Battaglia di giganti

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 19/07/1901

Battaglia di giganti

«La Stampa», 19 luglio 1901

 

 

 

In quest’anno gli scioperi sono stati così numerosi e frequenti nel nostro Paese, che quasi sembra poco interessante discorrere di quelli che funestano altre contrade.

 

 

Che cosa si può dire intorno ad essi che non sia stato detto e ripetuto le mille volte a proposito delle agitazioni operaie che si diffusero rapidamente su tutta la superficie dell’Alta Italia?

 

 

Eppure lo sciopero americano è il primo inizio d’una novella fase del movimento operaio. Sinora gli scioperi furono sempre armi di combattimento usate fra operai contro imprenditori fra di loro concorrenti od uniti solo temporaneamente per fronteggiare le domande degli operai. Una delle cause più potenti di vittoria per gli operai era appunto la disunione degli imprenditori.

 

 

Una o poche Ditte possono avere interesse ad accettare i patti voluti dagli operai per guadagnare la clientela dei fabbricanti rivali; e quando alcuni cominciano a cedere, gli altri devono, benché riluttanti, seguire.

 

 

In America non è più così. La produzione dell’acciaio è in balia quasi assoluta del potentissimo trust fondato dal banchiere Pierpont Morgan, coll’ausilio di Carnegie, Rockefeller ed altri miliardari. È un trust il cui capitale supera il miliardo di dollari, ed i cui direttori esercitano una dominazione quasi assoluta sul commercio e sulla produzione dell’acciaio, dominazione a mala pena frenata dalla necessità di non indisporre troppo i consumatori e di produrre su vasta scala per utilizzare gli enormi giacimenti di materia greggia posseduti.

 

 

Contro i voleri dei direttori dei trust poteva sembrare che agli operai non rimanesse altro modo di ribellarsi fuorché cambiando mestiere, poiché le poche fabbriche estranee al trust non sono certo capaci di assorbire un gran numero di operai.

 

 

Ma così non pensarono gli operai, i quali contro la forza dei miliardi posseduti dalla United State Steel Corporation opposero la forza della loro organizzazione.

 

 

Sui 140,000 operai alle dipendenze del trust dell’acciaio, ben 50 mila si raggrupparono nella Amalgamated Tron, Tin and Steel Workers Union, preseduta da un energico ed ardimentoso leader, il signor Shaffer, degno rivale di quel grande organizzatore di trust mondiali, che è Pierpont Morgan. Quando allo Shaffer parve giunto il momento opportuno, egli dichiarò lo sciopero. I suoi 50 mila operai ubbidirono prontamente; e dopo alcuni giorni seguirono il suo grido di battaglia anche i rimanenti operai, la più parte dei quali era iscritta ad altre Leghe od era rimasta in disparte dal movimento unionista. Cosicché oggi si trovano in isciopero ben 120 mila operai nelle regioni industriali della Pennsylvania, del Maryland, dell’Ohio e dell’Indiano.

 

 

Le fabbriche tutte della United States Steel Corporation sono ferme; e poiché esse non potessero continuare a lavorare, ricorrendo ad operai avventizi, anche i minatori della vallata del Wyoming, ricchissima di antracite, si sono posti in isciopero, con grave danno delle miniere, le quali sono minacciate dall’inondazione dell’acqua sotterranea, non più assorbita dalle pompe.

 

 

Che cosa vogliono gli operai?

 

 

La loro domanda è la stessa che spesse volte si mise innanzi in molti scioperi, fra cui quello dei meccanici inglesi nel 1895 e dei fonditori torinesi sullo scorcio del 1900. Essi vogliono che gli imprenditori accettino nelle fabbriche soltanto operai unionisti, espellendo tutti gli altri; e vogliono altresì che in tutte le fabbriche sia applicata la tariffa dei salari stabilita d’accordo colla Unione degli operai. Negli Stati Uniti la domanda degli operai, discutibile sempre, riveste uno speciale carattere di gravità, perché gli operai non unionisti, ove il trust dell’acciaio accettasse la proposta di Shaffer, non saprebbero più dove andare a lavorare e dovrebbero per forza iscriversi all’Unione, crescendo a dismisura la forza di questa, sia rispetto agli operai, sia rispetto all’unico imprenditore.

 

 

Si comprende perciò come il Morgan rifiuti categoricamente di accettare le proposte dell’Unione operaia, sia per non consolidare la potenza di un formidabile strumento di lotta contro il capitalismo, sia per garantire la libertà del lavoro agli operai degli unionisti.

 

 

I due avversari sembrano perciò irreconciliabili; ed a meno che non prevalgano più miti consigli – cosa non improbabile, dato il significato di una sconfitta e la convenienza di ambedue i contendenti di non dare incontro ad una disfatta completa – assisteremo ad una vera battaglia di giganti. Al più forte la vittoria.

 

 

Già gli operai, persuasi che la battaglia sarà tenacissima, si giovano di tutte le armi che loro capitano sottomano. Per vincere si trasformano persino in speculatori di borsa al ribasso.

 

 

Le azioni, infatti, del trust dell’acciaio sono annoverate fra i valori più speculativi e più movimentati di Wall-Street, la grande arteria di Nuova York, dove ogni giorno si giocano poste di miliardi.

 

 

Ad una Società, amministrata nel solo interesse dell’azienda, poco dovrebbero importare gli alti ed i bassi del corso delle azioni in Borsa, unico scopo degli amministratori essendo la prosperità intrinseca dell’impresa, che gli speculatori dovrebbero in definitiva per forza riconoscere.

 

 

Ma in America non vi è quasi Società che sia amministrata unicamente guardando all’interesse sociale. Gli esempi di amministrazioni interessate al rialzo ed al ribasso delle azioni, che qui in Italia sono, pur troppo, già abbastanza numerosi, in America sono ancora più frequenti. Fra gli altri, è certo che agli amministratori del trust dell’acciaio importa moltissimo che le azioni del trust si mantengano elevate in Borsa, perché ognuno di essi ha da vendere uno stock di azioni del trust di recente formazione e vorrebbe disfarsene al miglior prezzo possibile. Gli operai seppero giovarsi di questa circostanza, spargendo in Borsa sinistre voci sulla durata dello sciopero e sulle perdite enormi che al trust sarebbero derivate.

 

 

E pare che abbiano raggiunto lo scopo, poiché le azioni del trust ribassarono già di 150 milioni di dollari. Forse gli imprenditori non si daranno per vinti neanche sotto la minaccia di un disastro di Borsa.

 

 

Ma non è forse interessante vedere questi operai, ultimo stile, giocare in Borsa al ribasso per ottenere la vittoria in uno sciopero?

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