Bilanci e debiti comunali

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/01/1910

Bilanci e debiti comunali

«Corriere della sera», 7 gennaio 1910

 

 

 

Il problema finanziario forse più grave del momento presente è, per consenso di moltissimi, quello delle finanze comunali; e non ultima cagione dell’accoglienza sfavorevole incontrata dalla riforma tributaria proposta dall’on. Giolitti fu l’aver trascurato questo problema e più ancora l’aver minacciato la compagine, già poco salda, dei bilanci comunali con la sovrapposizione di una nuova imposta governativa sul reddito all’imposta comunale di famiglia. Sembra ora che uno dei caposaldi della politica finanziaria del nuovo Ministero sia la soluzione di qualcuno almeno dei problemi maggiori della finanza comunale; sicché viene in buon punto la pubblicazione fatta dal solerte capo dell’ufficio di statistica del Comune di Firenze, dott. Ugo Giusti, di un breve saggio statistico su Le finanze municipali italiane nell’anno 1909. In attesa che la grande indagine promessa dall’on. Lacava sulle finanze comunali venga alla luce, è bene che l’iniziativa dell’Unione statistica delle città italiane sia riuscita, con così grande sollecitudine, a riunire i dati relativi alle finanze comunali delle nostre città per l’anno in corso.

 

 

Una osservazione preliminare è da farsi: che il compilatore di questo interessante saggio è stato costretto a rimaneggiare i dati dei bilanci ed a disporli diversamente dal modo prescritto dalla legge allo scopo di poter dare una idea approssimativa ma chiara dell’argomento studiato. Per amore di perfezione e di rigore contabile si sono volute applicare ai Comuni molte delle regole vigenti per la contabilità dello Stato; e si sono moltiplicate per modo le suddivisioni e le categorie, che i lettori (e spesse volte gli unici lettori sono i consiglieri comunali) dei bilanci dei Comuni, dalla contemplazione delle interminabili pagine in cui dovrebbe essere fotografato il movimento finanziario dell’anno, una sola idea riescono a ricavare: che le uscite sono uguali alle entrate e che il bilancio è in pareggio. Ma come il pareggio sia ottenuto, riesce ai più un mistero: se con la accensione di debiti, o con l’uso degli avanzi di amministrazione degli anni precedenti o con altri accorgimenti; ed è un mistero altresì se ai debiti si sia ricorso solo per le spese straordinarie eccezionali, che rappresentano una vera trasformazione di patrimonio, od anche per far fronte alle spese straordinarie continuative, che ogni anno si ripetono in cifra pressoché fissa o prevedibile, o, peggio, per pagare spese ordinarie. Chi voglia ricercare poi, tra le maglie dei bilanci, il costo e il reddito di qualche servizio particolare, di quelli che si chiamano imprese municipalizzate e condotte in economia spesso perde il latino; tali e tante sono le impostazioni differenti in cui si nascondono le entrate e le spese di un unico servizio. Bene ha fatto perciò il Giusti di proporre uno schema nuovo di bilancio, adatto alle trasformazioni profonde che ha subito la vita municipale negli ultimi tempi; schema che poggia tutto sulla distinzione del bilancio ordinario dal bilancio straordinario. In un articolo di giornale quotidiano non è possibile esporre nei particolari questa riforma contabile la quale avrebbe il vantaggio di mettere bene in chiaro quali siano da un lato le entrate e le spese ordinarie e straordinarie continuative di competenza dell’anno e dall’altro tutte le spese straordinarie a cui si provvede con gli avanzi degli esercizi precedenti e con accensioni di debiti e simili. Già da cinque anni il marchese Tanari, sindaco di Bologna, nelle sue relazioni ai bilanci preventivi, pubblica un bilancio razionalmente ordinato all’incirca nel modo che ora si propone dal Giusti, sebbene in forma più riassuntiva, ed il vantaggio è davvero grande dal punto di vista della semplicità e della sincerità. Coi metodi attuali, osserva a ragione l’on. Tanari, si confondono le entrate e le uscite col movimento dei capitali, in guisa che un Comune può essere nella sua vita normale in pieno disavanzo e, finché gli riuscirà di far debiti spendendo un po’meno della somma ricevuta dal debito, potrà far figurare il pareggio e forse anche l’avanzo! Col sistema bolognese e con quello Giusti, è giuocoforza mantenere invece il pareggio nel bilancio ordinario (ossia tra le entrate effettive ordinarie di competenza dell’anno e le spese ordinarie e straordinarie continuative pure dell’anno), a pena di dover mettere subito in risalto il disavanzo e, confessatolo, di dover correre ai ripari.

 

 

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Ma, anche attraverso ai misteri della complicata contabilità, il quadro delle finanze comunali è tale da spingere alle più serie riflessioni. In 11 tra le principali città italiane (Napoli, Milano, Bologna, Torino, Palermo, Genova, Firenze, Bologna, Catania, Venezia e Livorno) nel trentennio dal 1879 al 1909 la popolazione aumentò del 56%, da 2.272.000 a 3.542.000 abitanti; ma le entrate effettive aumentarono del 150%, da 77.523.000 a 193.672.000 lire, e le spese, compreso il movimento di capitali, il quale per lo più corrisponde a spese fatte con debiti, aumentarono del 183%, da 108.189.000 a 306.096.000 lire. Milano e Roma tengono il record in questi aumenti; a Milano la popolazione crebbe del 102%, le entrate effettive del 303% e le uscite del 383%; mentre a Roma gli aumenti sono stati rispettivamente del 90, 223 e 383%. Sono i bisogni della vita moderna che battono alle porte e domandano soddisfazione: le sole spese per l’istruzione pubblica che nel 1879 assorbivano appena, per le 11 città indicate sopra, 9.504.000 lire, nel 1909 richiedevano lire 45.224.000, con un aumento del 375%! A Roma si passò da lire 1.341.000 a lire 13.169.000 (aumento 882%), a Milano da lire 1.544.000 a lire 8.577.000 (+ 455%), a Napoli da lire 1.293.000 a L. 4.998.000 (+ 286%), a Genova da lire 897.000 a lire 4.793.000 (+ 434%), a Torino da L. 1.792.000 a L. 4.564.000 (+ 159%), a Firenze da L. 789.000 a L. 1.767.000 (+ 124%), a Venezia da L. 248.000 a lire 1.707.000 (+ 588%). Non vi è alcuno che non si rallieti al vedere questo movimento a favore dalla cultura popolare; ma non è possibile disconoscere d’altro canto come sotto quel peso soccombano talvolta le finanze stremate dei Municipi.

 

 

Le cifre dei cui bilanci ingrossano ognora più. Se guardiamo al 1909, troviamo ben 14 città il cui stanziamento complessivo (comprese le entrate straordinarie) supera i 5 milioni ed 11 in cui quella cifra è raggiunta dalle sole entrate ordinarie.

 

 

Stanziamento complessivo milioni Entrata ordinaria milioni
Roma 80 Milano 44
Milano 73 ½ Roma 39
Napoli 34 ½ Napoli 23 1/2
Genova 29 Genova 20
Torino 26 Torino 18
Firenze 19 Firenze 12 1/2
Palermo 12 Palermo 11
Venezia 11 Venezia 8 1/2
Bologna 9 Bologna 7
Livorno 8 Livorno 5
Padova 7 Catania 5
Cagliari 6 ½    
Siena 5 ½    
Catania 5    

 

 

Sono cifre colossali non raggiunte nelle loro cime più eccelse dai bilanci di qualche Ministero italiano e da qualcuno dei minori Stati sovrani. Scarsa è l’importanza, sulle entrate totali, delle rendite patrimoniali reali, che superano il mezzo milione in cinque sole città: Milano con oltre 2 milioni, Torino con più di 1 milione, Palermo con 856 mila lire, Bologna con 619 e Roma con 537 mila lire. I proventi di aziende industriali superano il mezzo milione lordo a Milano con 6.213 mila lire, a Firenze con 1.311.000, a Genova con 766 mila lire. Il dazio consumo gitta quasi 18 milioni a Milano, 16,1/2 a Roma, più di 13 a Napoli, 12,1/2 a Genova, oltre 10 a Torino e 5 1/2 a Firenze e a Palermo. Le sovrimposte danno più di 6 milioni a Milano, 4.760 mila lire a Roma, 4.215 mila lire a Napoli, 2.847 mila lire a Genova, 2.631 mila a Firenze e 1.980 mila a Torino.

 

 

Quanto alle spese, quelle di amministrazione presentano le cifre più elevate a Milano con 9,1/2 milioni, a Roma con oltre 6, a Genova con 5, a Napoli con 4,1/2, a Palermo e Torino con oltre 4, a Firenze con più di 3.

 

 

Le spese per la polizia e l’igiene superano gli 11 milioni a Milano, gli 8 a Roma, i 4 e 1/2 a Genova e i 4 milioni a Firenze e a Napoli. Per le opere pubbliche stanziano somme rilevanti Roma con più di 11 milioni, Napoli con quasi 10, Genova con 8 e Milano con oltre 7,1/2 milioni di lire. Già vedemmo il crescere delle spese per l’istruzione; vi fa contrasto la diminuita importanza delle spese di culto, che superano le 100 mila lire solo a Palermo con 166 mila lire e a Napoli con 128 mila lire. Le spese di beneficenza superano il milione a Milano con 3.158 mila lire, a Firenze con 1.400 mila lire, a Genova con 1.105 mila lire e a Venezia con 1.022 mila lire.

 

 

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Un aspetto preoccupante dei bilanci dei grandi e piccoli Comuni italiani è la corsa al debito. Nel 1909 su 71 Comuni contemplati nella statistica fiorentina, ben 58 hanno fatto ricorso ad alienazioni di immobili o a contrazione di debiti per conseguire il pareggio del bilancio. Le somme più elevate ottenute con tali operazioni si riferiscono ai bilanci di Roma per quasi 40 milioni, di Milano per 30, di Napoli per più di 10,1/2, di Genova per quasi 7, di Torino con oltre 6 e 1/2, di Firenze con più di 4 e 1/2, di Cagliari con 4 e 1/2 e di Siena con più di 4 milioni di lire. È vero che all’accensione di questi debiti corrispondono acquisti di beni fruttiferi; e Roma, per esempio, acquistò beni per 29 milioni di lire, Milano per 19, Torino per 6, Firenze per 3, Cagliari per 4,1/2 e Siena per 4. Ma è ignoto quale sia il valore esatto del carattere fruttifero di questi beni; né la differenza passiva è colmata dagli ammortamenti dei debiti che solo a Roma ed a Napoli superano il milione e mezzo e stanno al disopra del milione a Milano; mentre Torino ammortizza per 945 mila lire, Firenze con 869 mila, Genova con 761 mila e Bologna con 632 mila lire. Gli interessi dei debiti assorbono già, nelle 11 principali città italiane, il 5.5 % delle entrate totali a Venezia, il 6 % a Torino, il 6.9 % a Livorno, il 7.1 % a Firenze, il 7.9 % a Bologna, il 9.3 % a Milano e giungono al 10% a Palermo, al 10.6 % a Roma, all’11.1 % a Catania e a Genova, spingendosi al 20.5 % a Napoli. Peggio sarà quando dovrà farsi fronte al carico passivo dei debiti nuovi che si annunciano per gli anni prossimi.

 

 

Sul grave problema l’on. Tanari, di cui già lodai la pregevolissima relazione sul preventivo 1910 del comune di Bologna, ha alcune giudiziose osservazioni. Egli nota, d’accordo in ciò con uno dei pochi deputati socialisti che si siano occupati con amore delle finanze comunali, l’on. Bonomi, che una delle cause maggiori di indebitamento è la smania di fare coi debiti in breve volgere di anni quelle spese pubbliche che potrebbero compiersi colle disponibilità di bilancio in un lasso leggermente più lungo di tempo. «Un debito ammortizzabile in 50 anni», cito le parole del Tanari, «acceso per eseguire, ad esempio, 20.000.000 lire di lavori in 14 anni; graverà per tutto quel lungo periodo (di 50 anni) i contribuenti che pagheranno tre volte tanto quelle opere; mentre, distribuiti i lavori stessi in 20 anni, colla stessa annualità potrebbero essere compiuti senza creare un centesimo di debito e pagandoli una volta sola. A Bologna il Comune aprì via Indipendenza con avanzi di bilancio ed ai bolognesi quella strada, che è oggi l’arteria principale della città, non costa nulla di più di quegli stanziamenti annualmente raccolti. Se si fosse voluto fare tutto in una volta, come anche allora qualcuno suggeriva, si sarebbe dovuto creare un debito che i bolognesi seguiterebbero anche oggi a pagare e che diminuirebbe il margine riserbato ai pubblici servizi ed a nuovi lavori». E il Bonomi, nella Nuova Antologia del 16 novembre 1909, parlando della finanza di Roma e dei lavori fatti con prestiti a lunga scadenza, scriveva: «Dunque se le opere del piano regolatore contemplate nella legge del 1883 si fossero costrutte non in dieci anni ricorrendo al credito, ma in venti dedicandovi ogni anno le risorse del bilancio, Roma avrebbe compiuto, prima del 1902, tutte le opere disegnate senza contrarre per esse un solo centesimo di debito».

 

 

Alla luce delle quali savie riflessioni di amministratori conservatori e socialisti vien fatto di domandarsi se l’attuale rincaro del tasso dell’interesse e se le strettezze della Cassa depositi e prestiti, costretta a respingere molte domande di mutuo dei Comuni, siano fatti in tutto lamentevoli. Forse, nei rispetti delle finanze comunali, il bene è maggiore del male. Alcuni anni fa, per le condizioni eccezionali del mercato del denaro e la floridezza della Cassa Depositi e Prestiti, sembrava che la via dei debiti fosse aperta e facile. Col denaro al 3 e 1/2%, – riducibile ben presto, si sperava, al 3% – si possono fare dei progetti grandiosi di rinnovamenti edilizi e di opere pubbliche; e se ne iniziò anche l’attuazione. Adesso il risveglio è sicuramente amaro. La Cassa Depositi e Prestiti chiude i suoi sportelli e poco mancò che un grande Comune dell’alta Italia (Torino) dovesse mendicar credito dalle Banche private al 4 e 3/4%, non si sa se netto o lordo. Ma è un risveglio ammonitore. Ammonisce che l’Italia non è il paradiso terrestre e che non vi è neppur ragionevole motivo perché i Comuni italiani debbano trovar denaro al 3 e al 3 e 1/2%, quando molte ricche e floride città svizzere, tedesche, inglesi pagano, senza rifiatare, il 4 e magari il 4 e 1/2%. Ammonisce che è opportuno talvolta camminare più adagio, ma più sicuramente e che è spesso, se non sempre, assurdo far debiti per compiere un’opera pubblica in 10 o 5 anni, quando la si può condurre a termine, senza debiti, in 20 o in 10 anni.

 

 

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