Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Bilancia commerciale e bilancia economica

«Corriere della Sera», 19 dicembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 508-512

 

 

 

Corre in tutti i paesi del mondo e quindi anche in Italia una leggenda inventata dai protezionisti: che ad acquistar merci dall’estero di più di quante se ne vendano si vada in malora, perché il paese importatore deve pagare in oro la differenza all’estero. Nei libri degli economisti questa leggenda ha preso il nome «dell’oro che se ne va»; ma, sebbene da tempo immemorabile essa sia stata distrutta e nessuno scrittore che si rispetti osi più esporla, ha la vita dura.

 

 

Che fosse una leggenda assurda l’aveva dimostrato cent’anni fa Davide Ricardo, sovrano tra gli economisti; ma è sempre stata vana speranza far imparare la sua lezione ai coccodrilli che spargono lacrime sui miliardi d’oro che bisogna mandare all’estero per pagare il frumento che non produciamo in casa.

 

 

Fu vano ripetere che, se la leggenda fosse vera, Inghilterra, Germania, Italia, Francia, ecc. ecc. avrebbero dovuto fallire venti volte nel secolo diciannovesimo, perché nessuna di esse possedeva tant’oro da far fronte allo sbilancio tra importazioni ed esportazioni per più di pochi mesi o di pochi anni.

 

 

Cominciarono, i piagnoni dell’oro che se ne va, a rimanere male in Italia, quando Luigi Bodio, costruttore dei nostri servizi statistici, e poi Bonaldo Stringher, direttore della Banca d’Italia e quindi reputato necessariamente persona seria anche tra gli spregiatori delle teorie economiche, dimostrarono che lo sbilancio non esisteva. Stringher chiarì che le importazioni superavano, è vero, le esportazioni per 1.200 milioni; ma la differenza era abbondantemente coperta dalle rimesse degli emigranti, dalle spese dei forestieri in Italia e dai guadagni della marina mercantile. O non è forse comodo invece di spedire vino e agrumi e frutta e carni e paste alimentari all’estero a prezzi di concorrenza, farle consumare, a prezzi leggermente arrotondati, ai forestieri viaggianti in Italia? O non è questa una esportazione bell’è buona? Per merito di Stringher il piagnisteo sembrava conchiuso; quand’ecco la guerra torna a dare alimento alle prefiche urlanti: 10, 8, 6 miliardi all’anno di differenza passiva tra importazioni ed esportazioni. Bisogna in fretta ed in furia chiudere le porte dinanzi alla fiumana delle merci estere che scendono ad «inondare» la nostra bella Italia! Come faremo a «difenderci»: come pagare una passività così spaventosa?

 

 

Disgraziatamente per i protezionisti, i «Documenti» presentati dal ministro delle finanze l’8 dicembre al parlamento contengono una tabella, con due pagine di annotazioni, che distruggono nuovamente la leggenda. La tabella è compilata dal prof. Jannaccone, che tra gli economisti italiani gode fama di rigorosissimo nei suoi calcoli e ragionamenti; e se, in qualità di professore, taluno lo vorrà tacciare di teorico, pensi che la tabella è avallata dal De Stefani, professore anche lui, ma uomo a cui, dopo un anno di governo, anche i protezionisti non possono negare certe qualità di amministratore riflessivo.

 

 

Per necessità di composizione entro il limitato spazio di una colonna, riproduco la tabella a sezioni; ma le cifre rimangono intatte (in milioni di lire):

 

 

Saldi a debito della bilancia dei pagamenti per l’Italia e l’estero

 

 

1921

 

1922

Differenza tra le importazioni e le esportazioni di merci

 

8.653,9

6.462,4

Differenza tra le importazioni di oro e numerario

 

9,2

37,7

Differenza fra noli passivi ed attivi per trasporto di emigranti e viaggiatori

14,6

Differenza fra le spese della marina italiana all’estero e della marina estera in Italia

322,0

203,1

Pagamenti all’estero di interessi su titoli di debito pubblico

 

86,6

115,6

Differenza fra le somme a debito ed a credito delle amministrazioni e ferrovie dello stato per servizi internazionali

 

135,8

132,3

Interessi su somme di debiti bancari netti verso l’estero

 

157,5

140,0

Totale dei saldi passivi

 

9.379,6

7.091,1

 

 

Questo primo pezzo della tabella deve fare un gran piacere ai paurosi dell’oro che se ne va. Sono dunque non 8 e 6, ma 9 e 7 i miliardi che se ne sono andati via all’estero nei due ultimi anni.

 

 

Ma perché dimenticare i saldi a credito dell’Italia della medesima bilancia dei pagamenti?

 

 

 

 

1921

 

1922

Differenza fra noli attivi e passivi per trasporto di emigranti e viaggiatori

115,6

Noli attivi per merci importate ed esportate dalla marina italiana

 

950,0

527,0

Differenza fra le somme rimesse e le somme esportate dagli emigranti

 

4.500,0

3.400,0

Differenza tra le somme spese da stranieri in Italia e da italiani all’estero

2.000,0

2.500,0

Differenza fra l’ammontare dei vaglia postali emessi all’estero e pagati in Italia e i vaglia dall’Italia pagati all’estero

283,4

274,7

Differenza fra gli utili di imprese italiane prodotti all’estero e mandati in Italia e gli utili di imprese estere prodotti in Italia e mandati all’estero

30,0

30,0

Somme introitate in conto riparazioni di guerra al netto di spese di riparazione, controllo, ecc.

110,4

440,5

Totale dei saldi attivi

 

7.873,8

7.287,8

 

 

Le partite fin qui elencate si possono paragonare a quelle correnti di esercizio (profitti e perdite) di una grande amministrazione. Tiriamo le somme:

 

 

 

1921

 

1922

Saldi passivi

 

9.379,6 7.091,1
Saldi attivi

 

7.873,8 7.287,8
Saldo netto passivo

 

1.505,8
Saldo netto attivo

 

196,7

 

 

Ed ora teniamo conto anche delle partite che si possono considerare «in conto capitale». Nel 1921 il conto complessivo si chiude così :

 

 

Saldo della bilancia dei pagamenti in conto esercizio 1505,8

 

 

coperto con:

 

 

a) Ricavo della vendita di titoli di debito pubblico all’estero

 

500,0

b) Indebitamento verso l’estero

 

1.005,8

 

Totale a pareggio

 

1.505,8

 

 

Ciò vuol dire che nel 1921 noi riuscimmo a saldare la differenza passiva dei pagamenti in due maniere: vendendo 500 milioni di lire di titoli di debito pubblico all’estero e ottenendo dall’estero aperture di credito per 1.005,8 milioni di lire. E molto probabile che la maggior parte di questi debiti siano contratti verso italiani residenti all’estero; i quali avevano fiducia verso la madre – patria e acquistavano titoli di debito pubblico e lire, vere e proprie lire – carta, tenute materialmente in serbo al ministero, forse per la minor parte, o depositate presso banche italiane.

 

 

Fu un debito sui generis quasi verso un prolungamento dell’Italia verso l’estero. E fu prova della fiducia che nel 1921 l’Italia godeva all’estero e presso i nostri connazionali, speranzosi che la lira riguadagnasse di pregio e quindi essi avessero fatto, oltreché un atto patriottico, un buon affare.

 

 

Nel 1922 la bilancia dei pagamenti si chiude magnificamente.

 

 

Avevamo, come si vide sopra, un saldo attivo della bilancia dei pagamenti in conto esercizio per milioni

196,7

Riscuotemmo, per vendita di titoli di debito pubblico, presumibilmente a nostri connazionali, milioni

460,0

Restammo, con un credito di milioni

 

656,7

Impiegammo questo credito a rimborso debiti dello stato contratti all’estero per milioni

412,8

 
Investimmo in titoli pubblici esteri, milioni

 

12,0

 
Restammo con un credito a fine anno di milioni

 

231,9

 

Totale a pareggio, milioni

 

656,7

 

 

 

Ciò significa che nel 1922 potemmo pagare tutti gli acquisti di merci ed i saldi passivi e restare con 196,7 milioni a nostro favore. Più, trovammo connazionali che ci diedero altri 460 milioni in cambio di buoni del tesoro e consolidato. Col ricavo pagammo debiti, ricomparimmo sui mercati esteri come acquisitori di titoli e rimanemmo a fine anno con un credito di 231,9 milioni. Ossia, ancora, restituimmo una parte di quegli accreditamenti in conto corrente che gli stessi stranieri potevano averci fatto nel 1921 e negli anni precedenti. Forse alla fine del 1922 c’era all’estero minor numero di persone che comprava lire, ossia ci faceva aperture di credito in conto corrente per la speranza di vedere valorizzare la nostra carta; forse all’estero avevano finito di persuadersi che la lira sarebbe per un po’ rimasta a 25 centesimi – oro; ma noi ci eravamo già messi, col lavoro tenace di anni, in condizioni di cominciare a restituire le anticipazioni che durante gli anni di guerra industriali e banche private dell’estero ci avevano fatto per consentirci l’acquisto di merci di cui avevamo urgenza. La ricostruzione del bilancio economico del paese poteva nel 1922 dirsi chiusa. Cominciava già l’ascesa.

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