Benedetto Croce, Orientamenti. Piccoli saggi di filosofia politica

Tratto da:

La Cultura

Data di pubblicazione: 01/06/1934

Benedetto Croce, Orientamenti. Piccoli saggi di filosofia politica

«La Cultura», giugno 1934, pp. 68-69

 

 

 

A riassumere il filo conduttore di questa breve raccolta di saggi (Orientamenti, piccoli saggi di filosofia politica, Gilardi e Noto, Milano, 1934, pp. 110, L. 6), già pubblicati da Benedetto Croce in atti accademici e nella sua rivista, può essere ricordato, fra i tanti, il seguente giudizio su ciò che è stato veramente scosso nel mondo contemporaneo; ed è «la superficiale credenza che vi sia mai qualcosa di acquisito che non possa tornare in pericolo e, anche, andare smarrito; che vi sia qualcosa che possa durare o rivivere altrimenti che per l’indefessa volontà che lo asserisce e lo difende» (pag. 84). Stato, libertà, potenza, progresso, morale, diritto, ricchezza non sono, nessuno di essi, istituti o concetti o beni che esistano fuori di noi e possano essere instaurati o restaurati con uno sforzo fatto una volta tanto e poi durino e vivano di vita propria. No: – e spero di non dire errore agli occhi di Croce – neppure la ricchezza, che sembra cosa materiale ed esteriore, tanto materiale ed esteriore che a Marx parve di potere della materia economica fare il nuovo Dio, l’ultima e unica realtà (pag. 36), esiste e persiste fuori del continuo sforzo della volontà degli uomini. Nessuno più risibile di coloro i quali credono spiegare la potenza e la forza o il moto di talun paese col detto: «quel paese è ricco, ha tant’oro, ha terre, miniere, navi, ecc. ecc.»; ed invece quelle ricchezze, quell’oro, quelle terre, quelle miniere esistono solo perché ci sono in quel paese certi uomini, operanti in un dato modo, viventi in una data atmosfera intellettuale, politica, religiosa, capaci di compiere il proprio dovere di uomini anche nella sfera economica della vita. Se ciò è vero per le cose materiali, quanto più vero per le cose spirituali, per lo Stato, per la politica! Lo Stato siamo noi, e lo facciamo grande o basso, a seconda del nostro sentire ed operare. Il volumetto si chiude appunto con l’analisi critica di due libri dello Spengler e del Bergmann, scrittori che vanno, specialmente il primo, per la maggiore in Germania, e la cui vera distinzione sta nella singolare attitudine a teorizzare quel che di bestiale v’ha nella natura umana. Per istintiva diffidenza per i dilettanti, non ho mai voluto andare oltre la prima pagina dei libri scritti da autori tipo Spengler; ed ogni volta che leggo una stroncatura da filosofi veri, come Croce, gioisco per la decisione presa.

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