23 dicembre sulla «Gazzetta ufficiale», appena ora, finite le vacanze natalizie, è stato comunicato alle facoltà, portando lo scompiglio nelle iscrizioni, negli orari e nell’ordine degli studi. Studenti e professori non sanno più a che santo votarsi per fare camminare di pari passo tre regolamenti, quello Boselli del 1890 valido ancora per gli studenti del terzo e del quarto anno, quello Nasi del 13 aprile 1902 valido per gli studenti del secondo anno ed il nuovissimo Nasi del 26 ottobre valido per gli studenti ora iscritti al primo anno. Si pensi, ad esempio, che il primo regolamento Nasi trasportava al primo biennio alcune materie che appartenevano al secondo biennio; e che il nuovo regolamento le rimette al secondo biennio, cosicché quei corsi devono contemporaneamente essere accessibili agli studenti di tutti i quattro anni di legge, coll’obbligo quindi per il professore di far lezione in un’ora nella quale non legga nessun altro professore, la iscrizione al cui corso sia del pari obbligatoria per gli studenti di uno qualunque dei quattro anni, per non far correre agli studenti il rischio di vedersi annullata l’iscrizione e di perdere un anno. D’altra parte i corsi obbligatori sono venti, le ore del giorno sono limitate, gli orari sono già compilati ed approvati dal consiglio superiore. Di qui una confusione anarchica, resa ancor maggiore dal fatto che il nuovissimo regolamento impone agli studenti certe iscrizioni che prima erano vietate, e le impone ora, mentre le iscrizioni dovrebbero essere state chiuse sino dal 15 dicembre.

 

 

Questo è il meno, di fronte alla singolare posizione fatta a cinque sventurate materie, poste nel primo biennio, e che sono la storia del diritto italiano, la storia del diritto romano, il diritto ecclesiastico, la statistica e la medicina legale. Per queste materie l’esame non sarà più singolo, ma per gruppo. Il candidato verrà interrogato da tre professori ufficiali e due liberi docenti e verrà dichiarato idoneo se otterrà trenta punti almeno su cinquanta, con diritto di compensazione fra le varie materie. Cosicché potrà darsi che un candidato pur non sapendo nulla di storia del diritto italiano venga promosso per alcune risposte di medicina legale; e, siccome i professori ufficiali commissari sono soltanto tre e due fra i cinque insegnanti delle materie d’esame rimangono necessariamente esclusi dai due liberi docenti, così succederà che forse sulla medicina legale dovrà interrogare un professore incompetente che ne saprà meno del candidato. Insomma, un vero sconcio incomportabile colla serietà degli studi.

 

 

Il peggio si è che nel mondo accademico corre voce che tutto questo aborto abbia la sua origine in una gelosia di una persona la quale ha collaborato alla confezione dei nuovi regolamenti e che aveva ragioni speciali di malanimo contro un professore di storia del diritto italiano. Per sfogare il proprio malumore quella persona non trovò altro mezzo migliore di quello di ridurre l’importanza didattica della materia insegnata dal professore a lui antipatico.

 

 

Così ora la storia del diritto italiano, una volta materia biennale, non solo si trova ridotta ad un anno solo, ma vede la sua dignità manomessa dal modo barocco con cui in futuro si dovrà sostenere l’esame, magari per interrogatori di un professore di medicina legale! Lo stesso si dica della statistica, che vede menomata ancora quella posizione non lieta che l’ordinamento antico già le faceva.

 

 

Quasi a voler compensare la diminutio capitis inflitta ad importantissime discipline, il nuovo regolamento impone e disciplina cosidetti corsi di pratica forense civile, commerciale e penale. Ve le immaginate voi le lezioni universitarie convertite in parodie di processi, con gli avvocati difensori, le parti civili, i testimoni e gli accusati? Tentativi di questo genere in passato se ne fecero, ma degenerarono sempre in tumulti ed in chiassi d’inferno. I giovani, se vogliono, possono andare a sentire processi veri in tribunale, senza bisogno di farne essi parodie in classe. Si noti che dopo la laurea è prescritta ai dottori in legge una pratica forense di due anni prima di poter esercitare l’avvocatura. A che pro allora la risurrezione modernissima delle ridicole tenzoni fra Cartaginesi e Romani che deliziavano i nostri genitori nelle classi di umanità e rettorica?

 

 

Basti per oggi. Noi non finiremmo più se volessimo riassumere tutte le stranezze del nuovo regolamento. Del resto, se è vera una voce insistente, esso sarebbe incostituzionale. Infatti nel preambolo del decreto, che ha la data del 26 ottobre 1903, è detto: «Udito il consiglio superiore della pubblica istruzione». Invece il consiglio superiore avrebbe cominciato a discutere il regolamento solo il 26 ottobre e la discussione sarebbe finita ai primi di novembre. Cosicché il decreto sarebbe stato presentato alla firma reale dal ministro Nasi in articulo mortis, quando il consiglio superiore non aveva ancora espresso alcun avviso e al decreto già firmato si sarebbero in seguito apportate modificazioni in base ai voti posteriori del consiglio. Le voci non sembrerebbero vere se non fossero oggetto di discorso quotidiano tra i professori!

 

 

Oserà il ministro Orlando sospendere o modificare un complesso così stravagante di norme? Speriamolo. In tal caso, se si avrà il beneficio di essere liberati da disposizioni dannose, si otterrà di mettere in vigore, accanto ai tre ora vigenti, un quarto regolamento. Chi si raccapezzerà allora sarà veramente bravo.

 

 



[1] Con il titolo Banda regolamentare. [ndr]

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