Bardature di guerra che scompaiono (un monito ai proprietari di case)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/01/1923

Bardature di guerra che scompaiono (un monito ai proprietari di case)

«Corriere della Sera», 4 gennaio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 9-12

 

 

 

Le ultime sedute del consiglio dei ministri hanno fatto fare un passo significativo ai propositi di abbandono della bardatura di guerra finanziaria ed economica; meglio si direbbe alla purificazione degli istituti tributari ed economici dalle incrostazioni empiriche e socialistiche del tempo di guerra.

 

 

Con i sette decreti sulle tasse di bollo, l’on. De Stefani ha intrapreso un’opera urgente di semplificazione e di riduzione delle aliquote e delle penalità. Ha forse arrecato un danno ai compilatori di prontuari, di cui oggi i contribuenti, i notai e gli stessi uffici tributari avevano bisogno per raccapezzarsi in quel labirinto; ma avrà giovato in definitiva alla finanza ed ai contribuenti. Seguiti nell’opera intrapresa. A guardare oggi un prontuario delle tasse di registro, ipotecarie, di bollo e di successione, di donazione c’è da rabbrividire. Hanno ficcato la progressività dappertutto, anche laddove era assurdo persino parlarne; hanno appiccicato decimi, centesimi, addizionali ad ogni tassa e tassetta; hanno reso la tassa di successione un arlecchino che deve ubbidire a quattro o cinque padroni; e per puro miracolo non sono arrivati in tempo a complicarla con l’ultima e più funesta appiccicatura della progressività in funzione del numero dei trapassi verificatisi in passato per la stessa successione. Se dal gran bucato a cui questa materia del bollo e registro e l’altra dei dazi doganali dovranno essere sottoposte quest’anno, ne caveremo fuori un organismo chiaro, semplice, non oppressivo, il ministero dovrà dirsi davvero benemerito. Si è chiacchierato molto negli anni del bolscevismo di terra ai contadini; e nel frattempo si aumentarono le tasse di trasporto all’8,60%; aliquota enorme, che nei casi di trapassi fra parenti sino al quarto grado, frequenti tra piccoli e medi proprietari, andava e va magari sino al 50%; ed a cui si devono aggiungere diritti notarili, di voltura, ecc., ecc. Nessun mercante di terre ha mai in media prelevato taglie così forti sui frazionamenti di latifondi da esso operati; eppure le comprevendite sono ancora il solo mezzo sicuro di far passare la terra ai contadini veramente meritevoli!

 

 

Poiché era sulla buona via, sarebbe stato bene prendere il coraggio a due mani ed abolire del tutto quei mostriciattoli che si chiamano contributo personale di guerra, ed imposta sui dirigenti ed amministratori. Ci si potrebbe aggiungere l’imposta sui canoni enfiteutici, quella sui redditi superiori a 10.000 lire e l’altra sui locali goduti. Tutti imbrogli senz’arte né parte; che danno scarso reddito ed infestano inutilmente il codice tributario. E si potrebbe mettere nel mazzo anche quell’alzata di testa stranissima che fu la progressività in materia di imposte reali (terreni e fabbricati) che dà tanto da fare ai compilatori dei ruoli ed è priva di senso comune nei riguardi della giustizia tributaria. Per ora il consiglio dei ministri ha deliberato solo di ridurre i due primi balzelli. Auguriamoci che entro l’anno si faccia piazza pulita di tutte queste sovrastrutture e non se ne senta parlare mai più.

 

 

Ma, forse, la novità più grossa deliberata dal consiglio dei ministri fu il ritorno alla libertà delle contrattazioni in materia di fitti entro l’anno corrente 1923. Avendola invocata tante volte su questo giornale, ho il dovere di associarmi intieramente alla convinzione da cui evidentemente è stato mosso il gabinetto nel venire ad una risoluzione di tanto momento: ed è che la libertà di contrattazione, con il temperamento di commissioni arbitrali paritetiche presiedute da un magistrato, non produrrà nessuno di quei catastrofici malanni che i paurosi immaginavano e dalla cui visione erano stati inspirati i provvedimenti di proroga finora emanati. Il momento di ridare libertà alle case mi pare ben scelto: è diminuito il numero di coloro che possono spendere molto nella casa ed avrebbero fatto andare alle stelle gli affitti. I padroni di casa si ingannerebbero a gran partito se presumessero di potere ottenere quei fitti fantastici che furono pagati in casi eccezionali da gente a cui i denari davano fastidio in tasca. Inoltre è cresciuto il numero degli inquilini, che hanno dovuto cambiar casa ed hanno dovuto pagar carissimo l’appartamento invano cercato in regime di vincolo. Per costoro, la libertà dei fitti vorrà dire possibilità di cambiare con vantaggio, poiché saranno certamente molti gli appartamenti grandi, abitati da piccole famiglie, che saranno lasciati liberi e verranno frazionati. Così pure troveranno casa quei moltissimi che oggi assolutamente non riescono ad allogarsi, perché tutti coloro i quali pagano fitti bassissimi non mollano a nessun costo gli appartamenti che essi non utilizzano del tutto. Due anni fa, il numero degli inquilini danneggiati dai vincoli era troppo piccolo per avere influenza. Adesso, come già fu sempre sostenuto, la libertà è divenuta la guarentigia migliore di una schiera numerosa e crescente di senza casa o di male alloggiati.

 

 

Dopo di che, sia lecito un ammonimento ai proprietari di casa. Avendo difeso le loro ragioni giuste, quando esse coincidevano con l’interesse generale e con quello lungimirante degli inquilini, ho forse acquistato il diritto di dire oggi una parola che suoni per essi monito. Si astengano dalle vendette. Giuocherebbero una carta falsa quei proprietari, i quali volessero d’un colpo rifarsi delle perdite sofferte in passato e del lungo digiuno inflitto loro dal regime dei vincoli. I decreti si fanno oggi e si possono disfare domani. Se dal regime di vincolo si passerà a quello di libertà con calma, con prudenza, con aumenti caso per caso giustificati dall’importanza dell’alloggio, dalla sua posizione, dal fitto basso od alto pagato prima, dalle condizioni economiche dell’inquilino, il regime di libertà parrà ben presto una liberazione per tutti, proprietari ed inquilini. Se i proprietari si libereranno soltanto degli inquilini turbolenti, non desiderabili per ragioni morali, il loro atto otterrà il consenso degli altri inquilini. Se, dovendo aumentare, i proprietari faranno un po’ come i medici, che variano il prezzo delle visite a norma della agiatezza reale e delle non meno reali miserie nascoste dei loro clienti, essi di nuovo si procacceranno le simpatie degli inquilini; e non daranno lavoro alle commissioni arbitrali. Meglio arrivare in tre o sei anni ai fitti di mercato normali che volerli afferrare d’un colpo. Del resto, quali sono i fitti normali? Nessuno li conosce e fa mestieri giungervi per tentativi prudenti, graduali e temperati. La sorte della proprietà edilizia oggi è massimamente in mano dei proprietari medesimi. Qui si parrà la virtù delle associazioni dei proprietari di case. Esse devono far opera di propaganda e, direi, di imperio presso i loro soci ed i non soci a favore della moderazione, della saggezza del caso per caso e della gradualità. Così operando esse si inspireranno ad un oculato egoismo. Poiché lo tengano bene a mente i proprietari, la durata e il trionfo del regime di libertà dipendono dal successo nel superare senza scosse il punto critico del passaggio dal regime vincolistico a quello di libera contrattazione. Una crisi troppo brusca potrebbe significare un ritorno ai deprecati vincoli.

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