Bardature della crisi

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1932

Bardature della crisi

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1932, pp. 560-570

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 503-515

 

 

 

 

1. – I campanelli avvisatori delle officine dove gli economisti fabbricano i numeri indici ne segnalano l’arrivo? È partita dagli stessi lidi donde venne la bufera! Queste domande si leggono quasi ogni giorno nei fogli quotidiani dopoché tra il luglio e l’agosto la borsa di New York cominciò a dare qualche segno di vita e quelle europee parvero seguirla. La visitatrice aspettata, alla quale tutti vorrebbero essere i primi a spalancar le porte, è la “ripresa”.

 

 

C’è nell’aspettativa messianica la reminiscenza inconsapevole di tipi di vita storicamente morti. Di quando si credeva che la ricchezza, il benessere, la potenza consistessero in “fondi” di cose materiali appropriabili e trasferibili da uomo a uomo, da luogo a luogo: l’oro e l’argento, il gregge, il frumento. Nei tempi e nei luoghi di economia pastorale ed agricola, le fonti della vita paiono estranee all’uomo. Per necessità, per costume o per comando divino, l’uomo “doveva” ogni anno lavorare, col sudore della fronte, la terra, seminarla e curarla. Ma il frumento si raccoglieva, ma i greggi pascevano e figliavano, ma le uve si vendemmiavano se Iddio, le vicende delle stagioni, il vento, la grandine, la pioggia o la siccità lo permettevano. Le sette vacche grasse e le sette vacche magre “venivano” di volta in volta dal di là, dal mondo esteriore a rallegrare o a decimare gli uomini. Dopo che esse erano vissute, i granai colmi o vuoti, le stalle liete o deserte, le cantine inebrianti per l’odor del mosto o ripugnanti per il senso di muffa e di aceto dicevano la ricchezza dell’agricoltore. Ancor oggi, i due “baccellieri” che nel mio Piemonte rurale hanno il carico di combinar matrimoni, dopo i giusti convenevoli, innanzi di parlare dell’argomento che tutti sanno essere quello solo che li ha condotti fin lì, fanno il giro della casa, per constatare l’”essere”, il mucchio del grano, le bestie della stalla, quante botti colme. La donna e l’uomo paiono valori inferiori a quelli delle cose materiali da cui ripeteranno la vita. Il contadino giudica se stesso e gli altri in base all’inventario dei beni posseduti. Se al seguito degli uomini vengono molti beni pare venga anche lo star bene. Similmente, oggi corre l’opinione che il segnale della ripresa debba venire dai luoghi e dai popoli reputati possessori di molti denari, di molti beni; e che ai popoli poveri – e quindi a noi che ci reputiamo tali – la prosperità possa venir solo al seguito dei beni e del denaro partito dai lidi abitati dalla gente ritenuta ricca.

 

 

2. – Come, tuttavia, la ripresa dovrebbe esserci inviata da coloro, i quali ieri ci largirono la crisi? In verità, l’opinione corrente non fu vera mai. Anche nei tempi e nei paesi agricoli, il grano esce dalla terra, le greggi si moltiplicano, la vigna prospera secondo vogliono e sanno gli uomini. Non la fecondità della terra, non la benignità delle stagioni, ma la solerzia degli uomini, ma le cure delle donne producono il frumento, moltiplicano i greggi e riempiono di vino le cantine. Per sapere il perché della differenza fra il buon raccolto di un podere e il cattivo di un altro, bisogna e basta entrare nella cucina del contadino ed osservare l’ordine e la pulizia od il disordine ed il lerciume. Dove sono ordine e pulizia, dove la donna di casa non si dice stanca, dove l’uomo non accusa le stagioni avverse, ivi è la prosperità; dove l’aria è infetta e non si sa dove posare i piedi, e si sentono querimonie contro domeneddio, il quale fa andare le stagioni al rovescio e si narrano le meraviglie possibili se ci fossero denari e se le “cose” non “andassero” alla gran diavola, ivi regnano a giusta ragione miseria e crisi. Eppure terre e cose, vicende di stagioni, di sole e di pioggia volsero uguali per i due vicini!

 

 

Gli occupatori delle fabbriche impararono presto nell’autunno del 1920 che mura e macchine, strumenti e scorte erano rottami inservibili e che, a muoverli ed a farli produrre, valevano unicamente i fattori invisibili inafferrabili dell’organizzazione e della fiducia. Nell’ottobre del 1929 si vide che le ricchezze calcolate a miliardi degli Stati Uniti, che i valori delle carte negoziate a milioni di unità ogni giorno nelle borse di New York, Chicago, Boston e Filadelfia, erano scritture di banca, fornite di esistenza puramente immaginaria, opinioni fluttuanti al vento delle impressioni degli uomini. Nei paesi industriali, dove il delicatissimo meccanismo d’orologeria, il quale fa muovere terre, case, fabbriche, banche, fondaci e porti, presto s’incanta, nulla era mutato nella superficie e nella coltura dei terreni agricoli, nella attrezzatura delle fabbriche, nelle scritture delle banche, nelle banchine e negli elevatori dei porti. Ma le stesse cose materiali, le quali prima nella immaginazione degli uomini valevano cento, incantatosi il meccanismo, caddero alla stima di cinquanta, di venti, di dieci. Erano le stesse cose; ma gli uomini le vedevano con occhio diverso. In altri paesi, come l’Italia e la Francia, dove al comando delle leve del meccanismo economico sono, insieme ai relativamente pochi ed impressionabili imprenditori banchieri speculatori, milioni di tardi, piccoli e medi, artigiani fabbricanti negozianti proprietari e contadini, abituati a vivere nella propria casa, a lavorare il campo ereditato, a servire al bisogno di clienti amici o conosciuti, l’opinione intorno ai valori delle cose è lenta a muoversi. Molti, anzi, non hanno alcuna opinione intorno a quei valori, né si curano di averla; e piccola fu la minoranza presa dall’affanno per i ribassi nelle quotazioni di borsa. In media i valori capitali scaddero nella stima degli uomini assai meno in Italia che negli Stati Uniti. La crisi toccò fra noi più i redditi, che i patrimoni. Il fatto, sebbene e forse perché irrazionale, scemò la violenza della crisi.

 

 

3. – L’aspettativa del messia, il quale deve “venire” a salvare il mondo e ridargli prosperità è dunque irrazionale se noi lo aspettiamo dal di fuori. La ripresa è in noi e verrà da un mutamento delle nostre opinioni, del nostro sentire, dal color più rosa visto dall’occhio col quale noi contempliamo o reputiamo di contemplare il mondo. Gli uomini non possono, tuttavia, essere forzati all’ottimismo. Fin dal primo scoppio della crisi, le solite mosche cocchiere si affannarono a respingerla ed a fabbricare campagne di prosperità. Negli Stati Uniti, la lotta contro la crisi divenne un numero dei programmi elettorali. Ahimè!, come l’amore e l’amicizia non vengono per ordine superiore, così la ripresa non ubbidisce ai comandi dell’alto. Al limite si può affermare che il prolungarsi della crisi deriva dalla organizzazione della ripresa.

 

 

La guerra lasciò, invero, agli uomini una eredità sopra ogni altra pestifera: i periti, che ora barbaramente si chiamano “esperti”. Il male non sta nell’esservi “periti” di cose economiche; ché la conoscenza scientifica, la instaurazione di uffici statistici e di centri di studio sulle variazioni economiche non possono non essere feconde di bene. Non occorre che i molti milioni spesi nella fabbrica di statistiche, di indici, di cause, di sintomi siano tutti fruttiferi. Per compensare la spesa, basta che tra le migliaia di dati inconcludenti, venga fuori un’idea feconda.

 

 

Non fu neppur male che la gente perita fosse incoraggiata a dar consigli intorno al miglior modo di uscire dalla crisi; ché il dar consigli è invero ufficio proprio di chi sa. I periti divennero grandemente fastidiosi quando e perché si diede ad essi il potere di ordinare agli uomini l’applicazione dei loro consigli. Il meccanismo economico tanto più stride quanto più i periti in conferenze internazionali ed in consessi nazionali si affannano ad escogitare piani di salvazione. Quanti mai piani furono in questi tre anni discussi, tentati ed applicati! Ogni piano offre un rimedio ad un male, a quel male, e perciò aggrava il malessere generale.

 

 

4. – «La crisi deriva da produzione eccessiva, non consona ai bisogni, offerta in modo anarchico da troppi imprenditori, alcuni dei quali, lavorando a costi troppo alti, sono prossimi al fallimento e vendono in perdita pur di riuscire a toccare l’indomani nella speranza che l’indomani segni la ripresa, ed anche i migliori producono senza una visione d’insieme del mercato, senza coordinare l’offerta al consumo».

 

 

Perciò razionalizziamo; riuniamo in consorzi disciplinati i produttori; estendiamo ai tardivi il beneficio dei progressi compiuti dai migliori; organizziamo la vendita, così da evitare le offerte disordinate nei momenti del raccolto o di rimanenze grosse ed i panici nei momenti di carestia.

 

 

Risultato: i produttori di margine, ad alto costo, i quali, in regime di concorrenza, sarebbero stati costretti a fallire o, potendo, a ridurre il capitale antico ed a riorganizzarsi coll’aiuto di nuovo capitale, resistono protetti dal consorzio e continuano a produrre ad alti costi. I prezzi, adeguati agli alti costi marginali, concedono profitti, talvolta ragguardevoli, ai produttori intra-marginali a costo minore ed agli ostinati indipendenti. Nuovi risparmi affluiscono all’industria. La produzione cresce, le rimanenze aumentano invece di scemare. Il castello di carta gonfia; le banche sono oberate dal peso dei crediti in ghiaccio verso i colossi dai piedi di creta. La crisi si trascina e si inacerbisce, allontanandosi la soluzione all’infinito.

 

 

5. – «La crisi deriva da consumo troppo scarso e male indirizzato. Molti vorrebbero comprare e non possono, perché il flusso dei mezzi d’acquisto non è sincrono, nel tempo, al flusso dei prodotti. Molti acquistano merce cattiva estera invece di quella buona nazionale che le fabbriche tengono in magazzino».

 

 

Perciò organizziamo il credito al consumo, colle vendite a rate di case pianoforti fonografi apparecchi radio vetture automobili. L’impiegato, l’operaio potrà con un regolare prelievo sullo stipendio procacciarsi le cose necessarie a rendere la sua vita più alta. Perciò facciamo propaganda per il prodotto nazionale; vi siano le giornate del Buy British – American made – Pour le produit francaisComperate merce italiana. Perciò si istituiscano dogane contro le merci forestiere inutili o costose o surrogabili dalle nazionali. Si dia lavoro ai connazionali. Non si compri dagli stranieri se gli stranieri non comprino l’equivalente da noi. Siano fissati i contingenti di importazione e di esportazione da e per i singoli paesi esteri; né si diano divise estere se non a chi dia dimostrazione di aver comperato entro i limiti dei contingenti legali.

 

 

Risultato: Quando a causa del volgersi delle circostanze economiche, l’impiegato e l’operaio vedono scemare i redditi e scomparire il margine per il servizio dei prestiti, case vetture automobili pianoforti ritornano ai provveditori ed ingombrano il mercato. Chi vuole, acquista vetture automobili poco usate a prezzi che, ridotti in lire italiane, corrono da 1000 a 2000 lire e trova pianoforti di marca per 500 lire. I produttori non vendono più la merce nuova. La propaganda, cogli scritti e col dazio, del prodotto nazionale riduce gli acquisti dall’estero, ma dimezza nel tempo stesso le vendite all’estero. Chi compra le cose nostre se gli togliamo i mezzi derivanti esclusivamente dalla vendita delle cose sue? Si dà lavoro agli operai addetti alla produzione delle cose prodotte all’interno e se ne toglie altrettanto e forse più agli operai che produrrebbero le cose che non si esportano più. Né si possono costringere gli stranieri a comperare da noi quanto basta a compensare i nostri acquisti. L’idea che gli scambi debbano compensarsi tra paese e paese risale all’infanzia della scienza e della pratica economica ed è oggetto di riso da secoli. Gli scambi avvengono non fra stati ma fra individui, non per baratto fra merce e merce, ma per compra vendita coll’intervento della moneta. Conviene comprare tal merce estera dall’inglese e vendere tal altra merce italiana al levantino. Normalmente gli scambi non si compensano mai nelle statistiche interstatali; né converrebbe si compensassero. A farli compensar per forza, gli scambi si arrestano del tutto e la crisi, invece di risolversi, dà luogo al ritorno a forme inferiori barbariche di vita.

 

 

6. – «La crisi deriva dalla mancanza di potere d’acquisto nelle masse operaie. Date salari agli operai ed essi spenderanno tutto sino all’ultimo centesimo, mettendo così in moto la ruota dell’operare economico. Fa d’uopo che gli operai possano spendere molto; epperciò garantite, con la forza delle leghe e dei contratti collettivi e, se occorre, colla legge un minimo di salario con un massimo di ore di lavoro. L’industria “dovrà” assorbire più operai, essendo ogni operaio disponibile solo per un numero limitato di ore. Se, ai salari imposti dal contratto collettivo, l’industria non assorbe tutti gli operai disponibili, ai disoccupati si diano sussidi di disoccupazione, assistenza di cibi e di vestiti alle famiglie, lavori pubblici. Con mirandi ragionamenti, economisti illustri dimostrano essere possibile e vantaggioso mantenere fisso ad un certo punto il livello dei salari e prelevare dalle “rendite” che, si sa, sono dono gratuito della natura della società della fortuna, il bastevole per pagare i sussidi di disoccupazione ed i lavori pubblici. Perché il lavoro ed i sussidi siano distribuiti equamente fra tutti gli uomini, si istituiscano uffici di collocamento paritetici o statali, a cui sia obbligatorio rivolgersi, sicché l’imprenditore non abbia facoltà di scelta, e, colla scelta, di ribasso dei salari al disotto del minimo collettivo, ma debba assumere gli operai che gli sono inviati dall’ufficio nell’ordine di dignità che è piaciuto al legislatore di fissare».

 

 

I mirandi ragionamenti non hanno impedito che gli industriali, sotto al peso di salari artificialmente fissi, lavorassero a costi alti e vedessero ridotte vendite ed esportazioni, e che il peso dei sussidi, delle elemosine e dei lavori pubblici conducessero alla disperazione i contribuenti ed alla rovina i bilanci statali; sicché l’Inghilterra si ridusse al dilemma: o lasciar crollare il bilancio pubblico e quello della maggior parte delle imprese private, o lasciar svalutare la moneta. Fu preferita, come era ovvio, essendo quella la linea di minor resistenza, lasciar crollare la sterlina. Ma se i vincoli imposti dai piani ragionati dai periti rimarranno, non v’è nessuna ragione al mondo per ritenere che la sterlina non debba crollare una seconda ed una terza volta. Forse alla quarta non si arriverebbe, perché nessuno se ne fiderebbe più fin dall’inizio. La crisi avrebbe condotto al caos.

 

 

7. – Siamo arrivati al punto fondamentale. Gli uomini vivono dentro un sistema economico che gli economisti usano modernamente dire in equilibrio. Vogliono essi con ciò osservare che tutti i fattori, tutti i punti del sistema si trovano tra di loro in date relazioni di interdipendenza. Gli operai ricevono certi salari, perché nello stesso momento i risparmiatori ottengono un dato interesse, gli imprenditori dati profitti, lo stato date imposte, perché i prezzi delle materie prime, dei prodotti intermedi, dei prodotti finiti sono tali e tali, perché terre case azioni titoli di debito pubblico macchine impianti navi ferrovie sono negoziati a tali e tali salari capitali. Tutto si lega e tutto si muove dentro “un” sistema. Non è possibile che un punto del sistema si sposti senza che più o meno presto, attraverso ad attriti più o meno forti, tutti gli altri punti si muovano. L’equilibrio di cui si parla non equivale ad immobilità; anzi il sistema è in continuo, perenne movimento. Salari interessi profitti prezzi di merci valori capitali, ecc., ecc., non sono quantità fisiche, che si possono toccare e vedere; bensì quantità di conto risultanti dalle idee dalle sensazioni dalle volontà degli uomini; e poiché nelle società moderne idee sensazioni e volontà sono in continuo fermento e mutazione, così pure le quantità economiche che ne derivano.

 

 

Tuttavia gli uomini non sono o non sono ancora in grado di adattarsi ad un sistema il quale in “tutti” i suoi punti sia in perenne movimento, in perpetuo sforzo di passaggio da un precedente equilibrio che non aveva ancora cominciato ad esistere ad uno nuovo, il quale non riuscirà ad attuarsi, perché sensazioni idee e volontà costringeranno prima il sistema a spostarsi ancora verso un ulteriore equilibrio. L’idea del moto perenne, della agitazione continua, dello sforzo mai finito verso un equilibrio mai raggiunto terrorizza gli uomini d’oggi. Se davvero essi si convincessero che il moto, che lo sforzo è la condizione della loro vita e che ad essi è vietato il porto della tranquillità, i più tra gli uomini sentirebbero spezzate le molle dell’agire. Perciò, nel turbinio incessante degli atomi economici, in cerca di un assestamento definitivo mai raggiunto, gli uomini hanno cercato di innalzar dighe argini difese attorno a qualche bacino tranquillo di acqua immota, di gittare un’ancora per tenere ferma la nave della propria vita in mezzo all’oceano agitato della esteriore vita economica. Possiamo augurare l’avvento del giorno in cui gli uomini si convincano della inutilità e del danno delle dighe e delle ancore; ma dobbiamo riconoscere che oggi dighe ed ancore sono necessarie, se si vuole che gli uomini non perdano la tranquillità d’animo necessaria a lavorare.

 

 

8. – Dighe ed ancore portano nomi famigliari:

 

 

Primissima la moneta. Gli uomini desiderano effettuare gli scambi per mezzo di una moneta certa ed invariabile; e reputando tale solo quella che consiste in un disco, ad es., d’oro di un dato peso e titolo, si rassegnano al più ai suoi vari surrogati permutabili con essa a vista ed al portatore. Gli uomini immaginano che un titolo di credito, un salario, un fitto espresso in una moneta di questo genere abbia un valore fisso e certo; e perciò risparmiano, fanno credito altrui, locano l’opera o la cosa propria. Quel disco di un dato peso e titolo è un punto fisso nel firmamento economico. Aggrappati a quel punto, gli uomini sono capaci di calcolare, contrattare, aver fiducia. Che monta che quella fissità sia essa stessa un frutto della umana immaginazione? che quel disco, rimanendo fisso in peso e titolo, muti ogni giorno nella sua potenza di acquisto? che esso derivi la sua stessa potenza d’acquisto dalla circostanza, tutto affatto accidentale, che gli uomini lo elevarono a dignità di punto fisso? Tal moneta d’oro compra un quintale di frumento, non perché oro, ma perché gli uomini si persuasero e rimangono persuasi ancor oggi, per qualche misteriosa inconoscibile ragione, che l’oro sia adatto a formar moneta e a diventar punto fisso di paragone delle altre merci. Se, per accidente, l’opinione venisse meno, lo stesso disco d’oro comprerebbe una quantità diversa, probabilmente assai minore, di altre merci. Che valgono tuttavia le scettiche cautele degli economisti? A rendere possibile il ritmo della vita basta che gli uomini siano persuasi essere la moneta un punto fisso, al quale tutto il resto si può paragonare.

 

 

La parola data. Codici tribunali sentenze sono integrazioni, richieste dalla imperfetta natura umana, della necessità sentita dagli uomini di poter contare sulla promessa ricevuta da altri di fare o di dare alcunché, comunque mutino le circostanze. In un mondo di uomini perfetti, la clausola del «comunque mutino le circostanze» sarebbe assurda, perché i contraenti saprebbero adattare i contratti stipulati ieri, a norma dei prezzi salari interessi valori capitali ieri vigenti, ai nuovi prezzi salari, ecc., vigenti oggi. Gli uomini odierni sono privi della squisita adattabilità all’uopo necessaria; e vogliono che la promessa di pagare 1000 lire d’oro di quel dato peso e titolo a un anno data sia onorata alla scadenza col versamento di quelle e non altre 1000 lire.

 

 

Il mondo vive perché l’osservanza alla parola data ha radici profondissime. Nonostante il clamore dei fallimenti e dei dissesti, la parola data esercita un impero assai più saldo oggi che non ieri. Dai mercati più semplici ai più perfezionati, è una sua esaltazione progressiva. Il contadino che ha acquistato il paio di buoi alla fiera, in quel medesimo istante pensa al modo di non pagare il prezzo convenuto. Se i buoi giungono nella sua stalla senza che il prezzo sia stato sborsato, il venditore è quasi certo di ricevere avviso di un vizio capace di annullare il contratto se il prezzo non venga ribassato. Perciò sulle fiere si contrattano i buoi soltanto a contanti. Tra agricoltore e mugnaio, la vicenda comune è che, se i prezzi aumentano, è pretesa la consegna immediata ed in tal caso l’agricoltore mescola al grano mercantile un po’ di rotture, certo che il mugnaio chiuderà gli occhi; se i prezzi ribassano, il mugnaio non è mai pronto a ritirare, e quando ritira pretende uno sconto per essere la merce differente dal campione. Siamo già ad un piano superiore a quello del mercato dei buoi; ma occorre giungere al commercio organizzato del cotone, della lana, della seta per vedere eliminata la necessità del campione e risolute automaticamente le controversie sulla base di tipi fissi, con titoli noti, ad opera di uffici di campionatura. Al sommo stanno le borse titoli, dove le transazioni hanno luogo e si eseguono ad ogni costo, soprattutto quando conducono a perdita, sulla base di semplici annotazioni unilaterali a matita sui libretti tascabili di appunti degli agenti di cambio.

 

 

La traslazione dei rischi su assuntori speciali. La maggior parte degli uomini non è in grado di sopportare il dolore dell’incertezza. Se si interrogano i contadini del perché della loro fuga nelle città essi, che pure hanno l’adattamento millenario alla grandine al gelo alla stretta di caldo alla colatura alla siccità ed ai diluvii, nove volte su dieci rispondono: «perché alla fine della quindicina riceviamo il salario fissato e sopra non ci piove né grandina». Il salario dell’operaio, lo stipendio dell’impiegato, l’interesse del mutuo dell’obbligazione del titolo di debito pubblico sono argini che l’uomo eleva attorno al piccolo giardino della sua vita. Egli reputa che, comunque volgano le cose, quel salario quello stipendio quell’interesse saranno da lui incassati nella stipulata cifra fissa. L’incertezza, respinta dalla maggior parte degli uomini, non può tuttavia essere abolita. Essa esiste; e se è vera la rappresentazione del sistema economico come di un sistema tendente ad un equilibrio perennemente mutevole, essa è connaturata al mondo in cui viviamo. Epperciò il rischio di essa deve essere assunto da qualcheduno: imprenditori, speculatori, agricoltori, commercianti.

 

 

La osservanza di certe condizioni di vita e di lavoro reputate necessarie in un dato momento. Più e più, gli uomini si sono persuasi che non debba essere consentito a nessuno di condurre vita inferiore a quella che in ogni momento storico si considera umana. Perciò si abolì la schiavitù, si vietò il lavoro dei fanciulli non ancora formati e delle donne quando esse debbano attendere ai figli; si prescrissero norme igieniche, si assicurarono i lavoranti contro gli infortuni, le malattie, la vecchiaia e l’invalidità. Ecco altrettanti punti fissi a cui il sistema economico deve adattarsi, senza che esso li possa più adattare alle sue variabili esigenze.

 

 

9. – Si potrebbe continuare nell’elenco dei punti fissi che gli uomini hanno voluto sottrarre alle variazioni continue dell’equilibrio economico. L’economista non può non prenderne atto, contento di studiare in qual modo il sistema economico vi si adatti. Il problema dell’adattamento è un problema di limiti. Se i punti fissi non sono troppi, se essi consentono al meccanismo una sufficiente libertà di movimento, non v’è danno od esso è irrilevante. Anzi, nella condizione odierna della indole umana, l’esistenza, ad es., dei sopra elencati punti fissi è da reputarsi senz’altro necessaria e benefica. Finché gli uomini sono quelli che sono, finché aborrono dall’incertezza dell’avvenire ed amano guardare alla propria vita come a qualcosa di diverso da una nave in mare tempestoso, è necessario che essi possano fare i loro conti in una data moneta, fare assegnamento sulla esecuzione dei contratti comunque mutino le circostanze, contrattare la rinuncia al prodotto variabile del loro lavoro in cambio di un salario certo, garantito contro eventi dolorosi. Il sistema economico si adatta agevolmente a codeste esigenze parziali di immobilità. Vi sono, fortunatamente, uomini di altra tempra, i quali amano i rischi e le variazioni e che si adattano a subire l’urto dei punti fissi in un sistema in movimento.

 

 

Occorre, tuttavia, affinché il sistema funzioni, che gli uomini d’altra tempra, quelli che gli economisti chiamano genericamente imprenditori – di terre di case di industrie di commerci di trasporti di assicurazioni di investimenti, ecc., ecc., – possano ricevere un compenso per l’ufficio compiuto e che il sistema non sia irrigidito da troppi punti fissi ed opportunamente possa dilatarsi o ridursi. La prima condizione, del necessario compenso, è anzi derivata dalla seconda. Un sistema in tutto rigido non dura, perché è contrario alla indole umana, le cui sensazioni idee e volontà sono mutevoli e passano incessantemente dall’ottimismo al pessimismo e da questo a quello, danno luogo a variazioni di gusti e quindi di domanda, di tecnica produttiva e quindi di offerta. In un sistema, in cui i punti determinanti sono mille e cento siano fissi per legge o consuetudine o contratto, l’adattabilità e la mobilità sono grandissime e quindi la eliminazione degli squilibri (crisi) rapida e facile. Ma se i punti fissi diventano a poco a poco trecento, cinquecento, seicento, l’adattabilità e la mobilità a mano a mano scemano; e lo squilibrio (crisi), intervenuto per accidente in un dato istante, si perpetua e si estende, sinché il meccanismo lentamente decade (regresso a forme sorpassate di vita) o si guasta (rivoluzioni sociali, tipo russo, con risurrezione a distanza di decenni e di secoli).

 

 

10. – Purtroppo, dopo l’ottobre del 1929, è accaduto che la confraternita dei “periti” abbia avuto una insperata iniezione di nuova vita. Pareva che la pace l’avesse sgominata per sempre. Al grido di «abbasso le bardature di guerra» i periti erano stati attorno al 1920 costretti a sgombrare il campo. Immemori di averle essi medesimi chieste e di avere ad alte grida invocate dal 1914 al 1918 l’avvento dei “competenti” nelle amministrazioni dell’annona e degli approvigionamenti, ingrati verso coloro i quali avevano provveduto a quella che fu una fatale conseguenza della psicologia bellica – voglio dire l’instaurazione di una economia collettivistica provvisoria – i popoli avevano abolito le bardature e cacciato via in malo modo i periti. «I competenti a casa!» fu il grido che risuonò dal 1919 al 1921.

 

 

La crisi offrì ai periti l’occasione di un ritorno trionfale. Mai, neppure in tempo di guerra, le bardature furono così imponenti. Durante la guerra erano più visibili, perché toccavano pane e vivande, vestiti e casa. Ma, per l’inesperienza degli uomini, la rigidità delle bardature di guerra aveva trovato pronto compenso nella soppressione, inavvertita anzi per anni, contro l’evidenza dei fatti, ostinatamente negata dagli uomini di governo, del punto rigido fondamentale ante bellico: la moneta sana, invariabile nel peso e titolo. Le emissioni cartacee furono, in quel tempo, il volante regolatore del meccanismo economico, la valvola di scappamento del vapore ad alta pressione racchiuso nella caldaia sociale.

 

 

Oggi le bardature della crisi sono collocate in punti meno osservati dell’universale e si chiamano:

 

 

  • imposte alte per provvedere alla disoccupazione ed ai lavori pubblici, per conservare una situazione invariata ad una massa crescente di servitori pubblici; per pagare interessi fissi su un debito pubblico enormemente cresciuto in confronto all’ante guerra;

 

  • consorzi industriali ed agricoli per frenare e regolare la discesa dei prezzi di merci prodotte in quantità superiore, ai prezzi voluti, alla capacità di assorbimento del mercato;

 

  • leghe o sindacati operai, che irrigidiscono i salari a livelli ai quali i produttori non sono in grado di assorbire tutta la mano d’opera disponibile e, riconoscendo il diritto al lavoro a gruppi o categorie privilegiate, creano una classe vagante di paria ex lege, viventi dei sussidi di disoccupazione e di lavori accidentali accattati fuor delle regole poste dalla legge o dal contratto collettivo;

 

  • vincoli all’impianto di imprese nuove, allo scopo di disciplinare la concorrenza e col risultato di allontanare l’eliminazione delle esistenti imprese marginali ad alto costo e di frastornare il sorgere di nuovi modi di produrre, soli capaci di assorbire la mano d’opera disoccupata;

 

  • dogane e contingentamenti di importazione e di esportazione che immiseriscono i mercati di consumo, provocano in ogni paese il sorgere di doppioni produttivi inutili, e crescono i costi;

 

  • salvataggi, per ragioni di ordine pubblico, di imprese dissestate con danno delle imprese buone, incremento di crediti in ghiaccio da parte delle banche ed irrigidimento delle situazioni creditorie degli istituti di emissione;

 

  • vincoli ai movimenti di capitali, di oro e di divise tra paese e paese, creazioni di casse di compensazione; e conseguente fuga dei capitali verso le poche contrade, in cui le restrizioni sono minime, contrade affette da pletora di risparmi disoccupati.

 

 

11. – In ogni paese esistono oasi di relativa prosperità, in cui la crisi non si fa sentire. Cannan ha descritto efficacemente l’oasi della sua «eccezionalmente prospera» Oxford, la città la quale esporta nel mondo anglo sassone «educazione» «bibbie» e «vetture automobili» («The Economic Journal», marzo 1930, XL, 55). Allen ha esposto il perché disoccupazione e crisi sono assai meno sentite nella zona di Birmingham che nel resto della vecchia Inghilterra industriale (ivi, giugno 1930, XL, pag. 242 e seg.). Le oasi di prosperità sono collocate dove i punti fissi del sistema economico sono ridotti al minimo, dove si possono liberamente impiantare nuove industrie, dove l’uomo di generazione in generazione non è legato a “quel” mestiere, a “quella” industria, dove i salari non sono fissati per masse enormi da un unico sindacato a punti difficilmente spostabili; ma i mestieri le industrie sono molte, gli uomini usano muoversi, hanno gli occhi aperti, sanno cogliere le occasioni di guadagno e nessuno li frastorna nel momento di decidersi e di operare. L’Italia è stata relativamente poco provata dalla crisi perché noi possediamo molte oasi in cui i movimenti non sono vincolati dai regolamenti imposti dalla gente perita. Nessuno ha ancora studiato in quali proporzioni il flusso annuo del reddito nazionale italiano sia frutto della grande impresa regolata disciplinata vincolata ovvero della piccola e media impresa industriale ed agricola famigliare la quale conosce il mondo esteriore soltanto attraverso l’esattore a cui paga le dovute imposte. Probabilmente il peso relativo della piccola impresa famigliare, pudicamente condotta fuori degli occhi curiosi degli statistici, è grandissimo, superiore a quanto si immagina dai più. Forse quel peso è crescente. Contro i piani internazionali, contro i consigli dei periti, la sanità fondamentale italiana ha reagito concentrandosi nella infrangibile unità famigliare. Ogni giorno si ha l’esperienza di lavori impossibili a compiersi, a costi in equilibrio con i prezzi correnti, osservando le regole imposte dai contratti collettivi dai regolamenti dai periti. Ma il lavoro, inesplicabilmente, è compiuto da un capo famiglia, aiutato da figli generi nipoti ed amici intimi. Quale sia il segreto, essi non dicono; ma è agevole indovinarlo. Costoro si adattano alle contingenze mutate; non denunciano ai periti le infrazioni a piani che ignorano. Contro i piani, contro i vincoli, girando attorno ai punti fissi, creano lavoro e prosperità. Laddove i grandi imprenditori, irretiti nelle maglie degli argini e delle dighe inventate dai periti per trarre il mondo dalla crisi, lavorano ad orario ridotto, hanno i magazzini colmi di rimanenze invendute e chiudono i bilanci in perdita, i piccoli venturieri dell’impresa non bastano alle chiamate, devono resistere, per prudenza, alle tentazioni di assumere lavoro superiore alle forze proprie e dei famigliari; e durano, senza lamentarsi, in mezzo alla bufera. In silenzio, essi prosperano. Laddove, in tutto il mondo, le ferrovie legate da vincoli di tariffe, di orari, di corse obbligatorie decadono e perdono, i venturieri della pubblica strada, possessori di un auto carro e di un rimorchio, corrono giorno e notte e costruiscono modeste solide fortune.

 

 

Dalla crisi si sta uscendo, si è usciti in ragione della volontà e della possibilità di sottrarsi alle bardature che la illustre compagnia dei periti ha imposto a uomini troppo ansiosi di richiamare da lidi ignoti quella prosperità che essi possono ricuperare solo cercandola dentro di sé.

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